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Cinque miti sull’Aldilà che desidero sfatare

L’Aldilà e la vita dopo la morte sono temi che mi hanno sempre incuriosito e appassionato. Proprio per questo, prima ancora di cominciare ad avere spontanee esperienze fuori dal corpo intorno ai 29 anni, avevo già passato gran parte del mio tempo a fare ricerche sull’argomento.

La mia fortuna è stata quella di aver cominciato a pormi domande e a cercare risposte sull’Aldilà parecchi anni prima di essere colpita dal lutto per la perdita di una persona cara. Rircodo infatti di aver avuto l’opportunità di parlare dell’argomento con entrambe le mie nonne, sia da piccola che da giovane adulta.

Negli anni, questo si è rivelato un enorme vantaggio, sia perchè da bambini si è molto più aperti a recepire concetti che esulano dalla realtà fisica oridinaria, sia perchè (come avrei poi scoperto a mie spese) quando si soffre per la perdita di una persona cara le certezze che non sono fondate su convinzioni profonde possono essere messe a dura prova. Il lutto e la sofferenza per la morte fisica di una persona cara possono costituire uno shock, un terremoto emotivo che può portarci a mettere seriamente in discussione ciò che magari prima contemplavamo solo in teoria. Come ho potuto constatare di persona, può volerci davvero tanta pazienza per elaborare il lutto per la perdita fisica di una persona cara, anche quando si hanno esperienze di prima mano circa l’esistenza di un dopo-vita e la possibilità di rimanere in contatto con chi fisicamente non c’è più.

In particolare, i sogni, i sogni lucidi (sogni in cui si è consapevoli di sognare) e, dopo un cauto periodo di rodaggio, le cosiddette esperienze fuori dal corpo mi hanno permesso negli anni di maturare conoscenze basate su esperienze di prima mano, che almeno per me si sono rivelate essenziali per rendermi conto che il corpo fisico costituisce un veicolo temporaneo e che la coscienza è in grado di esplorare altre dimensioni che sono ugualmente reali e tangibili quanto quelle esperite sul piano fisico.

Dopo oltre un migliaio di OBE e centinaia di esperienze transpersonali, ci sono in particolare cinque miti che desidero sfatare sull’Aldilà:

1. Non c’è nulla di morboso o patologico nel sentire il bisogno di tenersi in contatto

Avendo personalmente ricevuto un’educazione religiosa superficiale e incapace di rispondere ai miei quesiti sulla vita dopo la morte del corpo fisico, l’unica risposta ricevuta alle mie ostinate domande sull’argomento a catechismo era che i morti devono “riposare in pace”, che anzi non vanno “disturbati” o “distratti” dal proprio percorso di espiazione o evoluzione e che il nostro unico compito è pregare per la salvezza della loro anima.

Al contrario, in tutte le mie esperienze di contatto diretto con i defunti, cui si sono aggiunte quelle vissute tramite tecniche meditative finalizzate al contatto medianico, ho avuto modo di appurare che i nostri cari sono desiderosi di farci sapere che sono vivi, guariti da eventuali malattie o traumi fisico, felici, al sicuro e desiderosi di far parte delle nostre vite, vigilare su di noi e guidarci.

Ho anche scoperto che il fatto di sentire improvvisamente l’assenza di un proprio caro o pensare all’improvviso a lui o lei sono entrambi vividi segnali che gli spiriti disincarnati usano per farci sentire la loro presenza e vicinanza, proprio come succede talora quando pensiamo a una persona e nel contempo questa ci telefona o bussa alla porta.

2. Ogni religione o sistema di credenze incentrato sull’amore è ugualmente prezioso

Da piccola mi chiedevo come mai per esempio, i comunisti dell’Est Europa nati e cresciuti in un contesto ateo fossero destinati a bruciare per sempre all’inferno.

Successivamente, alla fine degli anni ‘90, mi sono imbattuta in una nuova forma di fanatismo dogmatico, secondo la quale chi muore con un determinato sistema di credenze può andare incontro a pericoli nell’Aldilà, in quanto le nostre aspettative danno luogo e forma alla nostra destinazione nel dopo-vita. In casi estremi, questi derelitti non si renderebbero nemmeno conto di essere morti, non troverebbero nessuno a riceverli nell’Aldilà e dipenderebbero dal buon cuore dei viventi che frequentano specifici corsi di “recupero” finalizzati ad attirarne l’attenzione e a portarli alla Reception del Paradiso.

Con il tempo, mi sono resa conto che, fatta eccezione per le tante persone che portano avanti questi discorsi in buona fede, ogni forma di fondamentalismo dogmatico nasce al fine di manipolare e controllare il prossimo, vuoi per paura, vuoi per denaro, vuoi per potere, vuoi per un semplice bisogno di gratificare il proprio Ego. E quale manipolazione migliore di quella di proiettare nell’Aldilà le medesime dinamiche distruttive che possono verificarsi sul piano fisico? Ed ecco profilarsi scenari terrificanti, quale la dannazione eterna, la reincarnazione forzosa nel tempo lineare o addirittura la “seconda morte” o morte definitiva dell’anima.

Al contrario, in base alle esperienze maturate e raccolte anche dallo studio delle NDE o esperienze di premorte, non c’è proprio nulla di male nel maturare o attenersi a uno specifico sistema di credenze nel corso della vita fisica. Quest’ultima è appunto finalizzata all’esplorazione e alla creazione in un contesto inconcepibile per gli spiriti mai incarnati (che conoscono solo il puro amore incondizionato). L’importante appunto è sentire o riscoprire la centralità dell’amore, dell’amor proprio e dell’amore per il prossimo, anche se spesso ci si dimentica dell’importanza di volersi bene.

Infatti, coloro che sono morti e hanno avuto modo di tornare o di comunicare in qualsivoglia maniera, insistono sul fatto che l’amore è l’essenza di tutto e che la morte è un gioioso ricongiungimento con la nostra vera essenza, con i nostri cari e con il tutto.

3. La morte non è un momento di smarrimento ma di risveglio 

Quando abbandoniamo il piano fisico e ci risvegliamo dall’illusione che la vita di spiriti incarnati comporta, abbandoniamo anche il tempo lineare a lo spazio tridimensionale. Sebbene i nostri cari possano, dopo la morte, vivere una fase di sonno ristoratore (come lo definisce il ricercato Ernesto Bozzano), una revisione di vita e una fase di riflessione introspettiva su quella che è stata la propria vita su questo piano, queste fasi non si verificano nel nostro tempo fisico e non possono condizionare la possibilità che i nostri cari hanno di far sentire la propria presenza attorno a noi.

In altre parole, la morte è un’esperienza molto delicata, delicata e semplice, che il grande ricercatore nel campo dei fenomeni psichici e medium W.T. Stead ebbe a descrivere “come il passaggio da una stanza a un’altra”. Sebbene essa possa comportare una fase di frustrazione nella constatazione che il nostro spirito disincarnato non sia visibile ai nostri cari che ci piangono, a questo si accompagna subito il conforto che le persone care rimaste fisicamente in vita si risveglieranno dal sogno in cui sono immersi in un batter d’occhio, per quanto li riguarda, proprio perché con il trapasso si esce dal tempo lineare.

Anche lo spirito di persone malvagie, come l’ex-ufficiale nazista menzionato nel libro Visioni dell’Aldilà  del Dott. John Lerma, che durante uno stato di coma visse un’esperienza all’insegna dell’oscurità e del senso di colpa che gli sembrò durasse dei secoli, non è soggetto al nostro tempo lineare.

Chi, ipotizzando l’esistenza della dannazione eterna, non prende ad esempio crudeltà e sadismo, come nel caso dei responsabili dello sterminio degli ebrei in occasione della II Guerra Mondiale?

Questo paziente, che dopo la guerra era emigrato in Sud America e non aveva confessato neanche a sua moglie le proprie malvagità, prima di morire cadde in coma e visse un’esperienza di premorte in cui si ritrovò in una sorta di caverna oscura, assieme a spiriti di persone che si erano macchiati di crimini analoghi. Schiacciato dal senso di colpa che gravava sulla propria coscienza, gli ci vollero quelli che gli parvero secoli per chiedere aiuto e per accettare il riscatto che rivivere l’effetto delle proprie azioni sugli altri gli avrebbe donato. Tuttavia, quando si risvegliò dal coma erano passate soltanto 48 ore, ed ebbe il tempo di condividere con il Dott. Lerma la sua esperienza prima di morire

Da ultimo, ma non da meno, noi uomini siamo esseri multidimensionali e abbiamo modo, se lo desideriamo, di vivere la nostra esistenza su vari piani e in varie modalità: di qui anche il concetto di reincarnazione, che può, se interpretato alla luce dei nostri concetti terreni di spazio e tempo, anche dar luogo al timore di non ritrovare al momento della morte un proprio caro, perché ipoteticamente impegnato a vivere un’altra vita. Tuttavia, sulla base di quanto ci dicono i sopravvissuti a una esperienza di premorte o NDE, qualora venga ricordata più di una esistenza, queste sono percepite come “simultanee” e in nessun modo in grado di pregiudicare la nostra identità personale unica e indistruttibile. Questo significa che non perdiamo mai di vista i nostri cari. Il mio libro Looking Beyond the Fishbowl: A New Comforting Perspective on Reincarnation (attualmente in fase di ampliamento in italiano La verità sulla reincarnazione: Conforto e sollievo da un concetto spesso ambiguo), è interamente dedicato a dipanare la matassa dei preconcetti e dei possibili timori che possano affliggere una persona a lutto quando si confronta con la letteratura su questo argomento.

4. Non esistono spiriti inferiori legati alla terra che possano infestare, possedere o altrimenti intromettersi nelle nostre vite     

La morte non comporta l’esigenza o necessità di “passare oltre” e abbandonare un piano per poter proseguire la propria esistenza in un altro. In altre parole non esiste con la morte l’esigenza di andare altrove.

Non ci sono spiriti intrappolati cui sia dato tormentare i vivi o infestare case e persone come la letteratura e cinematografia horror sul dopo-vita suggeriscono. Al contrario siamo attorniati da creature angeliche che ci proteggono e ci guidano costantemente.

Anche se il dopo-vita comporta per gli adulti una fase di presa di coscienza, adeguamento, riflessione introspettiva, questa è di natura personale e individuale, e, come già accennato, non si verifica nel nostro tempo. Tutti noi, i cosiddetti “vivi”, così come i cosiddetti “morti”, siamo costituiti della stessa essenza, della medesima “materia prima”: lo spirito. Venuto meno il collegamento con il corpo,  il nostro spirito tende naturalmente a disinteressarsi di tutto ciò che lo preoccupava riguardo alle esigenze del corpo fisico: malattia, vecchiaia, bisogno di procurarsi il pane quotidiano e un tetto sulla testa sono pensieri che non riguardano lo spirito disincarnato. Quello che un tempo poteva essere il lavoro necessario per procurarsi da vivere si rivela per quello che è: missione, vocazione, hobby, creativa esplorazione, viaggio di istruzione e di piacere a un tempo.

Quando ci risvegliamo dall’illusione imposta dall’incarnazione sul piano fisico,  ci ritroviamo istantaneamente nella nostra vera casa in spirito, che, come spiegato nel libro L’Aldilà è a portata di mano, ricomprende la famiglia e la casa create sul piano terreno, vera casa che riconosciamo istintivamente grazie al senso di appartenenza e magnetico amore incondizionato che vi troviamo.

A quel punto ci rendiamo conto che il piano fisico non è altro che un’emanazione più densa di un meraviglioso insieme.

Quindi, se da una parte la morte non separa, dall’altra non comporta e non permette invasioni della privacy, né in senso né nell’altro.

In considerazione di questo, al contrario del caso di chi ha una esperienza di premorte o NDE e ha avuto l’opportunità di scegliere di tornare all’esistenza fisica, coloro che compiono in modo definitivo il proprio trapasso non hanno bisogno di tornare nel corpo fisico per stare vicini ai propri cari; sanno infatti che siamo e saremo sempre assieme è che in un batter d’occhio i loro cari fisicamente vivi riacquisteranno anch’essi tale consapevolezza.

L’idea che fantasmi o spiriti inferiori possano infestarci o che, al contrario, se uno spirito disincarnato non compie un passaggio specifico che lo porti “nella luce”, rassegnandosi così a non più comunicare con i propri cari (vedi popolari serie TV come Ghost Whisperers) non sia in grado di progredire verso la propria meta, non sono che modalità con cui proiettiamo nelle nostre aspettative sul dopo-vita le medesime cognizioni di spazio-tempo, meriti e punizioni, su cui modelliamo la vita terrena.

Se da una parte è vero che forti emozioni represse, come dolore, risentimento, rabbia e frustrazione, da parte di persone fisicamente vive possono dar luogo a fenomeni psichici incontrollati come quelli denominati poltergeist, agli spiriti disincarnati non è consentito interagire con noi se non in modi delicati e non invasivi (si veda per esempio l’articolo: Come fanno i nostri cari a contattarci dall’Aldilà).

Gli invadenti fenomeni riportati in relazione a cosiddetti luoghi “infestati” si nutrono dell’energia psichica derivante dall’aspettativa dei viventi.

5. Lo spiritismo di matrice religiosa rischia di essere distorto dai dogmi che lo hanno generato

I fenomeni medianici generati da una corrente religiosa di matrice dogmatica risultano inevitabilmente inquinati dalla cultura e dal tempo in cui si verificano. I criteri che risultano più difficili da gestire dal medium ricevente sono i concetti di spazio e tempo, o meglio il carattere del tutto individuale e personale che spazio e tempo assumono oltre la vita fisica.

A maggior ragione, le trasposizioni cinematografiche, come nel caso del film Nosso Lar (2010), che è semplicemente ispirato a un libro dello spiritista brasiliano di matrice cristiana Chicho Xavier (1910- 2002), non possono che incrementare il divario fra ciò che viene comunicato al medium e ciò che viene propinato agli spettatori.

Nel libro omonimo scritto da Xavier nel 1944, su cui è basato il succitato film recentemente doppiato in italiano, si dà in pasto agli spettatori, in cambio di qualche briciola di verità, un Aldilà ingiusto governato dalle medesime leggi ingiuste che possono governare certe realtà della vita terrena. Il “Dio” prospettato in questa sorta di colonia brasiliana del dopo-vita è il Dio spietato dell’Antico Testamento, che pur venendo dichiarato “giusto” non sembra provare alcun amore per le creature, abbandonate inermi alla mercè di spiriti inferiori. Quello che maggiormente interessa, ai fini del contatto con i trapassati, è che il messaggio trasferito sia dal libro che dal film Nosso Lar è che la legge è legge e la legge non ammette ignoranza (per esempio, chi in vita non ha creduto all’esistenza di un dopo vita, deve pagare anche se non è colpa sua). Il libro sui cui si fonda il film presenta un’Aldilà in cui ci si fa beffe non solo della medianità e dell’amore che possa legare le persone, ma anche dello stesso spirito Cristiano.

Molto più affini alle esperienze di prima mano dei sopravvissuti a NDE (e alle mie esperienze pesonali) sono le risultanze della medianità Nord Europea e Nord Americana.

Il messaggio, cosciente o incosciente, dell’autore di Nosso Lar tradisce l’intento dogmatico, mirato al terrorismo psicologico diretto a chiunque si azzardi ad affacciarsi su questa terra poco esplorata, che è il dopo-vita, senza la guida e l’interpretazione del manipolatore di turno.


Per chi mi ha chiesto un commento sul film e libro Nosso Lar, aggiungo qui un approfondimento.

Il mio unico scopo nello scrivere questo articolo è la tutela delle persone a lutto e del diritto di tenersi in contatto con i propri cari, se non direttamente tramite un medium professionista.

Gli inferni personali delle persone malvagie sono un dato di fatto acclarato e innegabile. Proponevo nell’articolo l’esempio estremo di un ex-ufficiale nazista che, pur di non cedere al ricatto dei propri superiori, che minacciavano la vita di moglie e figli, aveva attivamente collaborato allo sterminio di un altissimo e imprecisato numero di persone. Nell’articolo cito anche la fonte, che è una raccolta di esperienze definite “A letto di morte”.

La letteratura spiritualista raccoglie anche altri esempi di inferni personali vissuti da persone che, non solo hanno trattato sadicamente il prossimo a livello fisico, ma anche a livello morale. Faccio riferimento a tali casi proprio per spiegare come la durata e dimensione dell’esperienze post-vita di queste persone non avviene secondo il metro del “nostro” tempo lineare, sebbene ai reprobi non sia concesso comunicare durante tale fase con i propri cari, proprio a tutela degli spiriti ancora incarnati.

Il film Nosso Lar è la versione edulcorata di un libro che ho letto negli ultimi giorni e che tratta di una ipotetica colonia brasiliana del dopo-vita che proietta nell’Aldilà dei “penitenti”, dei “redenti” e anche della gente per bene molti dei limiti che si possono ritrovare nell’Aldiquà, quali i principi di penuria, conflitto e ingiustizia.

L’autore Xavier precisa prudentemente che tale colonia si distingue nettamente da altre colonie di estrazione ad esempio europea. Il fatto che mi pare renda tale tipo di letteratura un’offesa all’intelligenza riguarda vari aspetti, ma in questa sede mi limito a uno solo: la proiezione di questo non-amore e di questa linearità del tempo dall’Aldilà all’Aldiquà.

Il caso più inquietante è quello di una mamma per bene ma disperata cui viene negato di poter guidare i figli ancora in terra semplicemente perché non ha ancora maturato i “crediti” necessari che le deriverebbero da lavori per la sua sensibilità intollerabili.

Il protagonista, un medico che ha avuto il demerito di aver avuto una vita agiata durante gli studi e durante i 15 anni di professione, ha però il merito di aver curato gratuitamente 16.000 pazienti, sebbene lo abbia fatto con un certo senso di condiscendenza. Le raccomandazioni e intercessioni che glie ne derivano gli permettono di accorciare i tempi che lo dividono dal rivedere i propri cari. Dopo otto anni nell’Umbràl alla mercé di ogni bruttura e un solo anno di praticantato nella colonia, gli viene concessa una “licenza premio” di sette giorni per far visita alla propria famiglia in terra, secondo un regime che definirei carcerario.

Senza entrare nel merito di ciò che succede dopo, resta il fatto che, secondo questa visione, anche la figlia, che sente tanto la mancanza del padre, non può avere sue notizie per nove lunghi anni.

Se da una parte sia per molti versi comodo pensare che ciò sia possibile, poiché dà a chi soffre sollievo e pazienza e a medium poco preparati una scusa, questo fatto non vero può aggravare uno stato di lutto, ragion per cui lo considero inadatto ad un pubblico vulnerabile.

 

 

 

Un secondo stralcio dal mio libro “L’Aldilà è a portata di mano”

 

Ma è proprio vero che la persona cara non c’è più o non è più raggiungibile? Non è che magari siamo sintonizzati sul canale sbagliato, che la persona ci stia in realtà chiamando, parlando, mostrando delle cose… e noi non ce ne accorgiamo? Non è che magari la persona cara è proprio qui al nostro fianco e noi non ce ne rendiamo conto, pensandola in tutt’altro inaccessibile luogo?

In questo libro vedremo come ci si sente ad essere “disincarnati”, come ci si sente a tentare di comunicare con i nostri cari che piangono e non ci vedono, leggeremo qualche descrizione del meraviglioso mondo dell’eterna primavera, descritto da tanti spiriti disincarnati, dove i nostri cari pazientemente attendono che noi ci accorgiamo della loro presenza, proprio qui, in mezzo a noi, e di come essi stessi affermino che è molto più facile comunicare con una persona affettivamente cara (parente o amico) che non con un “tecnico delle comunicazioni”.

Scopriremo tre metodi collaudati, studiati per funzionare in momenti diversi, e a seconda delle situazioni e degli stati d’animo, con cui poter consapevolmente controllare e tenere traccia di un contatto che continua, incrollabile, a dispetto della dissoluzione del corpo fisico.

I tre metodi che esamineremo in questo libro saranno presentati in tre capitoli distinti. Essi sono:

  1. Contatto da svegli in un quieto stato meditativo
  2. Addormentamento consapevole
  3. Il sogno e il sogno lucido

Cosa più importante, scopriremo che il metodo prescelto, o magari più di uno, sono alla nostra portata, che noi possiamo metterli in atto con estrema facilità, purché lo vogliamo e ci concentriamo, e siamo disponibili a disinvestire un po’ delle nostre energie fisiche e mentali dal gioco di ruoli che ci tiene quotidianamente imprigionati, per destinarlo all’immensamente più libero, arioso e prezioso rapporto affettivo sempre vivo che ci lega ai nostri cari, sia in questa vita che nell’altra.

 

L’Aldilà è a portata di mano: Tre metodi collaudati per mantenere personalmente i contatti con chi ci ha preceduti nel Dopo-Vita di Giulia Jeary Knap è disponibile su AmazonSteetLib e Youcanprint. Per ulteriori informazioni: http://fracieloeterra.org/Aldilà

Uno stralcio dal mio libro “L’Aldilà è a portata di mano”

Un manuale su come mantenere personalmente i contatti con i propri cari nell’Aldilà potrebbe sembrare ardito, in un’epoca in cui l’attività di medium professionisti e certificati, che acquisiscono il proprio titolo dopo un opportuno corso di studi e di pratica, sta diventando sempre più popolare e sembrerebbe segnare una netta distinzione fra la persona “comune” che fa capo al professionista come intermediario e chi ha invece non solo ricevuto “il dono” ma ha anche studiato per affinarlo.

In realtà non è così. Noi non ci proponiamo di diventare professionisti della medianità, cosa che tra l’altro è tutt’altro che impossibile conseguire se si sente dentro di sé questa specifica passione e ci si applica a questa disciplina con pazienza e dedizione.

Il nostro intento è quello di rimanere in contatto con i “nostri” cari, usando gli strumenti che sono a disposizione di ogni singolo essere umano.

Come spesso sottolineerò in questo libro, noi tutti, i cosiddetti “vivi” e i cosiddetti “morti”, ma anche gli animali, le piante, le nostre case, il nostro pianeta, siamo fatti essenzialmente di spirito. Lo spirito è la nostra “materia prima” e grazie ad essa non siamo mai veramente separati gli uni dagli altri o dall’ambiente e dall’atmosfera in cui ci troviamo.

L’unico motivo per cui può risultarci laborioso sintonizzarci su questa dimensione dell’esistenza, sia fra persone fisicamente vive, sia con i trapassati, è il fatto che siamo abituati a investire buona parte delle nostre energie in un gioco di ruoli, che ci vede profondamente immersi, con la massima convinzione, in una determinata situazione di vita, che proprio grazie a questo convincimento supportato dalla cultura, dai rapporti interpersonali, dagli impegni quotidiani, dalle condizioni di salute, dai media, ecc., si replica, giorno dopo giorno, riproponendosi sempre uguale…

Fino a quando non succede qualcosa di apparentemente irreparabile. Una persona cara viene inghiottita in un misterioso buco nero, chiamato morte, e da un giorno all’altro non la vediamo più, non la sentiamo, non ci telefona, non ci parla, non ci scrive. I suoi oggetti personali sono lì, i vestiti sono sempre nell’armadio, la casa, i mobili, i soprammobili sono al loro posto, la macchina è in garage, il cellulare sul comodino, persino il profilo di Facebook (qualora se ne possedesse uno) continua a esistere …, ma quella persona cara da un giorno all’altro non c’è più.

Noi siamo di qua e loro sono di là, noi affaccendati e spesso schiacciati dalle incombenze quotidiane, e loro immersi nel riposo eterno, noi presi da mille e stressanti impegni, e loro assenti, chiusi in una tomba o nei nostri album fotografici…

L’Aldilà è a portata di mano: Tre metodi collaudati per mantenere personalmente i contatti con chi ci ha preceduti nel Dopo-Vita di Giulia Jeary Knap è disponibile su Amazon, SteetLib e Youcanprint. Per ulteriori informazioni: http://fracieloeterra.org/Aldilà

“Living with Grief: 36 Lessons from Life”

Per chi conosce l’inglese, ecco un’antologia appena uscita nella sua seconda edizione, frutto dell’opera di oltre 30 autori che, avendo esperienze personali di lutto, a seguito della perdita di una persona cara, o di una parte essenziale di sé, raccontano la propria storia, nella speranza di portare, con la propria testimonianza, conforto a chi ha vissuto o vive esperienze simili.

Queste storie ci rivelano esperienze profonde, ricche di sentimenti, che ci parlano non solo di sofferenza, ma anche di confusione, shock e senso di vuoto, sentimenti in cui il lutto ci può inaspettatamente proiettare.

La nota di speranza che questa antologia porta con sé sta nel fatto che ciascuna di queste persone ha trovato a proprio modo una via per continuare a vivere a dispetto del proprio dolore, anche se, sulle prime, si sentiva magari prigioniero di un labirinto di disperazione, e ha deciso di condividere una storia personale con il lettore, o con chiunque possa trarre ispirazione e motivazione dalla loro esperienza, per trovare così nuove prospettive di vita.

Il curatore, David Pierce, che insieme a sua moglie Judy è il fondatore dell’associazione senza fini di lucro  Friends Along the Road, si occupa dal 1999 di aiuto e sostegno alle persone a lutto, tramite forum dedicati, pagine Facebook e iniziative di vario tipo, allo scopo di offrire a chiunque soffra per la perdita di una persona cara, una sorta di sacro rifugio, un luogo di sosta, anche virtuale, in cui trovare riposo e conforto sulla propria strada. Sia David che Judy hanno dato un proprio contributo personale all’antologia.

friends-jpg250Tale missione di vita è stata intrapresa dai coniugi Pierce dopo la morte improvvisa della figlia quattordicenne Lilli, travolta da un auto mentre tornava a casa con gli amici nel tardo pomeriggio di un tragico venerdì del novembre 1999.

Questa seconda edizione è stata interamente revisionata dal curatore sia nello stile che nella grafica, e sarà presto disponibile anche in versione kindle.

Lo Studio di Julia (Julia’s Bureau)

Le parole che seguono furono trasmesse dall’Aldilà da Julia alla sua amica Ellen nell’ambito di una raccolta di lettere, Letters from Julia, trascritte da William Thomas Stead, grazie alla scrittura automatica, circa tutto ciò che Julia, amica defunta dello Stead, aveva da riferire sull’ambiente spirituale in cui si trovò dopo la morte. Le Letters from Julia furono pubblicate sulla rivista Borderland (uscita dal 1893 al 1897); furono poi raccolte in volume dal titolo After Death, Enlarged Edition on Letters from Julia, edito dalla Stead’s Publishing House, London, 1914.

Stead scriveva:

«Mentre la mia mano era intenta a scrivere una lettera a Ellen, pensai: “Chissà se Julia è rimasta molto sorpresa dalla nuova vita?” Istantaneamente Julia mi rispose:

Sì. Non ero preparata al fatto che l’aldiquà e l’aldilà fossero una cosa sola. Quando l’anima esula dal corpo essa rimane esattamente la stessa di quando era incarnata; l’anima, che è l’unico vero Io e utilizza la mente e il corpo come propri strumenti, al momento del trapasso non ha più bisogno o utilità di servirsi del corpo. Tuttavia, conserva la mente, la conoscenza, l’esperienza, le abitudini di pensiero: tutto ciò resta esattamente quello che era. (…) La cosa più straordinaria che appresi, una volta libera dal corpo fisico, fu la differenza che esiste fra quello che siamo in apparenza e il nostro Vero Io.

Potei apprezzare in modo del tutto nuovo le parole: “Non giudicare!” poiché il Vero Io è costituito molto più dell’uso che fa della mente che dell’uso che fa del corpo…

Il pensiero ha molta più sostanza di quanto possiate immaginare. Sognare ad occhi aperti non è un’attività futile od oziosa come potete pensare. L’influsso di una mente impegnata a idealizzare potrebbe non essere oggettivamente tangibile, ma viene percepito a livello sottile da menti più pratiche. Allo stesso modo, chi si concede a pensieri malvagi o poco puliti può influenzare impercettibilmente chi lo circonda, come per esempio i propri figli, anche se questi non hanno modo di sospettare che il loro genitore abbia mai nutrito tali pensieri.

Quindi, da questo lato dell’esistenza, le cose appaiono al contrario di come appaiono a voi e il pensiero si manifesta in tutta la propria forza. (…)

C’è stato un altro fatto che mi ha sorpreso non poco, e cioè la vacuità di tante cose. Con questo mi riferisco alla maggior parte delle cose cui diamo importanza nella vita terrena, come soldi, status sociale, meriti, fama, e tante cose cui tanto teniamo nella vita terrena. Qui non sono niente, non esistono più, si dissolvono come la nebbia di ieri o il tempo che ha fatto l’anno scorso. Sicuramente avranno avuto il loro significato, ma solo in via temporanea: non sono che nuvole di passaggio.

Desidero chiederti se puoi aiutarmi in una questione cui sono molto interessata. È da molto che desidero istituire un posto dove coloro che sono trapassati possano comunicare con le persone care ancora fisicamente in vita. Al momento, il mondo è pieno di spiriti che desiderano ardentemente comunicare con coloro da cui sono stati separati, proprio come io bramavo comunicare con te, ma non riescono a trovare una mano che si presti a scrivere per loro [W.T. Stead riportava le parole della defunta Julia tramite la scrittura automatica]. È una situazione così strana! Da voi ci sono tanti animi addolorati per il lutto; da noi tanti animi colmi di tristezza perché non possono comunicare con le persone che amano. Che si può fare per far sì che si possano rincontrare? Tu devi aiutarmi. Ma come? Non è una cosa impossibile. E, una volta raggiunto questo obiettivo, la morte avrà perso il suo pungiglione e la tomba la sua vittoria [v.  I Corinzi 15, 54-55]. L’apostolo [S. Paolo, N.d.T.] pensava che questo obiettivo fosse stato raggiunto, ma la paura della morte non è stata ancora debellata ed essa continua ad essere fonte di dolore e lutto. Chi può consolarci per la perdita di una persona cara? Solo coloro che possono dimostrare che chi muore non si è perso ma rimane vicino ai propri cari fisicamente vivi ancor più di prima e più che mai. Non credi che io sia stata molto più vicina ad Ellen da quando ho deposto le mie spoglie mortali? Ora posso stare con lei in modi che prima mi erano impossibili. Non sono mai stata così vicino alla mia cara amica prima di venire qui. Ma lei non lo avrebbe saputo, né tu avresti avuto alcun contatto con me se voi due non vi foste conosciuti.

Quello che ci vuole è una specie di ufficio, un centro di comunicazione fra l’aldiquà e l’aldilà. Non potresti istituire una sorta di ufficio con uno o più medium fidati? Se questo potesse alleviare le lacrime del mondo terreno, facendo sapere a chi ha perso una persona cara che i cosiddetti morti vivono in realtà più vicini a loro di quanto fu mai loro possibile in vita, ciò potrebbe alleviare tanto dolore. Ritengo che tu possa contare sulla partecipazione entusiasta di tutti coloro che risiedono al di qua dell’esistenza, nel mondo dello spirito.

Noi qui siamo pieni di gioia e speranza che questo progetto si possa realizzare. Immagina quanto soffriamo nel vedere tante persone amate che soffrono disperate, mentre coloro per cui piangono provano in vano ogni mezzo per attirare la loro attenzione e renderli consapevoli della propria presenza. E poi ci sono tante persone tormentate al pensiero che i propri cari possano trovarsi all’inferno, mentre in realtà si trovano fra le braccia amorevoli di Dio, che tutti accoglie. Ellen, mia cara, parlane con Minerva, e vedete cosa si può fare. (…) Sulle prime sono rimasta davvero sbalordita nell’apprendere l’importanza che gli spiriti danno alla comunicazione che è loro concesso avere con chi è ancora sulla terra. Certo, posso facilmente comprenderli, poiché anch’io sento il desiderio ardente di parlare con coloro che amavo ed amo; ma è molto più di questo. Quello che mi dicono da ogni parte, e in particolare le mie care guide, è che i tempi sono maturi perché si verifichi un grande risveglio fra le varie nazioni e che il mezzo tramite il quale tale risveglio potrà manifestarsi è l’improvvisa e definitiva dimostrazione, per ciascun caso individuale in cui questo desiderio si manifesti, della reale esistenza dello spirito, della continuità della vita dell’anima e dell’immanenza del Divino”.

Allora ho chiesto: “Ma io in che modo posso contribuire?

Julia continuò: “Tu sei un bravo medium scrivente. Se offrissi l’uso della tua mano affinché possa essere usata dallo spirito di coloro che risiedono qui, i cui parenti o amici sulla terra desiderino ricevere loro notizie, potresti far conto con grande fiducia sul fatto che il mondo dello spirito si serva della tua intermediazione. In ogni caso, qualora necessario, potrei sempre intervenire per spiegare le circostanze per le quali essi non potessero eventualmente servirsi della tua mano”.»

Per chi comprende l’inglese e desidera approfondire, il brano è tratto dal libro:

Nel 1892, William Stead aveva scoperto di avere il dono della scrittura automatica e fu allora che un’entità disincarnata che dichiarava essere la gentildonna Julia Ames cominciò a servirsi della mano di Stead tramite la scrittura automatica. All’epoca Stead scrisse: «Seduto da solo, con la mente rilassata, posi consapevolmente la mano destra che impugnava in modo normale la penna a disposizione di Julia e rimasi a guardare con grande e scettico interesse per vedere se scriveva».

Julia Ames era stata una giornalista professionista che curava anche The Woman’s Union Signal di Chicago. La Ames, che era stata amica di Stead, era deceduta nel dicembre del 1891. La sua più cara amica era una gentildonna di nome Ellen, che conosceva anche Stead. Ernesto Bozzano ci informa che «come avviene qualche volta in simili circostanze, le due amiche avevano tra di loro concluso un patto solenne, secondo il quale la prima che venisse a morire s’impegnava ad apparire all’altra al fine di dissipare in lei ogni dubbiezza circa l’avvenire della tomba». Julia disse a Stead che desiderava comunicare le proprie esperienze dall’aldilà per aiutare Ellen a comprendere che la morte era tutt’altro che la fine, ma qualcosa in attesa della quale vivere con gioia e speranza e che, sebbene il suo corpo fosse morto, lei non era morta affatto. Nello spiegare come era avvenuto il trapasso, Julia ebbe a scrivere: «Non provai alcuna sofferenza nel “morire”. Sentii solo una grande calma e pace. Poi provai una sorta di risveglio e mi ritrovai in piedi fuori dal mio vecchio corpo, nella camera in cui esso giaceva. Dapprima non c’era nessuno al di fuori di me. La mia prima sensazione fu di stupore circa il fatto che mi sentissi così bene. Poi mi resi conto che ero morta». In un’altra comunicazione, Julia disse: «La morte non esiste (…) La morte è solo un senso di privazione e separazione percepito dai cosiddetti “viventi” (…) La morte esiste solo per i “viventi”, non per noi».

Le lettere furono dettate fra il 1892 e il 1893 e in questo lasso di tempo Julia chiese a Stead di istituire quello che lei chiamò un Bureau (un ufficio), una sorta di centro dove, grazie all’impiego di medium, potesse praticarsi la comunicazione fra il mondo dello spirito e quello degli incarnati. Julia dichiarò di attribuire grande importanza al fatto di sapere di più circa la reale natura della nostra realtà, dicendo: «Potrebbe sembrarvi strano che verificare l’effettiva esistenza di un’altra vita possa accrescere l’importanza di quella che vivete sul piano fisico, ma è proprio così, e non potrete mai apprezzare la reale importanza della vostra vita terrena fino a quando non la vedrete da questa prospettiva, quella del dopo-vita, del mondo dello spirito. Mai, in nessun momento della vostra esistenza, può capitarvi di non influenzare l’eternità. Potreste considerarla una metafora, ma io lo intendo in senso letterale. Voi costruite il nostro mondo, tramite le opere che compite nel vostro, molto più di quanto voi possiate immaginare».

Le lettere di Julia parlano anche della legge della crescita spirituale, del lutto per i “defunti”, della vita nell’aldilà e di numerosi altri argomenti che ella riteneva importante che gli incarnati comprendessero prima di morire.

Nel 1893 Stead lanciò una pubblicazione chiamata Borderland (letteralmente: terra di confine), una rivista trimestrale su temi metafisici che fu pubblicata fino al 1897: fu su questa rivista che le lettere di Julia furono pubblicate per la prima volta. Il libro contenente le lettere e intitolato After Death fu pubblicato nel 1905 e fu un gran successo, con molte copie vendute nel Regno Unito e negli USA.

Nel prossimo articolo approfondiremo quanto di pratico fu fatto per allestire il Bureau di Julia e rifletteremo sulle implicazioni delle sue comunicazioni dell’Aldilà

 

Le esperienze fuori dal corpo

 

Negli ultimi 25 anni mi è spesso capitato di sentire persone estremamete interessate ai viaggi astrali che lamentano il fatto di non riuscirci. Spesso mi sento dire che lo faccio sembrare così facile, quando racconto qualche aneddoto, mentre in realtà non è così. Ho quindi pensato di citare un in questo articolo le mie argomentazioni così come riportate nel libro L’Aldilà è a portata di mano per spiegare perchè ritengo molto più allettante e semplice imparare ad avere sogni lucidi (a rendersi, cioè, conto in un sogno di stare sognando) e perchè considero quest’ultimo il mio metodo preferito di contatto con i nostri cari nel mondo dello spirito.

“I cosiddetti viaggi o esperienze “fuori dal corpo” o OBE (dall’acronimo inglese Out of the Body Experiences”, abbreviato anche in O.O.B.E.) si verificano quando, spontaneamente o volontariamente, la mente si sveglia mentre il corpo dorme.

Nel mio caso, il fenomeno si era presentato spontaneamente durante l’adolescenza, almeno quindici anni prima di poterne capire a fondo il significato. In pratica mi capitava che, se rimanevo sveglia a studiare fino a tardi, o se mi addormentavo esausta per un’oretta nel pomeriggio (in altre parole, se il mio corpo risultava particolarmente stanco, ma la mente lo era meno, oppure era sovraeccitata dallo studio quando il mio corpo era ormai esausto), mi svegliavo all’improvviso con la mente, incapace di controllare il corpo fisico.

La sensazione, che molti studenti e atleti conoscono, di svegliarsi con la mente in un corpo paralizzato, di non riuscire neanche a sollevare le palpebre, con un ronzio o una vibrazione forte nella testa, di cercare di gridare senza riuscire ad emettere neanche un sussurro, era tutt’altro che piacevole.

Solo in anni recenti ho scoperto che l’anomalia, denominata in questa sua prima fase “paralisi del sonno”, era dovuta al fatto che durante il sonno REM il tono dei muscoli scheletrici scompare completamente; questo fenomeno, detto atonia muscolare, si associa alla paralisi funzionale dei muscoli scheletrici. Durante il sogno non si è perciò in grado di muoversi; se così non fosse, ogni episodio di sonno REM si accompagnerebbe a un’intensa agitazione motoria, dettata dalla necessità di mimare le azioni compiute in sogno.

Chi dunque, a causa di questa disarmonia fra lo stato di stanchezza del corpo e lo stato di vigilanza della mente, si sveglia con la mente mentre il corpo dorme, può avere la spiacevole sensazione di essere prigioniero in un corpo paralizzato, il che si accompagna naturalmente a sentimenti di ansia, paura o terrore, sebbene l’esperienza sia in genere oggettivamente piuttosto breve.

Personalmente, una volta rassegnatami al verificarsi di questi episodi e aver escluso di avere qualche grave malattia, avevo inventato da ragazza un sistema per uscire da queste situazioni, risvegliando il corpo: immaginavo di compiere un atto che richiedeva un alto grado di concentrazione, come quello di dissociare il movimento delle mani facendo loro compiere gesti di tipo diverso (muovendone una in senso circolare e l’altra su e giù, tanto per fare un esempio), e questo bastava a risvegliare il corpo.

Gli episodi di paralisi notturna, con le loro spiacevoli vibrazioni e le mie tecniche di risveglio continuarono per molti anni. Ce ne vollero, infatti, una quindicina per scoprire che, quando la mente si sveglia nel corpo addormentato (in inglese, parlando di OBE, si usa proprio l’espressione “mind awake – body asleep”), la coscienza è libera di abbandonare il corpo e di spostarsi in uno stato di totale vigilanza su altri piani e in altre dimensioni. In particolare, chi ha familiarità con questo argomento, parla in genere di “piano astrale”, sul quale ci muoveremmo con questo secondo corpo, più sottile, chiamato appunto “corpo astrale”.

Secondo gli “addetti ai lavori” tutti e tutto avrebbero una propria dimensione o versione “astrale”, che ha una propria esistenza parzialmente indipendente dalla dimensione fisica, si modifica e si muove con molta più fluidità e facilità in risposta ai nostri pensieri e “funziona” talora autonomamente anche quando siamo svegli. Ad esempio, mi è capitato più di una volta, mentre ascoltavo qualche conferenza un po’ noiosa o ero io stessa leggermente assonnata (e dunque vicina allo stato di dormiveglia) di vedere gli spettatori accanto a me muoversi, girarsi, guardarsi intorno, rivolgersi al proprio vicino, mentre la loro controparte fisica era pressoché immobile ad ascoltare il relatore. Mi è anche capitato, in stato di dormiveglia, di vedere mio marito aggirarsi per la casa e fare come suo solito dei piccoli lavoretti, mentre la sua controparte fisica si trovava a più di cento chilometri di distanza.

Ebbene, questo è quello che io chiamo “corpo astrale”: un corpo non vincolato dalle leggi dello spazio e del tempo, libero di fare le cose che noi ci limitiamo a sognare ad occhi aperti e, durante le OBE, solido e tangibile quanto uno spirito disincarnato, tanto da poter toccare i nostri cari nell’Aldilà e parlarci senza problemi.

Infatti, in base all’esperienza da me maturata successivamente, quando il corpo fisico dorme e la mente è sveglia, quest’ultima può con il corpo astrale camminare o volare nella versione astrale della camera da letto e del resto della casa, volare nel circondario, raggiungere in un battibaleno luoghi lontanissimi e incontrare altre persone sveglie o anch’esse addormentate e girovaganti nei propri corpi astrali, fino a incontrare persone defunte e visitare i luoghi dove esse risiedono; a quanto ho visto, esistono anche luoghi intermedi di incontro, per queste riunioni con i trapassati, come esiste la possibilità di muoversi nel tempo e incontrare la versione futura o passata dei propri cari.

Nel mio caso, la vera e propria scoperta del nuovo mondo cui le paralisi notturne potevano portarmi avvenne per caso: avevo ventinove anni ed ero particolarmente stressata perché, essendo stata da poco promossa e trasferita presso la sede milanese dell’azienda per la quale lavoravo, vivevo in albergo da ben quattro mesi, senza riuscire a trovare un appartamento in affitto. Una notte, intorno a mezzanotte, stavo appunto cominciando ad assopirmi, quando mi si presentò la familiare sensazione di pesantezza delle membra e di ronzio nella testa. Questa volta però, invece di dibattermi in un corpo paralizzato, fui sbalordita nel constatare che le mani e le braccia “volavano via”, svincolate dalle braccia vere … Scioccata, d’istinto le tirai giù, risvegliandomi completamente.

Cos’era successo? Ero forse impazzita?

In realtà, scoprii quasi subito, ragionando sulle poche cose che avevo sentito fino a quel momento sui viaggi fuori dal corpo, che i miei arti fisici erano rimasti in quel frangente paralizzati come sempre; io stessa (o sarebbe forse meglio dire il mio corpo), ero momentaneamente scivolata nel sonno: a volar via erano state le “altre braccia”, quelle che vengono attribuite al corpo astrale, testimone la mia mente o coscienza (difficile operare un distinguo fra le due in momenti così concitati), che era rimasta invece vigile e lucida a registrare l’episodio.

Esercitandomi e facendo pratica nelle settimane e nei mesi che seguirono, scoprii che, quando la mente si svegliava mentre il corpo dormiva, questo non costituiva più una barriera: non era più solido, ma cedevole e poroso, fatto di un’energia che poteva essere tranquillamente attraversata. Non solo potevo uscire da quel corpo, ma potevo infilarci dentro le mani astrali, così come potevo attraversare il materasso o i muri, avvertendo talora come una sorta di tenue vibrazione o pizzicorino. Potevo galleggiare fin sotto il soffitto come un palloncino, o scendere giù a pochi centimetri dal pavimento, oppure potevo specchiarmi e vedere il mio corpo astrale.

Quella di specchiarmi divenne ben presto un’abitudine consolidata che mi sono portata dietro fino ad oggi. Poiché mi ripugnava l’idea di guardare il mio corpo addormentato nel letto, per quanto non avessi problemi a toccarlo e mi incantavo ad ascoltare il ritmico suono del suo respiro, trovavo che specchiarmi con il corpo astrale costituiva comunque un’impresa piuttosto audace, e negli anni ho scoperto che mi consentiva anche di avere un’idea più o meno precisa del mio stato d’animo a livello profondo, in modi molto più chiari di quanto il corpo fisico lasciasse trapelare.

Ad esempio, nei primi tempi delle mie sperimentazioni ero una persona piuttosto solitaria, in quanto vivevo a circa quaranta chilometri dal posto di lavoro e non avevo amici in città. Inoltre attraversavo un periodo di tristezza, a causa del recente trasloco dal Piemonte, e, nonostante le soddisfazioni sul lavoro, non ero tutto sommato quella che si può definire una persona felice.

Le prime volte che, durante i miei viaggi fuori dal corpo, mi specchiai per vedere che aspetto avesse il mio corpo astrale, fui sorpresa nel constatare che, mentre il mio volto fisico se ne andava in giro sapientemente truccato con capelli in ordine e orecchini diversi tutti i giorni, quello astrale appariva emaciato, con ecchimosi e cerotti, i capelli erano in disordine (una volta portavo addirittura i bigodini) e i vestiti erano sempre sciatti o rovinati. Fortunatamente ero anche dotata di un formidabile intuito, per cui non mi lasciai prendere dallo sconforto e attribuii immediatamente quelle immagini al mio io emozionale, triste e solitario.

Nel corso degli anni, mi sono specchiata numerosissime volte durante le mie OBE, e con la maternità e il formarsi della mia famiglia ho visto l’aspetto del mio corpo astrale diventare sempre più bello, giovane e gioioso.

Un’ultima divagazione sull’immagine che mi rimandano gli specchi astrali lo destino ad un periodo più recente, in cui, colpita da una brutta malattia e soggetta a mesi di terapie che mi avevano fatto temporaneamente perdere i capelli, mi sono vista in uno specchio collocato in un ambiente molto più ampio e luminoso della mia casa materiale, e con una stanza in più appositamente destinata al riposo e alla ripresa fisica. L’immagine che mi rimandava lo specchio era quello di una bella donna, almeno dieci anni più giovane e con capelli fluenti: l’unica stranezza erano gli occhi velati di una rossa patina di paura. In quell’occasione, capii quanto era cruciale, ai fini della guarigione, superare la paura e guardare al futuro con fiducia. Mesi dopo, dopo essermi sottoposta a una TAC di controllo che mi aveva finalmente tranquillizzato, ho avuto il piacere di specchiarmi ancora sul piano astrale, e di vedere il mio volto impreziosito da due enormi occhi verdi, liberi ormai dalla patina della paura.

A questo proposito, cito una curiosità: nel settembre 2010, due anni prima delle terapie che mi avrebbero fatto perdere i capelli, in un’OBE avevo chiesto di poter incontrare il Maestro Gesù, cui sono sempre stata affezionata specie per il suo amore per i bambini. Mi ero ritrovata in una pineta ricchissima di colori e di profumi, ma nel contempo (fatto straordinario) potevo rimirare il cielo stellato come se fosse notte. Gesù insegnava in una sorta di istituto, ma in quell’occasione uscì appositamente per incontrarmi. Aveva il suo “look” tradizionale, con barba e capelli lunghi, ma era vestito con moderni abiti casual: jeans e camicia con maniche risvoltate all’altezza dei polsini. Guardandomi negli occhi, mi trasmise un pensiero tratto dalle Scritture, ma straordinariamente rivelatore con il senno di poi: mi fece intendere che sapeva finanche quanti capelli avevo sulla testa!!!

Per tornare brevemente agli specchi, desidero solo sottolineare che, oltre a riflettere la mia immagine, e quella di eventuali entità vicine a me, questi si sono rivelati negli anni dei portali eccezionalmente efficaci per trasferirmi velocemente dal piano astrale in cui mi trovo al “luogo” in cui desidero andare, specie se si tratta di incontrare qualche persona in particolare, vivente o defunta che sia.

 

Alice attraverso lo specchio di Lewis Carrol è il libro che probabilmente mi ha maggiormente affascinato e influenzato da bambina circa l’uso degli specchi come portali verso altre dimensioni.

 

Facciamo ora un passo indietro, e torniamo alla notte in cui mi erano “volate via” le braccia, nell’autunno del 1990. Da quel momento in avanti cominciai a leggere tutto quello che potevo sull’argomento dei viaggi astrali. All’epoca non potevo contare su internet, e non era facile affrontare un tema del genere con la mia normale cerchia di conoscenze senza sembrare quantomeno “strana”. Il primo libro che mi assorbì completamente fu I miei viaggi fuori dal corpo di Robert Monroe. A questo ne seguirono numerosi altri. Leggevo e mi esercitavo. Essendo single potevo davvero sbizzarrirmi. Il sabato e la domenica, nel mio monolocale, staccavo telefono e citofono e mi davo all’esplorazione.

Tenendo un diario dei sogni e delle OBE, potei scoprire che un’esperienza in parte simile al viaggio astrale, molto comune, è quella in cui, durante un sogno, ci si rende conto di stare sognando e allora si riesce in modi più o meno diretti ed efficaci a controllare quello che avviene nel corso del sogno stesso. Si tratta dei cosiddetti “sogni lucidi”, in cui siamo ancora parzialmente immersi in uno stato di coscienza onirico, per cui anche cose strane o improbabili possono continuare ad apparire normali.

Anche se nell’ambito del sogno lucido esistono vari gradi di lucidità, che possono essere volontariamente accentuati fino ad arrivare all’OBE, nell’OBE propriamente detta la mente è comunque pienamente sveglia, anche se le nostre priorità possono variare leggermente da quelle dello stato di veglia a causa delle prospettive più ampie che abbiamo. Grazie a questa dicotomia, si ha la chiara cognizione di muoversi con un corpo simile a quello fisico, ma diverso, non soggetto alle leggi del mondo fisico, nella dimensione di cui abbiamo appena parlato.

Queste esperienze, spontanee o volute, sono andate avanti per ventisei anni, regalandomi episodi unici e commoventi. Con il tempo, l’esperienza, le letture e le riflessioni sull’argomento, mi sono resa conto che i “luoghi” che i miei viaggi astrali mi consentivano di visitare non erano tanto “fuori” dal corpo fisico, come il nome di questo fenomeno suggerisce, ma piuttosto dimensioni interiori della coscienza e dello spirito, sebbene questo rimanga un tema aperto, dal momento che i concetti di “dentro” e “fuori” non hanno la stessa importanza che gli attribuiamo al di là del piano strettamente fisico

In altre parole, se durante la veglia, nel nostro stato di coscienza ordinario, qui sul piano fisico, tutto quello che vediamo e tocchiamo ha una parte interna e una parte esterna, al di là di questa nostra dimensione, i concetti di “dentro” e “fuori” cessano di avere importanza, per cui anche disquisire su se il piano astrale si trovi “fuori” dal piano fisico, come una sorta di guscio energetico che lo circonda, oppure “dentro” di esso, come una sorta di parte estrema del nucleo spirituale che costituisce la nostra essenza, diventa pura teoria, e forse non ha alcuna importanza.

William Buhlman, uno dei massimi esperti americani nel campo delle OBE, è uno studioso che ha voluto appunto porre l’accento sull’idea che la proiezione astrale sia in realtà un viaggio interiore. Da parte mia, posso dire che questa particolare chiave di lettura mi ha liberato da molte paure, prima fra tutte quella di poter rimanere “chiusa fuori” dal corpo, o di vedere definitivamente troncata la cosiddetta corda d’argento che legherebbe il nostro corpo astrale a quello fisico mentre se ne va in giro fuori dal corpo.

Ma indipendentemente da queste speculazioni, resta il fatto che, se è vero che negli anni delle prime sperimentazioni mi sono concentrata sull’esplorazione del piano più vicino a quello fisico, non è passato molto tempo prima che il desiderio di visitare i miei cari nell’Aldilà prendesse il sopravvento.

(…) desidero sottolineare un’ultima volta quanto il viaggio astrale non costituisca altro, a mio parere, che uno stato di maggior lucidità rispetto al sogno lucido, ovvero il sogno in cui si è consapevoli di sognare. Desidero anche puntualizzare, ancora una volta, che il sogno lucido, se lo si desidera, può costituire un trampolino di lancio per il viaggio astrale, in quanto, quando si è consapevoli di sognare e si ha a disposizione una buona fetta di consapevolezza circa quello che sta succedendo, si può anche fare la scelta precisa di amplificare il proprio grado di lucidità, passando ad un’OBE vera e propria.

Anche se a questo punto potrebbe sembrare superfluo, colgo l’occasione per sottolineare il mio totale dissenso con studiosi, praticanti e insegnanti del sogno lucido quali Charlie Morley, che considerano il 99% dei soggetti incontrati in un sogno lucido come personaggi onirici (o P.O.), ovvero semplici prodotti della mente del sognatore. Sebbene condivida con tali ricercatori il concetto più ampio che questa vita sia in realtà simile a un sogno dal quale con la morte ci risveglieremo nella nostra più grande realtà di appartenenza, non trovo questo un motivo valido per negare l’assoluta autenticità ed individualità degli spiriti incarnati o disincarnati con cui possiamo relazionarci sia nello stato di veglia che in altri stati modificati di coscienza, come il sogno e le OBE.”

[Brano tratto da L’Aldilà è a portata di mano]

Il motivo per cui in genere non incoraggio le persone a imparare ad avere esperienze di OBE è perhè, in tali esperienze la mente e pienamente vigile, per cui tutti i filtri logici, critici e razionali con i quali discriminiamo la realtà nella vita di tutti i giorni possono intralciare la comprensione di ciò che ci sta accadendo. Al contrario, nel sogno lucido, la mente che ci accompagna nella vita di veglia è parzialmente “sedata” e in grado di cogliere intuizioni e idee di cui potrebbe sfuggirci il senso quando siamo svegli.

Il motivo per cui faccio spesso riferimento alle più tangibili esperienze di OBE quando parlo delle varie tecniche per contattare i nostri cari nell’Aldilà è semplicemente quello di fornire prove pratiche a supporto della veriticità delle esperienze che sono invece pienamente accessibili a tutti tramite sogni, sogni lucidi e in un quieto stato meditativo.

 

 

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“Morendo ho ritrovato me stessa” di Anita Moorjani

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Il sottotitolo di questo libro è “Viaggio dal cancro, alla premorte, alla guarigione“.

“Ho avuto la possibilità di tornare indietro… oppure di restare dov’ero. Ho scelto di ritornare quando ho capito che il ‘paradiso’ è uno stato mentale, non un luogo da raggiungere.”
– Anita Moorjani

“Prima dell’esperienza di premorte, probabilmente per via della mia cultura, pensavo che lo scopo della vita fosse raggiungere il nirvana, ovvero evolversi oltre il ciclo di nascita e morte della reincarnazione e non fare più ritorno alla dimensione terrena. Se fossi cresciuta immersa totalmente nella cultura occidentale, probabilmente il mio scopo sarebbe stato di andare in paradiso. A prescindere dalla cultura di riferimento, questo è un obiettivo piuttosto comune: vivere in modo tale da assicurarsi una vita perfetta nell’Aldilà. Ma dopo la mia esperienza di premorte, ho sentito che le cose stanno diversamente. Anche se so che continuerò a vivere anche oltre questo piano della realtà, e sebbene non abbia più paura della morte fisica, ho perso il desiderio di essere altrove tranne che nel posto in cui mi trovo ora. È interessante notare che sono più radicata nel presente e sono maggiormente focalizzata sulla perfezione della vita insita in ogni istante, invece che concentrata sull’altra dimensione. Ciò è fondamentale, perché il concetto della reincarnazione nella sua forma convenzionale, come vite progressive che si svolgono in modo sequenziale una dopo l’altra, non trova conferma nella mia esperienza di premorte. Mi sono resa conto che il tempo non si muove in modo lineare, a meno che, per percepirlo, non usiamo il filtro del corpo fisico e della mente. Una volta che non siamo più limitati dai sensi terreni, ci accorgiamo che ogni istante esiste contemporaneamente. Sono giunta a pensare che il concetto della reincarnazione non sia altro che una interpretazione, un tentativo di spiegare in modo razionale la simultaneità dell’esistenza. Pensiamo in termini di “tempo che passa”, ma nella mia esperienza di premorte, sembrava che il tempo esistesse in quanto tale e che fossimo noi a spostarci attraverso di esso. Ciò significa che non solo tutti gli istanti temporali esistono simultaneamente, ma anche che nell’altra dimensione possiamo andare più veloci, più lenti o persino a ritroso e lateralmente”.

Ecco un libro che consiglio caldamente a chi è affascinato dalle esperienze di pre-morte e nel contempo ha dubbi o timori circa il concetto di re-incarnazione, quale ineluttabile sequenza di vite con le quali pagheremmo il nostro debito karmico. Va sottolineato che l’autrice di questa toccante testimonianza (che si riferisce a un’esperienza del 2 febbraio 2006, seguita da una rapida e sbalorditiva guarigione) è cresciuta appunto nell’ambito di una cultura, quella induista, che promuove questo pensiero ed è quindi tanto più attendibile quando ci rivela le proprie riflessioni a riguardo.

Questa recensione non vuole naturalmente essere uno spoiler, ma aggiungerò che, avendo letto la versione originale, la collega Katia Prando ha fatto un ottimo lavoro e che il testo contiene altre illuminanti riflessioni su quanto sia preziosa questa vita, specie se, dopo aver rischiato di perderla, si ha l’opportunità di tornare indietro e condividere ciò che si è vissuto.

 

L’Aldilà è a portata di mano

BOOK TRAILER – L’Aldilà è a portata di mano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La medianità è un talento di pochi o esiste per ciascuno di noi la possibilità di rimanere in contatto con le persone care che ci hanno preceduto nel grande viaggio?

Secondo l’autrice, che ha seguito vari corsi sulla medianità professionale ma è anche un’esperta viaggiatrice astrale, tutti possono mantenere i contatti apparentemente interrotti dalla morte del corpo fisico, e molte sono le testimonianze presentate a supporto di questa tesi.

Il testo, tuttavia, prima di illustrare i metodi proposti per perseguire questo scopo, affronta doverosamente il tema del trapasso e della vita dopo la morte secondo le testimonianze pervenuteci da resoconti medianici e dalle affascinanti scoperte di chi, grazie a un’esperienza di premorte, ha avuto l’opportunità di affacciarsi oltre la soglia.

Inoltre, grazie all’esperienza diretta di contatto con i defunti tramite sogni, sogni lucidi, viaggi astrali ed esperienze mistiche vissuti soprattutto nel corso di questi ultimi venticinque anni, l’autrice presenta le proprie conclusioni sul Mondo dello Spirito e su come questo sia direttamente comunicante con il piano fisico, e ne sia anzi nel contempo emanazione ed essenza, nonostante il fatto che nella vita di tutti i giorni tendiamo purtroppo a considerare queste due dimensioni come compartimenti stagni.

Grazie a queste premesse, scopriamo che i nostri cari sono più che mai vicini a noi e desiderosi di rassicurarci, vegliarci e guidarci.

Al di là delle tecniche in sé, che sono alla portata di tutti, il testo si rivela una fonte di grande conforto non solo per chi ha subito una perdita, ma anche per chi, umanamente, si interroga su questo tema che per tanti versi viene purtroppo considerato un grande tabù.

Pagina dell’autrice: https://www.amazon.com/author/giuliajearyknap

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Questo libro è stato aggiornato: chiunque abbia gratuitamente scaricato o acquistato la versione kindle tra il marzo del 2014 e il marzo del 2016 potrà scaricare gratuitamente la versione aggiornata sui propri dispositivi di lettura.

Per chiunque abbia acquistato in quel periodo la versione cartacea e volesse ricevere quella aggiornata, potrà fare richiesta della versione PDF segnalandomi il proprio indirizzo e-mail tramite il Contact Form. Grazie! (8 aprile 2016)

 

L’esperienza fenomenale di trovarsi NEL tempo e FUORI dal tempo… allo stesso tempo

L’esperienza

Mi è capitato, anni fa, di ritrovarmi, allorché emergevo dallo stato di sonno, contemporaneamente nel tempo e fuori dal tempo. Questa straordinaria esperienza di risveglio (risveglio in tutti i sensi) risale all’alba del 23 maggio 2008.

Devo precisare, prima di riportarla, che la sera prima ero andata a dormire sapendo di dover tradurre 14 cartelle entro le 7 del mattino, fatto che nella realtà di veglia ordinaria comportava svegliarsi almeno 4 o 5 ore prima dell’orario di consegna (diciamo che avrei dovuto svegliarmi tra l’una e le due di notte). Ma avevo tante altre cose per la testa, sul piano pratico, incluso il fatto di aver quasi fuso il motore nel tardo pomeriggio, a causa di una perdita del radiatore, di essermi nel contempo trovata nell’impossibilità di andare a prendere mio figlio di 11 anni in palestra mentre cercavo freneticamente soccorso in un momento (ore 19:00 circa) in cui tutti i negozi, i distributori di benzina e le officine stavano chiudendo i battenti, il che, insieme ad altri problemi, aveva fatto scivolare la scadenza lavorativa un po’ indietro nella scaletta delle priorità.

Comunque, mi trovavo in uno stato di dormiveglia, intorno alle 4:30 del mattino (e dunque in un orario in cui avevo già maturato tre ore di ritardo rispetto ai miei impellenti programmi), quando ho cominciato a sperimentare questa lucida consapevolezza di trovarmi simultaneamente nel tempo e fuori dal tempo. Sarebbe stato pressoché folle per me cercare di acquisire questa consapevolezza in uno stato di coscienza ordinario, anche solo un’ora prima, ma da questo punto di vista ero in grado di concepire mentalmente entrambe queste nozioni senza alcuno sforzo, ne’ il bisogno di passare da un punto di vista all’altro.

Le cose (qualsiasi cosa io decidessi di fare) erano contemporaneamente non ancora avvenute e già avvenute. Il motivo per cui non avevo bisogno di passare da un punto di vista all’altro era perché entrambe queste realtà erano per me contemporaneamente vere.

Indugiai in questo incredibile stato di coscienza per un bel po’, concentrandomi su varie situazioni e rendendomi conto che, qualunque scopo mi ponessi, non si richiedeva alcuno sforzo per conseguirlo, perché nel Grande Tempo in cui mi trovavo immersa, era già stato raggiunto.

Persino le mie 14 cartelle, il cui pensiero mi avrebbe fatto saltare istantaneamente giù dal letto in uno stato di panico … erano state già tradotte nel modo e nelle circostanze migliori.

Questo incredibile stato di coscienza fu seguito da un sogno in cui si realizzavano fatti molto positivi, situazioni pratiche che ero in grado di vedere ed esaminare in grande dettaglio: in tutte queste vicende, mi era chiaro che il concetto di fortuna non era che una sfaccettatura della vita, una volta appreso e messo in pratica il segreto del Grande Tempo che per me già all’epoca si riallacciava a quanto stavo da anni studiando su quella che oggi è nota come “la legge di attrazione”.

Le sensazioni che seguirono a quella mattinata piuttosto intensa e impegnativa, e che sono ancora presenti in me ora, sono:

  1. è possibile accedere in un qualsiasi momento al Grande Tempo in cui i nostri scopi sono già stati raggiunti;
  2. un grande senso di rilassamento e la capacità di prendersela con calma, dal momento che non si richiede alcuno sforzo mentale per ottenere una cosa che è già successa;
  3. una rinnovata ondata di energia vitale derivante dalla consapevolezza che qualsiasi scopo (per quanto apparentemente irraggiungibile) sia stato fissato, si è già manifestato nel Grande Tempo, e questo piccolo tempo esiste solo al fine di regalarci un senso di soddisfazione per ciò che si è realizzato.

Questa è stata la più grande conquista per me, da quando avevo cominciato a sfidare il concetto di tempo lineare.

Come lo sfidavo? Dapprima in modo forse infantile, rimandando fino all’ultimo impegni gravosi o noiosi, che andavano però assolutamente assolti entro una scadenza precisa: quando andavo a scuola, per esempio, pur avendo sempre ottimi voti, ero solita dopo un’interrogazione smettere di studiare quella materia specifica, di modo che mi ritrovavo sistematicamente a studiare numerosi capitoli tutti in una volta alla vigilia dell’interrogazione successiva; ricordo anche di aver preparato un esame universitario in una notte.

Poi ho cominciato a ipotizzare l’esistenza di vite parallele o vite alternative, che, tramite sogni vividi, sogni lucidi (sogni in cui sapevo di sognare) ed esperienze fuori dal corpo (si veda per questo il capitolo 4 del mio libro L’Aldilà è a portata di mano: Tre metodi collaudati per mantenere personalmente i contatti con chi ci ha preceduti nel Dopo-Vita), ho avuto anche modo di contemplare.

Infine ho cominciato a cercare situazioni che mi dessero l’opportunità concreta di fermare il tempo.

Già mi era capitato, infatti, qualche mese prima di questa esperienza, di sperimentare un rallentamento del tempo mentre ero impegnata in attività piacevoli, fatto diametralmente opposto a quanto capita abitualmente nella realtà di tutti i giorni. Mi capitava cioè ad esempio, mentre ero a lezione di pittura, immersa nella creazione di un dipinto a olio, che il tempo, invece di “volare” sembrava quasi fermarsi, per permettermi di godere di quel momento così gioioso.

Ma ora, con questa esperienza diretta, mi sembrava di aver acquisito uno strumento estremamente potente per poter compiere qualsiasi cosa. Ho potuto sperimentare di persona la magnificenza del nostro potere creativo e mi basta richiamare alla mente quella consapevolezza speciale, quando mi pongo un obiettivo, per sapere che esso è già stato conseguito.

Ritengo pertanto estremamente importante fissare degli obiettivi, quando ci si sente in uno stato d’animo dinamicamente creativo, e permettere al nostro potere personale di guidarci.

Continuo ad essere convinta che gli stati d’animo contemplativi siano ugualmente preziosi, purché siano il risultato della nostra inclinazione personale del momento.

Tuttavia, fissare degli obiettivi sembra essere una di quelle capacità chiave che veniamo a imparare nel QUI e ORA, con quella che chiamiamo “Incarnazione” e, una volta fatta questa scoperta, uno dei miei desideri più grandi è diventato quello di valorizzarla al massimo.

Inutile dire che il mio lavoro di traduzione quel mattino, che avrebbe in teoria richiesto una porzione notevole di tempo che non avevo, fluì in modo tranquillo e senza rampogne da parte della mia agenzia di traduzioni, che in quella circostanza aveva casualmente fissato l’orario di consegna con notevole anticipo rispetto alle proprie esigenze effettive, cosa che mi fu telefonicamente comunicata prima ancora di mettermi al lavoro.

Ho voluto citare questa esperienza in apertura in quanto considero la consapevolezza di trovarsi fuori dal tempo un fattore cruciale per dare una spiegazione a tanti interrogativi cui il concetto di re-Incarnazione tenta di dare una risposta.

La mia tesi è che il nostro ingresso nel tempo determini da una parte eccezionali opportunità creative e dall’altra tutta una serie di percezioni limitanti e distorte che tuttavia possono in qualsiasi momento, volendo, essere superate grazie alla nostra stessa natura e agli strumenti spirituali di cui siamo equipaggiati

Estratto dal mio libro La verità sulla reincarnazione  @ Giulia Jeary Knap, 2014

Cio che ho appreso nel corso degli anni successivi

L’esito più importante di questa esperienza e di quelle che mi ci avevano condotta si può sintetizzare in questi quattro punti:

  • Cominciai a rendermi conto che il momento in cui abbiamo maggior potere nelle nostre vite è sempre ADESSO. Disperdere energie in rimpianti e paure non ci aiuta. Questo è il momento in cui abbiamo il maggior controllo sulle nostre vite, il momento in cui possiamo non solo pienamente apprezzare che significa essere immersi in questa dimensione fisica, ma ottimizzarla e valorizzarla al massimo impiegando il nostro innato spirito creativo. Mi sono anche resa conto di come e perchè quello che chiamo il nostro Io Superiore coglie costantemente i benefici frutti delle nostre esperienze di vita passata, presente E FUTURA, al di là del tempo lineare. Quindi è importante proiettare nel futuro gratitudine e fiducia.
  • Mi sono resa conto di quanto fossero distorte le nozioni di re-incarnazione e Aldilà qualora queste vengano viste dal punto di vista fisico del tempo lineare e che nel Grande Tempo in cui tutti siamo ugualmente immersi non esiste mai alcuna separazione fra noi e le persone care, sia incarnate che disincarnate, neanche nei momenti più bui.
  • Ho capito con l’andar del tempo che la meditazione può aiutarci a entrare in uno stato di rilassamento nel quale possiamo  avere spontanee intuizioni circa cosa significhi trovarsi fuori dal tempo e acquisire maggior sicurezza in merito alle decisioni che prendiamo quando ci troviamo in uno stato ampliato di consapevolezza.
  • Da ultimo, ma non da meno, ho imparato a comprendere il vero significato della cosiddetta legge di attrazione, pochè ho appreso che non è sempre sufficiente “richiedere qualcosa” (riconoscendo pertanto che quel qualcosa NON c’è), ma è importante “sapere che quel qualcosa esiste già”. [cfr. Mc 11, 24]

@ Giulia Jeary Knap, luglio 2018

 

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“Abbracciata dalla luce” di Betty J. Eadie

Abbracciata dalla luceabbracciata dalla luce, una delle più toccanti esperienze di NDE (o pre-morte) raccontate in un libro, è la storia vissuta da Betty Eadie, figlia trentunenne di un nord-irlandese e di una indiana Sioux purosangue, nel novembre del 1973, a seguito di complicanze insorte la notte successiva a un intervento di isterectomia parziale, dopo aver dato alla luce ben sette figli.

Questo libro, dopo svariati anni di irreperibilità, è stato finalmente ristampato in lingua italiana, con la bellissima introduzione del Dott. Melvin Morse, medico specialista in pediatria e pioniere nella ricerca sulle esperienze di pre-morte riportate dai bambini, che, come lui stesso afferma, non essendo condizionati come gli adulti da aspettative religiose e culturali, le vivono in modo semplice e naturale.

A causa della separazione dei genitori quando aveva quattro anni, Betty, settima di dieci figli, aveva vissuto la propria infanzia in un collegio cattolico, dove aveva appreso dalle suore nozioni del tutto distorte circa l’esistenza di un “dio” terribile, impaziente e vendicativo, specie nei confronti di chi, essendo indiano, non era cresciuto in quella fede. Il suo innocente animo di bimba aveva altresì assorbito da questo contesto (per nulla raro purtroppo, anche ai giorni nostri) anche idee confuse su ciò che ci aspetta dopo la morte, come quella che l’anima dormirebbe nella tomba fino alla fine dei tempi. Nonostante queste nozioni terrificanti, che l’avevano convinta dell’inevitabilità del fuoco eterno dell’inferno, Betty non aveva mai cessato di pregare e di cercare un rapporto con questo “dio” così distaccato.

Durante la notte, Betty entra per alcune ore in uno stato di morte apparente, se così la vogliamo chiamare (visto che il suo stato non è controllato da monitor), per poi tornare miracolosamente alla vita e, dopo alcuni anni di silenzio sull’esperienza vissuta, descrive in un libro tutto ciò che ha visto e udito, e le meravigliose sensazioni sperimentate.

Il suo spirito, come riferisce, aveva in quell’occasione abbandonato il corpo, lasciato la stanza dell’ospedale e, dopo un rapido saluto alla propria famiglia che (inconsapevole di quanto le stava accadendo) si stava preparando per andare a letto, si era inoltrata in un tunnel in fondo al quale splendeva una luce abbagliante.

“Era la luce di Gesù Cristo che volle condurla nell’aldilà, un regno di quiete dove tutti sono felici, ma dove lei non poteva fermarsi perché non si era ancora compiuto il suo destino” recita la sinossi.

Era necessario che tornasse sulla terra e offrisse al prossimo parole di conforto, cosa che Betty farà, nonostante una fase depressiva seguita inevitabilmente al suo ritorno alla vita di tutti i giorni e all’incapacità di spiegarsi o rapportarsi con esso anche a causa della profonda nostalgia che quell’esperienza le aveva lasciato.

Un grande best-seller, un invito ad affrontare i rapporti con gli altri e con Dio in una prospettiva diversa e positiva. Una testimonianza che raccomando a chiunque si interroghi su quanto ci attende dopo questa vita, e soprattutto a chi teme che le informazioni distorte inculcate dalle religioni o dal materialismo sul dopo-vita possano condizionare negativamente il nostro trapasso, specie se siamo persone comuni, persone che in un modo o nell’altro cercano comunque di fare del proprio meglio nella vita di tutti i giorni, sulla base dei valori che sentiamo essere più sani e giusti.

“Mai dire addio” di Patrick Mathews

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Mai dire addio. Racconti di un medium in contatto con l’Aldilà è un libro pubblicato in italiano dalla case editrice Venexia nel 2013. Ecco la sinossi del libro:

La fine della vita fisica non significa che dobbiamo cessare il rapporto quotidiano con i nostri cari che sono trapassati.

L’autore, medium dalla fama internazionale, ci spiega tutto ciò, e rivela che questo legame che prosegue attraverso le dimensioni è d’aiuto sia a noi sulla terra che a chi è nello spirito.

Attraverso una raccolta di episodi toccanti, emozionanti e talvolta divertenti di cui è stato protagonista in quanto medium, e a sezioni dedicate alle domande che gli vengono solitamente rivolte sull’aldilà, Mathews risponde ai quesiti più frequenti sui dubbi e le paure che ci poniamo tutti sulla vita oltre la morte.

Egli inoltre spiega come riconoscere le comunicazioni con gli spiriti e a stabilire un collegamento duraturo con chi è trapassato attraverso semplici pratiche e meditazioni.

A queste parole, desidero aggiungere quello che più mi ha colpito di questo testo per buona parte autobiografico. Mathews descrive con parole semplici la sua storia e in particolare il modo in cui si è reso conto di poter esercitare questo contatto con gli spiriti disincarnati. Così facendo, inserisce anche il riferimento alle tecniche da lui scoperte e impiegate per “sintonizzarsi” con il Mondo dello Spirito, fatto che aiuta il lettore a sentire questa comunicazione, non come un talento raro, appannaggio di pochi eletti, ma come un qualcosa di naturale, di ripetibile nella propria vita, tant’è che, per chi comprende l’inglese, Mathews, sul suo sito (http://patrickmathews.com/), propone delle meditazioni guidate volte a favorire e stabilire questo contatto con l’Aldilà.

Infine, tre argomenti importantissimi che Mathews non solo tocca, ma documenta grazie al materiale emerso dalle sue sedute, sono:

– La conferma che manteniamo la nostra identità personale dopo la morte, e i legami d’affetto con i nostri cari, che risultano dopo il trapasso, amplificati.

– Il concetto, emerso già da molte comunicazioni medianiche negli ultimi due secoli, che soggiorniamo dopo la morte in una sorta di ambiente similterrestre ma spiritualizzato, dove tutto ciò a cui tenevamo in terra è presente e fruibile, indipendentemente dall’espandersi della nostra coscienza spirituale dopo il vero e proprio “risveglio” che la morte costituisce.

– Il fatto che NON SIA ASSOLUTAMENTE VERO che, restando in contatto con i nostri cari trapassati impediamo loro di continuare il proprio percorso spirituale, come tante culture ventilano. A questo proposito, vorrei riproporre qui quanto emerge in una delle sedute citate da Methews, in cui un marito defunto (Fred) parla a sua moglie (Linda), dopo averle offerto ottime prove di identificazione personale. Fred invita caldamente sua moglie a non credere a certi libri che le dicono di “lasciarlo andare” per permettergli di fare la propria strada. «Dove vuoi che vada?» chiede Fred a sua moglie. «Linda, devi capire una cosa: tu fai parte del mio paradiso.»

«In questo libro» come si precisa nell’introduzione «scoprirete che non è vero che dovete lasciare andare qualcuno altrimenti lo trattenete dal passare oltre [inglesismo derivante dall’espressione “to cross over”, in parole povere, morire, portato alla ribalta in Italia dalla serie televisiva Ghost Whisperer (N.d.R.)]. Lo spirito dei vostri cari è e continuerà a essere sempre parte della vostra vita, e non sarà necessario alcun congedo da loro».

Link

la sediaBuon giorno e buona domenica, cari lettori. Da oggi comincio a tenere aggiornato questo blog e desidero cominciare raccontandovi una storia vera. Vedete quell’angolino di sedia che sbuca nella piccola foto che ho caricato qui in alto a sinistra? È lei la protagonista della storia di cui voglio parlarvi.

Qualche mese fa una mia conoscente, che chiamerò Lucia, ha perso purtroppo il suo papà. Da allora, nonostante la cupa disperazione di tutta la famiglia per questa tragedia, Lucia ha avuto la fortuna di ricevere dal suo papà molti segnali circa il fatto che lui continua a vivere, e sta bene, è vicino a lei e alla sua famiglia, si preoccupa di seguirla in particolare nei momenti difficili e ha modo di testimoniare la sua presenza in tanti modi diversi, dai più sottili, come un improvviso e unico profumo che solo Lucia riesce a percepire, a sogni in cui le appare ringiovanito e scattante, libero da malattie e dal peso degli anni, a flash in cui lo vede passare per casa, come era solito fare.

Apro una parentesi e Inserisco qui un mio commento: come narro nel mio libro “L’aldilà è a portata di mano”, cui trovate un riferimento nelle Risorse di questo blog, ho avuto spesso esperienza di queste presenze in casa e fuori casa, anche da parte di persone fisicamente vive. Ad esempio mi è capitato di vedere, in particolare mentre ero sul punto di addormentarmi ma anche mentre stavo eseguendo un lavoro noioso che richiedeva poca concentrazione, una persona cara aggirarsi per casa o comunque attorno a me, che magari si limitava a svolgere le proprie solite mansioni, anche se si trovava fisicamente ad almeno un centinaio di chilometri di distanza. Interpreto questi eventi come una testimonianza di affetto da parte della persona cara che, pur essendo fisicamente distante, spiritualmente non lo è mai. A questo aggiungo anche i casi in cui, trovandomi magari seduta ad ascoltare una conferenza poco interessante, entravo in uno stato di semi-sonnolenza e notavo i miei vicini, fisicamente immobili e in ascolto, muoversi, girarsi o parlarsi. Ho sempre ritenuto che, in questi casi, mi ero accidentalmente sintonizzata con una loro controparte non-fisica, che, al contrario di quella fisica, non era propriamente immobile.

Ma, chiusa parentesi, torniamo a Lucia. Reputo che Lucia sia stata molto fortunata, nonostante il suo grande dolore che tanto spesso blocca queste percezioni, perché, in aggiunta ai contatti tramite profumi, improvvisi pensieri e ispirazioni, e sogni in cui ad esempio parla al telefono con il suo papà o lo incontra di persona, ha avuto ad esempio anche l’occasione di vederlo come un flash mentre si trovava in giro per il paese, percependo anche se per un microsecondo il suo volto sovrapporsi a quello di un passante. Insomma, direi una bella collezione di circostanze, che fanno di Lucia, nella sfortuna, una giovane fortunata, nonostante il terribile stato di lutto che vive quotidianamente assieme a tutta la sua famiglia.

Ma veniamo all’argomento specifico che volevo trattare. In questi mesi, Lucia ha sognato più di una volta il suo papà presente in casa, in particolare seduto su una sedia della cucina, che prima non occupava mai. Non la occupava per motivi pratici specifici: la sedia è lontana dalla finestra, da cui filtra il tepore del sole, dà le spalle alla porta della cucina, e inoltre dà le spalle al punto in cui fino a pochissimo tempo fa era collocato il televisore, che qualche volta poteva anche essere acceso, mentre ci si ritrovata attorno al tavolo per il pranzo, magari per seguire i titoli del telegiornale.

Dettaglio importante: adesso, da quando il papà di Lucia fisicamente non c’è, almeno agli occhi dei più, proprio davanti a quel televisore é stata collocata una sua foto, insieme a una foto di una veduta del paese che il papà di Lucia amava molto, specie negli ultimi giorni della sua vita terrena. Dopo un mese o poco più, il televisore è stato spostato dalla cucina, proprio perché lì c’è la foto che lo ritrae e nessuno si sognerebbe mai di accendere il televisore in quella posizione.

Fatto sta che, quando Lucia sogna suo papà presente in casa (circostanza che a parer mio testimonia la sua costante presenza, a dispetto della sua apparente assenza) lo vede seduto su quella sedia, sedia talmente poco ambita in famiglia, da essere spesso occupata, nella sua versione fisica, da una borsa.

Anche se le giornate sembrano interminabili senza di lui, i contatti che Lucia ha, specie in sogno, con il papà stanno diventando sempre significativi, anche per il fatto che, al contrario dei primi tempi, in cui si svegliava con la sensazione di aver passato del tempo con lui, ma senza un ricordo preciso, adesso si presentano circostanze in cui l’esperienza è invece vividissima, come quella di un incontro realmente avvenuto.

Il mio pensiero è che il papà di Lucia continua ad essere presente più che mai, sia nella casa in cui ha sempre abitato che accanto a ciascuno dei suoi familiari, ovunque essi si trovino, e l’aver scelto di mostrarsi seduto su una sedia che nessuno occupa mai, e che lui in particolare non era solito occupare, non è che la conferma che, pur essendosi spostato in una dimensione leggermente diversa da quella fisica, quella del puro spirito, di cui anche noi (non mi stancherò mai di ripeterlo), facciamo parte a tutti gli effetti, lui c’è, e come ho sempre creduto, non solo noi esseri umani, ma anche il nostro pianeta, le nazioni, le città, le case, le cose, hanno una propria controparte non-fisica, vibrante e indistruttibile, che se ha un’utilità sul piano spirituale, vive e vivrà in eterno e la ritroveremo in Paradiso quando anche noi avremo la fortuna di potercivi trasferire stabilmente.

A corroborare tutto questo, vorrei anche accennare che Lucia, come tutti i suoi cari, ciascuno per la propria sfera di competenza, è al momento molto impegnata nel portare a termine sul piano fisico una parte delle attività che tanto hanno appassionato il suo papà, e il mio parere è che sicuramente lui le sta vicino, come sta vicino a ciascun membro della famiglia, anche in veste di collaboratore, facendo sì che questo lavoro venga portato avanti a quattro mani.

Una ennesima testimonianza dunque circa il fatto che, con la morte del corpo fisico, non si interrompe nulla: i legami di affetto restano immutati, anzi rinvigoriti, le testimonianze d’affetto altrettanto, e da entrambe le parti, e anche le opere che ci hanno appassionato in vita continuano a vivere grazie all’ispirazione che i nostri cari in spirito ci offrono e alla fattiva collaborazione di chi, come Lucia e i suoi cari, mettono a disposizione sul piano fisico per portarle a termine e rendere loro il giusto omaggio.