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Come sbloccare l’IMMAGINAZIONE: il più potente strumento che abbiamo TUTTI a disposizione per ripristinare i contatti con i nostri cari nell’Aldilà

Ci ho messo un po’ a trovare un’immagine che mettesse in rilievo a colpo d’occhio il concetto di fondo che desideravo trasmettere con questo articolo.

Chi mi segue su Twitter, Facebook, Instagram o Pinterest sa che condivido con il pubblico prevalentemente immagini: immagini significative associate a un breve pensiero. Questo perché le immagini hanno un enorme potenziale.

Indipendentemente dal fatto che io possa sentirmi più o meno brava a visualizzare immagini o a usufruire della cosiddetta “memoria fotografica”, secondo specialisti nel settore della comunicazione, della motivazione e del self-help, come  Alberto Lori  «il nostro cervello lavora per l’87% con immagini». In questo breve video, che vi consiglio caldamente quanto meno di ascoltare, Lori presenta dei semplicissimi esempi, finalizzati anche a spiegare perché, per essere efficaci nella comunicazione e nel dialogo interiore, sia importante evitare frasi o affermazioni al negativo.

Lori presenta due simpatici casi. Se io vi invitassi per esempio a “non pensare alla Torre di Pisa”, qual è la prima immagine che vi si presenta (vivida, a tre dimensioni, olografica, tutta a colori, oppure fugace, indistinta, appena appena percepibile, o in bianco e nero che sia)? La Torre di Pisa: è ovvio! Ancora, continua Lori, se vi invitassi a non immaginare un elefante nella vasca da bagno, cosa catturerà immediatamente la vostra attenzione? Un elefante nella vasca da bagno, naturalmente!

Chiedo adesso alle amiche e agli amici che lamentano difficoltà nel visualizzare le immagini: «Dopo aver letto quest’ultimo passaggio, come vi è apparsa (vostro malgrado, aggiungerei) la Torre di Pisa? Come in cartolina, come un pensiero, un ricordo, un disegno, un’idea, altro?»

Stabilire come visualizziamo le idee/immagini mentali è di cruciale importanza per chi voglia usare consapevolmente questo strumento creativo di cui tutti, ma proprio tutti siamo dotati.

È anche possibile che la Torre di Pisa ci si presenti sottoforma di simbolo, magari veicolato da ricordi scolastici, se non viviamo dalle parti di Pisa, magari tramite la descrizione fattane in un libro, in un film o addirittura tramite le note di una canzoncina per bambini.

Per riassumere, non è importante come le informazioni ci vengano veicolate e non esiste un canale informativo superiore a un altro: l’importante è conoscere la nostra o le nostre modalità preferenziali di trasmissione ed elaborazione di immagini, idee, sensazioni e  informazioni per poterne fare un uso ottimale e consapevole.

Prima ancora di questo, è importante usare questa consapevolezza per imparare a conoscere, osservare ed eventualmente modificare il nostro costante dialogo interiore che, tramite un chiacchierio continuo, immagini, sensazioni arricchite da ricordi, sentimenti, desideri, fantasie… alimenta la realtà che quotidianamente creiamo in noi e attorno a noi, con o senza la consapevolezza di farlo.

Ecco perché, sebbene io mi consideri una frana quando si tratta di ricordare strade e itinerari a causa della mia convinzione di non avere memoria visiva, e sebbene tanti lettori si siano con me lamentati di non riuscire a visualizzare immagini mentali o di mancare di immaginazione, i banali esempi qui riportati costituiscono un valido test per stabilire che: 1) le immagini mentali si insinuano con forza e anche nostro malgrado nelle nostre vite, giocando in esse un ruolo fondamentale, indipendentemente dal modo in cui ci si presentano e dal fatto che ne siamo o meno consapevoli, e 2) hanno un potere enorme nel colorare in positivo o in negativo il nostro dialogo interiore e di conseguenza il nostro potenziale creativo.

È ovvio che questa consapevolezza abbia una portata enorme, indipendentemente dal motivo per il quale la coltiviamo. Essa si applica a tutti i campi e a tutti i settori e interessa ogni aspetto delle nostre vite. Tuttavia oggi ci limiteremo a parlare nello specifico di come questa consapevolezza possa sbloccare quella porta virtuale che vediamo nell’immagine di copertina per consentirci un contatto quotidiano con i nostri cari nell’Aldilà.

Mi si consenta però una parentesi. Molti credono che i medium professionisti percepiscano le cose che ci raccontano come un vivido film a colori se non a tre dimensioni, o addirittura come una realtà oggettiva frammista a quella che ci circonda normalmente. È ben vero che ho visto qualche medium bravo e professionale ricorrere ogni tanto a trucchetti che lasciano immaginare che le cose stiano proprio così, come nei film su Melinda Gordon. Ma lasciatemi precisare che la medianità cosiddetta “oggettiva” è un caso raro e che, nella maggioranza dei casi, i medium percepiscono l’Aldilà esattamente come lo facciamo noi. Se io vi chiedessi in questo momento: «Pensa a tua mamma» oppure «Pensa alla tua parrucchiera», «Pensa al vicino di casa», voi come ve le figurate queste persone? La vostra risposta è importante, e rivolgo in particolare queste domande a chi mi dice di non avere immaginazione o di non riuscire a visualizzare nulla.

Il modo in cui penserete a vostra mamma, alla vostra parrucchiera, al vostro vicino di casa e via discorrendo è esattamente il modo in cui percepirete i vostri cari nell’Aldilà.

Per tornare all’immagine di copertina, noteremo, osservandola, che la porta in realtà non costituisce alcun ostacolo. Essa appare per quello che in effetti è: il simbolo di una separazione impostaci dalla cultura comune e condivisa, inculcataci fin da piccoli e in modo martellante tutti i giorni, collocata in un punto qualsiasi di un ambiente che è in realtà privo di separazioni, porte, scale, ponti, guadi, fiumi o cancelli. La porta si colloca invariabilmente davanti a noi, come a suggerire che viviamo in un mondo buio e separato dalla paradisiaca dimensione in cui i nostri cari trapassati dimorano felicemente. In altre parole, la porta è una nostra appendice culturale, che si concentra su ciò che la valvola a riduzione del nostro cervello percepisce normalmente quando prevalgono le onde beta dello stato di veglia, liquidando come fantasie e sogni ad occhi aperti tutte le informazioni cui abbiamo accesso per esempio in meditazione, quando domineranno le onde alfa se non le onde theta.

Per fornire degli esempi del condizionamento martellante e continuo con cui questa separazione viene rinsaldata in noi ogni giorno, basti pensare alla diffusa tendenza ad ignorare la morte nel vivere e conversare quotidiano. La morte è un argomento imbarazzante: mostrare la nostra vicinanza a una persona a lutto si riduce spesso a poche parole di circostanza; le persone anziane che non hanno parenti che si occupino di loro o un esponente della loro religione non sono accompagnate nel loro cammino spirituale verso il trapasso perché è difficile trovare personale ospedaliero o impiegato nelle case di riposo disposto e preparato ad affrontare temi spinosi come la fine della vita che chiamiamo “fisica”! Questo semplicemente perché si preferisce non pensarci.

Secondo i nostri Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, chi perde un figlio, un coniuge, un genitore, un fratello… ha diritto a tre (dico 3) soli giorni di “permesso retribuito per lutto”, come se dopo tre giorni si possa umanamente immaginare di poter riprendere a lavorare come prima.

Certo! Il dolore lancinante per la perdita di una persona cara non risparmia nessuno: neanche chi passeggia liberamente tra i due mondi, come me che viaggio in astrale o un medium che conversa abilmente coi defunti per conto terzi. Il distacco fisico da una persona cara è un trauma indescrivibile, che merita ogni attenzione, premura e sostegno morale. È come un terremoto personale che scuote dal profondo la nostra esistenza e richiede molto spesso tantissima pazienza con se stessi, perché ognuno affronta questi momenti in modo unico e diverso caso per caso. Non esistono regole per vivere la sofferenza ed è giusto che sia così: siamo tutti persone uniche e quando cesseremo di essere fisicamente presenti lasceremo tutti un vuoto unico, a seconda di chi ci conosce.

Per riassumere, indipendentemente da quelle che possono essere le nostre convinzioni ed esperienze, lo strappo fisico che segue alla morte è comunque un trauma violentissimo, per cui non è detto che le mie parole in un momento di forte dolore possano risultare di alcun interesse.

Anche il medium più ferrato ha difficoltà a beneficiare del proprio talento quando la crisi riguarda proprio lui/lei. Nonostante tutte le prove ed esperienze di prima mano, il pensiero della propria morte o di quella di una persona cara resta avvolta in una nube di mistero e sofferenza. Prendiamo William Thomas Stead (1849–1912), scrittore ed editore inglese, noto ricercatore nel campo dei fenomeni psichici e medium lui stesso, perito tragicamente in occasione del naufragio del Titanic. Nonostante le numerose e documentate premonizioni avute sul disastro in mare, l’unica visione che Stead ebbe in vita della propria morte fu quella di morire calpestato dalla folla. Considerando quanto Stead si sia battuto contro i protocolli assurdi e mortificanti imposti dall’entourage scientifico e dai suoi stessi colleghi ricercatori per ottenere prove della continuità della vita dopo la morte (si veda questo articolo), e considerando quanto questi test ridicoli e umilianti per medium e defunti comunicanti ad opera di sedicenti scienziati e ricercatori continuino tutt’oggi, nel XXI secolo, trattando i medium alla stregua di topi di laboratorio e i defunti quale “fenomeno anomalo” la cui esistenza va dimostrata, a mio parere la visione di Stead, morto calpestato dalla folla, potrebbe simboleggiare proprio questo massacro della spiritualità ad opera degli scientisti che, obbligando i nostri cari, che vivono felici al di là dello spazio e del tempo, a trasmettere solo un rigagnolo di informazioni tramite i loro infelici test “scientifici”, vengono alla fine calpestati in nome dell’oggettività e razionalità della scienza.

Chiusa la parentesi sul lutto e il modo in cui esso inevitabilmente annebbia più o meno aspramente la nostra capacità di vedere oltre la porta di cui dicevamo, questo articolo è stato scritto per chi non è infastidito dall’argomento e ha potuto maturare, grazie agli incontri che (anche se non ce ne ricordiamo) durante il sonno continuano sempre con i nostri cari, una certa qual serenità, che, seppur vaga, ha una sua ragion d’essere: la mia teoria, provata dall’esperienza personale e da quella delle persone che conosco, è che tutte le notti, quando i nostri sensi fisici sono per lo più disattivati, ci ritroviamo con i nostri cari nella nostra Casa più Grande, una casa che ha molte più stanze e molti più ambienti, collocata in un luogo paradisiaco, dove i nostri cari risiedono guariti e ringiovaniti, pronti a tranquillizzarci sulla propria sorte e sul proprio benessere. Anche se non li ricordiamo al mattino, questi incontri hanno il potere di tranquillizzarci e l’effetto rasserenante non riguarda solo chi crede in un dopo-vita, ma anche chi non ci crede. Il tempo, dunque, non cancella proprio nulla. Non si tratta di un “rassegnarsi” alla perdita, o peggio di un “dimenticare” la persona cara: al contrario, con il passare del tempo, ci sentiamo più sereni proprio grazie a questi costanti incontri, che ci confermano e riconfermano il perdurare imperterrito e anzi accresciuto dei nostri legami affettivi con chi fisicamente non vediamo attorno a noi.

A proposito della nostra Grande Casa Celeste, sono diverse le persone mi hanno raccontato di scoprire, in sogni particolarmente significativi, nuove stanze nella propria casa, oppure di ritrovarsi in una casa a loro conosciuta solo in sogno, in cui ci sono molti più ambienti che nella realtà. Proprio ieri, il mio amico Dott. Claudio Pisani mi raccontava che in questi casi gli capita di abbattere in sogno una parete e di scoprirvi dietro una nuova camera. Il collega ricercatore David Pierce  racconta anche lui sogni particolari in cui scopre nuove stanze e passaggi segreti in casa sua. Se vi dovesse capitare di fare un sogno del genere è probabile che si accompagni ad una sensazione di ricongiungimento e appartenenza. Vi consiglio in questo caso di prenderne nota nel vostro diario.

A costo di ripetermi, dunque, quando si parla di contatto con l’Aldilà, anche i più intraprendenti e fiduciosi (me compresa) sentono il peso dei restrittivi preconcetti di cui abbiamo parlato, cui siamo particolarmente vulnerabili non solo se abbiamo recentemente perso una persona cara, ma anche se siamo semplicemente stanchi. La stanchezza e lo stress accumulati in una giornata possono a tutti gli effetti intossicare il nostro animo, e quindi renderci meno disponibili a uscire consapevolmente dalla gabbia di preconcetti in cui siamo costretti a vivere nel quotidiano. Questa sorta di prigione invisibile impostaci da chi più ne trae beneficio, considera il mondo materiale separato, inferiore, regolato da grossolane leggi secondo cui la morte rappresenta una cesura definitiva, oltre la quale per un motivo o per l’altro è insano o immorale affacciarsi. Secondo tali preconcetti, solo alcune persone particolarmente fortunate posseggono il dono di comunicare con i defunti, di sintonizzarsi con l’altra dimensione.

In effetti, un medium professionista non toccato dal lutto che affligge chi ha appena subito una perdita, è nelle condizioni ideali per fare in questi casi da tramite.

Ma anche nella scelta di un professionista occorre cautela. Per tornare alla cultura dominante sulla vita e sul dopo-morte, grazie a questo diffuso pregiudizio, abbondano sull’argomento ogni sorta di illazioni che spaziano dall’invito a “non disturbare” i defunti a vere e proprie superstizioni in cui sguazzano scettici, scentisti, falsi medium e venditori di fumo. Questi ultimi sono particolarmente pericolosi quando imbastiscono le loro tele commerciali e vuote di contenuti, mirate ad offrirci a caro prezzo il segreto o i segreti che ci daranno finalmente la felicità, segreti da custodire gelosamente proprio perché destinati a pochi eletti. Non mi riferisco naturalmente a studiosi che hanno riportato questo argomento alla luce, come i coniugi Hicks, ma a millantatori senza scrupoli che con le proprie campagne pubblicitarie inondano di pop-up il cyberspazio.

Ebbene sì: come già anticipato, il tema di fondo di questo articolo non riguarda solo i contatti con l’Aldilà, ma la vita in generale. Quella che oggi viene “venduta” come Legge di Attrazione è una serie di principi basilari di cui l’umanità è sempre stata a conoscenza. Ma su questo tema più ampio mi diffonderò in un’apposita pubblicazione.

Per il momento dedico questo articolo in particolare alle persone che, dopo aver letto le mie pubblicazioni, mi scrivono o mi telefono lamentando il problema di essere troppo razionali, di non avere immaginazione, non riuscire a visualizzare nulla, di essere “fatte così”.

Nel suo libro The Three “Only” Things (New World Library, 2010), Robert Moss, grande studioso australiano del “sogno consapevole” e del “sogno attivo”, nell’illustrare l’enorme potere (spesso completamente ignorato) di sogni, coincidenze ed immaginazione, dice «Tutti viviamo di immagini: esse ci accendono e ci spengono, sia che usiamo la nostra immaginazione sia che ci limitiamo ad essere passivi ricevitori della programmazione altrui». Circa il potere creativo del pensiero, afferma che «Creare significa portare nel mondo qualcosa di nuovo» e che «Oltre ad essere uno stato di coscienza creativo, il regno delle immagini è un mondo reale. È la regione della mente dove il significato prende forma e dove gli oggetti acquisiscono significato». Quando liquidiamo i frutti dell’immaginazione come pura fantasia se raffrontati alla realtà oggettiva e condivisa, esiliamo, secondo Moss, quella parte di noi che sa cose che hanno un’importanza straordinaria e che ha il potere di rivedere e ricreare il nostro mondo. «L’immaginazione» continua Moss «è la facoltà che la nostra mente e la nostra anima hanno di pensare e agire tramite immagini (…) immagini che prendono energia in prestito da ricordi ed esperienze sensoriali, non per produrne delle semplici copie, ma per rimodellare e trasformare tale “materia prima” in qualcosa di nuovo, che può acquisire ulteriore energia da fonti più profonde». Per fornire un esempio di quest’ultima affermazione, Moss ricorda il caso della piccola Sally, una bambina che soffriva di frequenti incubi notturni. Le aveva regalato un soldatino giocattolo che aveva conservato dall’infanzia, un centurione romano, con la promessa che questo l’avrebbe protetta dai suoi incubi. Incontrando Sally casualmente tre anni dopo, all’età di dieci anni circa, la bimba aveva subito esordito entusiasta: «Lex è proprio grande!» Moss non ricordava più l’episodio, e la bimba, scandalizzata da questa dimenticanza, gli riferiva che il centurione, in caso di necessità, si presentava alto più di due metri e sgominava tutti gli incubi stroncandoli sul nascere. Questo è uno di quei casi che Moss presenta a dimostrazione del fatto che la “materia prima” di cui si serve la nostra immaginazione può acquisire nuova energia da fonti più profonde di quelle a noi note nel quotidiano.

Come scrivo nel libro l’Aldilà è a portata di mano, nel capitolo dedicato al contatto in quieto stato meditativo:

«Una delle cose più importanti che ho appreso negli anni circa la modalità con cui si verificano i contatti cosiddetti medianici in un quieto stato meditativo è il fatto che l’IMMAGINAZIONE è lo strumento più pratico e utile fra quelli a nostra disposizione per raggiungere lo scopo ed è anche il principale strumento che i nostri cari hanno a portata di mano nell’Aldilà per comunicare con noi.

L’immaginazione è una cosa con cui abbiamo familiarità, perché la usiamo tutti i giorni, e ha l’effetto di aprire la nostra mente alla percezione di dimensioni non-fisiche, consentendo anche un’effettiva comunicazione con i trapassati.

Inoltre l’immaginazione ha un forte potere creativo, sia sul piano fisico che su quello spirituale: per cui, immaginando un qualsiasi scenario in cui collocare il nostro incontro con i nostri cari nel Mondo dello Spirito, partecipiamo attivamente alla vera e propria creazione di quell’ambiente e i nostri cari, richiamati dal nostro pensiero, accorreranno istantaneamente ad incontrarci là dove li stiamo aspettando.

Vari autori parlano del ruolo chiave dell’immaginazione per contattare i nostri cari; fra questi cito Sanaya Roman, Robert Moss e Bruce Moen, il quale si sofferma in modo particolare sull’importanza di “fare finta che…” una certa cosa stia succedendo per accedere al Mondo dello Spirito».

Come fare dunque, sapendo tutto questo, a sbloccare l’immaginazione, nostro patrimonio condiviso e sacrosanto diritto di nascita, laddove sentiamo di non averne o di essere troppo razionali e privi di creatività?

In primo luogo prendendo atto che l’immaginazione di cui tutti da bambini siamo padroni indiscussi NON PUÒ esserci rubata, così come le magiche opere di creazione cui essa ci dà accesso. Basta semplicemente esserne consapevoli.

Se i nostri genitori, insegnanti, amici, colleghi, capi hanno continuato negli anni ad esaltare l’aspetto logico e razionale della vita, convincendoci dell’inutilità di quel 10 in disegno, o della nostra bravura nel cantare o nel suonare uno strumento rispetto a un 7 in matematica o in italiano, rendiamoci conto che la convinzione che ne deriva non ha più efficacia di una spolverata di zucchero a velo su un pandoro o di una glassa di cioccolata sul cuore di panna del nostro gelato preferito.

Per esempio, IO SO che questo mondo fisico è solo un riflesso di un mondo più vivo, intenso, magico e bello, grazie al fatto che lo vedo e lo tocco con mano mentre il mio corpo dorme e la mia mente è sveglia. Ma viaggiare in astrale non è necessario: mi ha semplicemente permesso di accorgermi che anche da sveglia, se sono annoiata o assonnata, oppure volontariamente in meditazione, percepisco la dimensione non fisica, magari con la coda dell’occhio, magari grazie a un flash mentale, un pensiero improvviso, un’idea, una sensazione, un motivetto.

Rivisitiamo con questa consapevolezza l’articolo Come fanno i nostri cari a contattarci dall’Aldilà.

Se a questo punto qualcuno dei miei lettori ha dei quesiti specifici, vi prego di compilare il modulo che trovate in questo post o di scrivermi un’e-mail. Sarà per me un piacere rispondere in modo più a approfondito e pertinente alle vostre domande.

Book trailer – L’Aldilà è a portata di mano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le esperienze fuori dal corpo

 

Negli ultimi 25 anni mi è spesso capitato di sentire persone estremamete interessate ai viaggi astrali che lamentano il fatto di non riuscirci. Spesso mi sento dire che lo faccio sembrare così facile, quanto racconto qualche aneddoto, mentre in realtà non è così. Ho quindi pensato di citare un in questo articolo le mie argomentazioni così come riportate nel libro L’Aldilà è a portata di mano per spiegare perchè ritengo molto più allettante e semplice imparare ad avere sogni lucidi (a rendersi, cioè, conto in un sogno di stare sognando) e perchè considero quest’ultimo il mio metodo preferito di contatto con i nostri cari nel mondo dello spirito.

“I cosiddetti viaggi o esperienze “fuori dal corpo” o OBE (dall’acronimo inglese Out of the Body Experiences”, abbreviato anche in O.O.B.E.) si verificano quando, spontaneamente o volontariamente, la mente si sveglia mentre il corpo dorme.

Nel mio caso, il fenomeno si era presentato spontaneamente durante l’adolescenza, almeno quindici anni prima di poterne capire a fondo il significato. In pratica mi capitava che, se rimanevo sveglia a studiare fino a tardi, o se mi addormentavo esausta per un’oretta nel pomeriggio (in altre parole, se il mio corpo risultava particolarmente stanco, ma la mente lo era meno, oppure era sovraeccitata dallo studio quando il mio corpo era ormai esausto), mi svegliavo all’improvviso con la mente, incapace di controllare il corpo fisico.

La sensazione, che molti studenti e atleti conoscono, di svegliarsi con la mente in un corpo paralizzato, di non riuscire neanche a sollevare le palpebre, con un ronzio o una vibrazione forte nella testa, di cercare di gridare senza riuscire ad emettere neanche un sussurro, era tutt’altro che piacevole.

Solo in anni recenti ho scoperto che l’anomalia, denominata in questa sua prima fase “paralisi del sonno”, era dovuta al fatto che durante il sonno REM il tono dei muscoli scheletrici scompare completamente; questo fenomeno, detto atonia muscolare, si associa alla paralisi funzionale dei muscoli scheletrici. Durante il sogno non si è perciò in grado di muoversi; se così non fosse, ogni episodio di sonno REM si accompagnerebbe a un’intensa agitazione motoria, dettata dalla necessità di mimare le azioni compiute in sogno.

Chi dunque, a causa di questa disarmonia fra lo stato di stanchezza del corpo e lo stato di vigilanza della mente, si sveglia con la mente mentre il corpo dorme, può avere la spiacevole sensazione di essere prigioniero in un corpo paralizzato, il che si accompagna naturalmente a sentimenti di ansia, paura o terrore, sebbene l’esperienza sia in genere oggettivamente piuttosto breve.

Personalmente, una volta rassegnatami al verificarsi di questi episodi e aver escluso di avere qualche grave malattia, avevo inventato da ragazza un sistema per uscire da queste situazioni, risvegliando il corpo: immaginavo di compiere un atto che richiedeva un alto grado di concentrazione, come quello di dissociare il movimento delle mani facendo loro compiere gesti di tipo diverso (muovendone una in senso circolare e l’altra su e giù, tanto per fare un esempio), e questo bastava a risvegliare il corpo.

Gli episodi di paralisi notturna, con le loro spiacevoli vibrazioni e le mie tecniche di risveglio continuarono per molti anni. Ce ne vollero, infatti, una quindicina per scoprire che, quando la mente si sveglia nel corpo addormentato (in inglese, parlando di OBE, si usa proprio l’espressione “mind awake – body asleep”), la coscienza è libera di abbandonare il corpo e di spostarsi in uno stato di totale vigilanza su altri piani e in altre dimensioni. In particolare, chi ha familiarità con questo argomento, parla in genere di “piano astrale”, sul quale ci muoveremmo con questo secondo corpo, più sottile, chiamato appunto “corpo astrale”.

Secondo gli “addetti ai lavori” tutti e tutto avrebbero una propria dimensione o versione “astrale”, che ha una propria esistenza parzialmente indipendente dalla dimensione fisica, si modifica e si muove con molta più fluidità e facilità in risposta ai nostri pensieri e “funziona” talora autonomamente anche quando siamo svegli. Ad esempio, mi è capitato più di una volta, mentre ascoltavo qualche conferenza un po’ noiosa o ero io stessa leggermente assonnata (e dunque vicina allo stato di dormiveglia) di vedere gli spettatori accanto a me muoversi, girarsi, guardarsi intorno, rivolgersi al proprio vicino, mentre la loro controparte fisica era pressoché immobile ad ascoltare il relatore. Mi è anche capitato, in stato di dormiveglia, di vedere mio marito aggirarsi per la casa e fare come suo solito dei piccoli lavoretti, mentre la sua controparte fisica si trovava a più di cento chilometri di distanza.

Ebbene, questo è quello che io chiamo “corpo astrale”: un corpo non vincolato dalle leggi dello spazio e del tempo, libero di fare le cose che noi ci limitiamo a sognare ad occhi aperti e, durante le OBE, solido e tangibile quanto uno spirito disincarnato, tanto da poter toccare i nostri cari nell’Aldilà e parlarci senza problemi.

Infatti, in base all’esperienza da me maturata successivamente, quando il corpo fisico dorme e la mente è sveglia, quest’ultima può con il corpo astrale camminare o volare nella versione astrale della camera da letto e del resto della casa, volare nel circondario, raggiungere in un battibaleno luoghi lontanissimi e incontrare altre persone sveglie o anch’esse addormentate e girovaganti nei propri corpi astrali, fino a incontrare persone defunte e visitare i luoghi dove esse risiedono; a quanto ho visto, esistono anche luoghi intermedi di incontro, per queste riunioni con i trapassati, come esiste la possibilità di muoversi nel tempo e incontrare la versione futura o passata dei propri cari.

Nel mio caso, la vera e propria scoperta del nuovo mondo cui le paralisi notturne potevano portarmi avvenne per caso: avevo ventinove anni ed ero particolarmente stressata perché, essendo stata da poco promossa e trasferita presso la sede milanese dell’azienda per la quale lavoravo, vivevo in albergo da ben quattro mesi, senza riuscire a trovare un appartamento in affitto. Una notte, intorno a mezzanotte, stavo appunto cominciando ad assopirmi, quando mi si presentò la familiare sensazione di pesantezza delle membra e di ronzio nella testa. Questa volta però, invece di dibattermi in un corpo paralizzato, fui sbalordita nel constatare che le mani e le braccia “volavano via”, svincolate dalle braccia vere … Scioccata, d’istinto le tirai giù, risvegliandomi completamente.

Cos’era successo? Ero forse impazzita?

In realtà, scoprii quasi subito, ragionando sulle poche cose che avevo sentito fino a quel momento sui viaggi fuori dal corpo, che i miei arti fisici erano rimasti in quel frangente paralizzati come sempre; io stessa (o sarebbe forse meglio dire il mio corpo), ero momentaneamente scivolata nel sonno: a volar via erano state le “altre braccia”, quelle che vengono attribuite al corpo astrale, testimone la mia mente o coscienza (difficile operare un distinguo fra le due in momenti così concitati), che era rimasta invece vigile e lucida a registrare l’episodio.

Esercitandomi e facendo pratica nelle settimane e nei mesi che seguirono, scoprii che, quando la mente si svegliava mentre il corpo dormiva, questo non costituiva più una barriera: non era più solido, ma cedevole e poroso, fatto di un’energia che poteva essere tranquillamente attraversata. Non solo potevo uscire da quel corpo, ma potevo infilarci dentro le mani astrali, così come potevo attraversare il materasso o i muri, avvertendo talora come una sorta di tenue vibrazione o pizzicorino. Potevo galleggiare fin sotto il soffitto come un palloncino, o scendere giù a pochi centimetri dal pavimento, oppure potevo specchiarmi e vedere il mio corpo astrale.

Quella di specchiarmi divenne ben presto un’abitudine consolidata che mi sono portata dietro fino ad oggi. Poiché mi ripugnava l’idea di guardare il mio corpo addormentato nel letto, per quanto non avessi problemi a toccarlo e mi incantavo ad ascoltare il ritmico suono del suo respiro, trovavo che specchiarmi con il corpo astrale costituiva comunque un’impresa piuttosto audace, e negli anni ho scoperto che mi consentiva anche di avere un’idea più o meno precisa del mio stato d’animo a livello profondo, in modi molto più chiari di quanto il corpo fisico lasciasse trapelare.

Ad esempio, nei primi tempi delle mie sperimentazioni ero una persona piuttosto solitaria, in quanto vivevo a circa quaranta chilometri dal posto di lavoro e non avevo amici in città. Inoltre attraversavo un periodo di tristezza, a causa del recente trasloco dal Piemonte, e, nonostante le soddisfazioni sul lavoro, non ero tutto sommato quella che si può definire una persona felice.

Le prime volte che, durante i miei viaggi fuori dal corpo, mi specchiai per vedere che aspetto avesse il mio corpo astrale, fui sorpresa nel constatare che, mentre il mio volto fisico se ne andava in giro sapientemente truccato con capelli in ordine e orecchini diversi tutti i giorni, quello astrale appariva emaciato, con ecchimosi e cerotti, i capelli erano in disordine (una volta portavo addirittura i bigodini) e i vestiti erano sempre sciatti o rovinati. Fortunatamente ero anche dotata di un formidabile intuito, per cui non mi lasciai prendere dallo sconforto e attribuii immediatamente quelle immagini al mio io emozionale, triste e solitario.

Nel corso degli anni, mi sono specchiata numerosissime volte durante le mie OBE, e con la maternità e il formarsi della mia famiglia ho visto l’aspetto del mio corpo astrale diventare sempre più bello, giovane e gioioso.

Un’ultima divagazione sull’immagine che mi rimandano gli specchi astrali lo destino ad un periodo più recente, in cui, colpita da una brutta malattia e soggetta a mesi di terapie che mi avevano fatto temporaneamente perdere i capelli, mi sono vista in uno specchio collocato in un ambiente molto più ampio e luminoso della mia casa materiale, e con una stanza in più appositamente destinata al riposo e alla ripresa fisica. L’immagine che mi rimandava lo specchio era quello di una bella donna, almeno dieci anni più giovane e con capelli fluenti: l’unica stranezza erano gli occhi velati di una rossa patina di paura. In quell’occasione, capii quanto era cruciale, ai fini della guarigione, superare la paura e guardare al futuro con fiducia. Mesi dopo, dopo essermi sottoposta a una TAC di controllo che mi aveva finalmente tranquillizzato, ho avuto il piacere di specchiarmi ancora sul piano astrale, e di vedere il mio volto impreziosito da due enormi occhi verdi, liberi ormai dalla patina della paura.

A questo proposito, cito una curiosità: nel settembre 2010, due anni prima delle terapie che mi avrebbero fatto perdere i capelli, in un’OBE avevo chiesto di poter incontrare il Maestro Gesù, cui sono sempre stata affezionata specie per il suo amore per i bambini. Mi ero ritrovata in una pineta ricchissima di colori e di profumi, ma nel contempo (fatto straordinario) potevo rimirare il cielo stellato come se fosse notte. Gesù insegnava in una sorta di istituto, ma in quell’occasione uscì appositamente per incontrarmi. Aveva il suo “look” tradizionale, con barba e capelli lunghi, ma era vestito con moderni abiti casual: jeans e camicia con maniche risvoltate all’altezza dei polsini. Guardandomi negli occhi, mi trasmise un pensiero tratto dalle Scritture, ma straordinariamente rivelatore con il senno di poi: mi fece intendere che sapeva finanche quanti capelli avevo sulla testa!!!

Per tornare brevemente agli specchi, desidero solo sottolineare che, oltre a riflettere la mia immagine, e quella di eventuali entità vicine a me, questi si sono rivelati negli anni dei portali eccezionalmente efficaci per trasferirmi velocemente dal piano astrale in cui mi trovo al “luogo” in cui desidero andare, specie se si tratta di incontrare qualche persona in particolare, vivente o defunta che sia.

 

Alice attraverso lo specchio di Lewis Carrol è il libro che probabilmente mi ha maggiormente affascinato e influenzato da bambina circa l’uso degli specchi come portali verso altre dimensioni.

 

Facciamo ora un passo indietro, e torniamo alla notte in cui mi erano “volate via” le braccia, nell’autunno del 1990. Da quel momento in avanti cominciai a leggere tutto quello che potevo sull’argomento dei viaggi astrali. All’epoca non potevo contare su internet, e non era facile affrontare un tema del genere con la mia normale cerchia di conoscenze senza sembrare quantomeno “strana”. Il primo libro che mi assorbì completamente fu I miei viaggi fuori dal corpo di Robert Monroe. A questo ne seguirono numerosi altri. Leggevo e mi esercitavo. Essendo single potevo davvero sbizzarrirmi. Il sabato e la domenica, nel mio monolocale, staccavo telefono e citofono e mi davo all’esplorazione.

Tenendo un diario dei sogni e delle OBE, potei scoprire che un’esperienza in parte simile al viaggio astrale, molto comune, è quella in cui, durante un sogno, ci si rende conto di stare sognando e allora si riesce in modi più o meno diretti ed efficaci a controllare quello che avviene nel corso del sogno stesso. Si tratta dei cosiddetti “sogni lucidi”, in cui siamo ancora parzialmente immersi in uno stato di coscienza onirico, per cui anche cose strane o improbabili possono continuare ad apparire normali.

Anche se nell’ambito del sogno lucido esistono vari gradi di lucidità, che possono essere volontariamente accentuati fino ad arrivare all’OBE, nell’OBE propriamente detta la mente è comunque pienamente sveglia, anche se le nostre priorità possono variare leggermente da quelle dello stato di veglia a causa delle prospettive più ampie che abbiamo. Grazie a questa dicotomia, si ha la chiara cognizione di muoversi con un corpo simile a quello fisico, ma diverso, non soggetto alle leggi del mondo fisico, nella dimensione di cui abbiamo appena parlato.

Queste esperienze, spontanee o volute, sono andate avanti per ventisei anni, regalandomi episodi unici e commoventi. Con il tempo, l’esperienza, le letture e le riflessioni sull’argomento, mi sono resa conto che i “luoghi” che i miei viaggi astrali mi consentivano di visitare non erano tanto “fuori” dal corpo fisico, come il nome di questo fenomeno suggerisce, ma piuttosto dimensioni interiori della coscienza e dello spirito, sebbene questo rimanga un tema aperto, dal momento che i concetti di “dentro” e “fuori” non hanno la stessa importanza che gli attribuiamo al di là del piano strettamente fisico

In altre parole, se durante la veglia, nel nostro stato di coscienza ordinario, qui sul piano fisico, tutto quello che vediamo e tocchiamo ha una parte interna e una parte esterna, al di là di questa nostra dimensione, i concetti di “dentro” e “fuori” cessano di avere importanza, per cui anche disquisire su se il piano astrale si trovi “fuori” dal piano fisico, come una sorta di guscio energetico che lo circonda, oppure “dentro” di esso, come una sorta di parte estrema del nucleo spirituale che costituisce la nostra essenza, diventa pura teoria, e forse non ha alcuna importanza.

William Buhlman, uno dei massimi esperti americani nel campo delle OBE, è uno studioso che ha voluto appunto porre l’accento sull’idea che la proiezione astrale sia in realtà un viaggio interiore. Da parte mia, posso dire che questa particolare chiave di lettura mi ha liberato da molte paure, prima fra tutte quella di poter rimanere “chiusa fuori” dal corpo, o di vedere definitivamente troncata la cosiddetta corda d’argento che legherebbe il nostro corpo astrale a quello fisico mentre se ne va in giro fuori dal corpo.

Ma indipendentemente da queste speculazioni, resta il fatto che, se è vero che negli anni delle prime sperimentazioni mi sono concentrata sull’esplorazione del piano più vicino a quello fisico, non è passato molto tempo prima che il desiderio di visitare i miei cari nell’Aldilà prendesse il sopravvento.

(…) desidero sottolineare un’ultima volta quanto il viaggio astrale non costituisca altro, a mio parere, che uno stato di maggior lucidità rispetto al sogno lucido, ovvero il sogno in cui si è consapevoli di sognare. Desidero anche puntualizzare, ancora una volta, che il sogno lucido, se lo si desidera, può costituire un trampolino di lancio per il viaggio astrale, in quanto, quando si è consapevoli di sognare e si ha a disposizione una buona fetta di consapevolezza circa quello che sta succedendo, si può anche fare la scelta precisa di amplificare il proprio grado di lucidità, passando ad un’OBE vera e propria.

Anche se a questo punto potrebbe sembrare superfluo, colgo l’occasione per sottolineare il mio totale dissenso con studiosi, praticanti e insegnanti del sogno lucido quali Charlie Morley, che considerano il 99% dei soggetti incontrati in un sogno lucido come personaggi onirici (o P.O.), ovvero semplici prodotti della mente del sognatore. Sebbene condivida con tali ricercatori il concetto più ampio che questa vita sia in realtà simile a un sogno dal quale con la morte ci risveglieremo nella nostra più grande realtà di appartenenza, non trovo questo un motivo valido per negare l’assoluta autenticità ed individualità degli spiriti incarnati o disincarnati con cui possiamo relazionarci sia nello stato di veglia che in altri stati modificati di coscienza, come il sogno e le OBE.”

[Brano tratto da L’Aldilà è a portata di mano]

Il motivo per cui in genere non incoraggio le persone a imparare ad avere esperienze di OBE è perhè, in tali esperienze la mente e pienamente vigile, per cui tutti i filtri logici, critici e razionali con i quali discriminiamo la realtà nella vita di tutti i giorni possono intralciare la comprensione di ciò che ci sta accadendo. Al contrario, nel sogno lucido, la mente che ci accompagna nella vita di veglia è parzialmente “sedata” e in grado di cogliere intuizioni e idee di cui potrebbe sfuggirci il senso quando siamo svegli.

Il motivo per cui faccio spesso riferimento alle più tangibili esperienze di OBE quando parlo delle varie tecniche per contattare i nostri cari nell’Aldilà è semplicemente quello di fornire prove pratiche a supporto della veriticità delle esperienze che sono invece pienamente accessibili a tutti tramite sogni, sogni lucidi e in un quieto stato meditativo.

 

 

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Come fanno i nostri cari a contattarci dall’Aldilà

 

Come abbiamo suggerito con l’esempio riportato nell’articolo dedicato a come ricordare i sogni, è come se i nostri cari trapassati vivessero nella stanza accanto, anche se questa non è altro che una metafora, dal momento che il mondo dello spirito esula dai nostri concetti di spazio tridimensionale e di tempo lineare.

Vivere liberi dai vincoli del tempo lineare significa che i nostri cari sono in primis desiderosi di farci sapere che sono vivi e stanno bene, ma non sentono questo bisogno in modo pressante, come potremmo viverlo noi se ci trovassimo all’estero o in qualche altro luogo sconosciuto, oppure come svariate persone che hanno avuto un’esperienza di premorte raccontano quando ricordano il disagio provato nel rendersi conto di stare più che bene, ma di essere diventati in qualche modo invisibili ai propri cari, che invece vedevano esclusivamente concentrati sul proprio corpo fisico privo di vita.

Nelle mie esperienze di OBE, o più semplicemente in sogno, ho più volte incontrato amici o parenti in inesistenti camere attigue a quella in cui mi trovavo io nel mondo fisico, o in inesistenti appartamenti situati di fronte al mio sullo stesso piano del medesimo condominio. Quindi la dimensione non fisica dell’esistenza può palesarsi sottoforma di camere o locali in più rispetto a quelli che vediamo e tocchiamo.

La metafora della “stanza accanto” viene usata anche dallo scrittore, editore e medium William Thomas Stead (1849–1912), perito nel naufragio del Titanic, il cui resoconto dell’Aldilà e del suo arrivo nel mondo dello spirito assieme a tutte le altre vittime della sciagura viene riportato nel libro L’isola blu (Edizioni Bis, 1 gennaio 2009) edito nella sua versione originaria nel 1922 dalla Hutchinson & Co. Dal resoconto di Stead si evince che la morte “non è che il passaggio da una stanza all’altra” e che “entrambe sono ugualmente ammobiliate e sistemate”.

In realtà il concetto di “stanza accanto” è una metafora di convenienza, in quanto facilita il compito che la nostra mente critica deve svolgere per capire come conviviamo con i nostri cari sul piano spirituale, piano di cui siamo tutti partecipi: incarnati e disincarnati.

Eppure, il Dott. Craig Hogan, che, con la propria opera Your Eternal Self (edito da Greater Reality Publications, 2008), presenta prove scientifiche di come la mente non sia circoscritta al cervello e circa l’effettiva esistenza dell’Aldilà, oltre ad offrire un programma di addestramento guidato online su come contattare i propri cari senza l’ausilio di un medium  (http://www.selfguided.spiritualunderstanding.org/), nello spiegare le dinamiche del contatto post-mortem, esordisce proprio dicendo: «Ricevere comunicazioni dagli altri piani di esistenza non è come sentire qualcuno parlare dalla stanza accanto». Il Dott. Hogan spiega che, qui, sul piano terreno, udire una persona parlare dalla stanza accanto è un fatto ineluttabile, avviene e basta, anche contro la nostra volontà. Ascoltare invece le comunicazioni che ci arrivano dall’Aldilà significa predisporsi a recepire input subliminali, sottoforma di pensieri, impressioni, sensazioni e altre sottili forme di sapere che, da svegli, se non stiamo volontariamente cercando il contatto, ci arrivano per lo più a livello subconscio.

Ciò che è più interessante della spiegazione fornita dal Dott. Hogan è la metafora che usa per spiegare come avviene questo contatto, spiegazione molto efficace per farci comprendere quanto sia necessario predisporsi e sintonizzarsi su questo canale più sottile, ma prima ancora, esserne consapevoli. Il Dott. Hogan equipara il modo in cui i nostri cari comunicano con noi, o con il nostro Io Superiore, che è in ogni caso costantemente immerso nel mondo dello spirito, allo stesso modo in cui può capitarci di attrarre l’attenzione di una persona che si trova in coda davanti a noi, magari alla cassa del supermercato o al semaforo.

La natura del fenomeno legato al sentirsi osservati, è stata, come ci ricorda Hogan, investigato dal biologo Rupert Sheldrake, che ne parla nel libro La mente estesa (Urra Edizioni, 2006). Sarà capitato a tutti, in un momento del genere, se non si ha fretta e non si hanno impegni o preoccupazioni che tengano la nostra mente occupata, di notare che, se ci mettiamo a fissarne la nuca della persona in coda davanti a noi, se questa è ugualmente rilassata, molto probabilmente si girerà a guardarci senza neanche capirne il motivo. Se desideriamo testare questo metodo di proposito, possiamo addirittura immaginare di fare il solletico al soggetto che abbiamo selezionato per l’esperimento: se le circostanze sono quelle di cui abbiamo parlato, questo potrebbe non solo girarsi, ma anche toccarsi la nuca, come se il solletico fosse arrivato davvero.

Ecco un esempio brillante delle condizioni ottimali e delle modalità con cui i nostri cari dall’Aldilà hanno modo di mettersi in contatto con la nostra mente costantemente affaccendata nel corso della nostra vita quotidiana. Il contatto avviene da mente a mente, come del resto avviene anche fra persone fisicamente vive. Il vantaggio di chi comunica dall’Aldilà sta nel fatto di non condividere la miriade di preoccupazioni che ci attanagliano, mentre lo svantaggio sta nel fatto di potersi imbattere nell’incredulità, nella mancanza di aspettativa, in un lutto troppo profondo e soprattutto i pochi argomenti che le nostre piccole menti terrene sono in grado di apprezzare e condividere con chi è invece partecipe di ben altre e più profonde conoscenze.

Della complessità del sapere dei disincarnati sono testimoni le migliaia di persone che hanno vissuto, ricordato e tentato di raccontare un’esperienza di premorte o NDE: quasi sempe queste lamentano il fatto che le parole disponibili nei nostri vocabolari non sono in alcun modo sufficienti a veicolare ciò che hanno vissuto e provato. Pertanto, i messaggi che i nostri cari potranno con più probabilità riusciere a veicolare sono quelli che più spesso ci auguriamo di poter sentire: la conferma che sono vivi e stanno bene, un aiuto o un consiglio a vivere nel modo migliore la nostra vita, un senso di tutela e protezione nei momento difficili.

Da parte dei nostri cari nell’Aldilà, si richiede sicuramente un impegno preciso per veicolare il segno della propria presenza tramite, pensieri, idee, impressioni, sensazioni, immagini. Da parte nostra invece si richiede la comprensione di quanto sia importante avere la mente sgombra da preoccupazioni e disposta a recepire il contatto, anche in momenti inaspettati della giornata.

Immaginiamoci dunque la fatica di attirare l’attenzione di qualcuno che ci porge le spalle semplicemente fissandone la nuca e ricevere in cambio, per tutta risposta, solo il risultato di vedere quella persona girarsi senza sapere il perché, avendo magari provato la sensazione talora anche solo subconscia di essere osservato, ma senza capirne la natura e lo scopo. Poniamoci nei panni dei nostri cari. Poi riflettiamo su occasioni passate in cui effettivamente questo contatto possa essere avvenuto e noi averlo scartato assieme alla miriade di pensieri che ci affollano la mente durante il giorno.

Posso per esempio trovarmi al supermercato, per rimanere in tema, ed essere in dubbio sul se tentare una nuova ricetta, visto che in cucina mi considero una frana, e all’improvviso notare che la radio del supermercato sta mandando in onda una canzone che mi incoraggia a cucinare qualcosa di gustoso perché avrà un effetto speciale proprio come le delizie che preparava la nonna. Coincidenza?

Posso sentirmi un po’ giù perché mi manca tanto mio nonno che mi ha cresciuta ed era sempre così dolce e comprensivo con me, sentirmi sola e quasi disperata al pensiero che adesso nella vita tutto grava sulle mie spalle, e, nell’atto di parcheggiare la macchina vedere davanti a me una vettura con su scritto in eleganti caratteri corsivi “Giulietta”, che è proprio il nome con cui mi chiamava da bambina. Coincidenza?

Un contatto ancora più significativo è quello in cui mi viene tutto d’un tratto in mente un ricordo particolare, associato a una persona cara che fisicamente se n’è andata, qualcosa a cui magari non penso più da anni. Ecco che il contatto da mente a mente assume una connotazione ancora più precisa. Quella persona cara sta appunto riflettendo su quel ricordo e, concentrandosi su di me, è riuscita a veicolarmelo.

Ecco il filo sottile tramite il quale il contatto può arrivare. Ma bisogna esserne consapevoli e pronti ad afferrare quel filo. Proviamo a immaginare come possa essere frustrante per chi pensa a noi dall’Aldilà il fatto di credere che tutto ciò che pensiamo provenga dalla nostra mente, da nostri ragionamenti o dalle nostre fantasticherie.

Instaurare un dialogo è un qualcosa che potrà venire dopo, seguendo la tecnica che ci è più congeniale, ma all’inizio è essenziale capire (ed essere convinti) che la comunicazione avviene sempre, proprio come quando siamo in coda al semaforo e abbiamo troppa fretta di arrivare dove stiamo andando per badare al tizio che ci osserva da un’altra vettura.

Se riusciamo a convincerci che il contatto è possibile per tutti, e avviene in questo modo, potremo rispondere ad esso con gratitudine e ricambiare il pensiero. È proprio così che il contatto da svegli con i nostri cari avviene.

Se riusciamo a cogliere tali pensieri affettuosi mentre siamo affaccendati, proviamo a immaginare quanto più efficace sarà il contatto in un quieto stato meditativo.

Per chi conosce l’inglese, ricordo che il programma di addestramento del Dott. Craig Hogan è disponibile a questo link: http://www.selfguided.spiritualunderstanding.org/.