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Come approcciarsi a un medium durante un consulto

Faccio seguito all’articolo gentilmente pubblicato in data 19.10.2018 dal Dott. Claudio Pisani per riproporrre quanto già condiviso privatamente più volte con i lettori che me ne hanno fatto richiesta.

La partecipazione a Stansted a centinaia di sedute con medium professionisti, in qualità di interprete, mi è molto giovata ai fini della conoscenza della tecnica medianica in sé.

Quando si approccia un medium per una seduta, è importante che il professionista rimanga completamente all’oscuro di qualsiasi nostra informazione personale,  perché anche il più onesto e coscienzioso rischierebbe di utilizzare quelle informazioni e così inconsapevolmente inficiare la seduta.

All’Arthur Findlay College, sede dell’SNU, dove ho appunto lavorato in veste di interpete dal 1994 al 1996, in un periodo in cui internet e i social (vera miniera d’oro di informazioni personali) non avevano ancora preso piede, era tassativamente vietato fornire alcuna informazione al medium, meno che mai dire con chi si desiderava o si sperava di comunicare

– primo perché nella medianità non esiste mai la garanzia di un contatto con uno spirito disincarnato specifico (infatti l’ansia di avere un contatto specifico può addirittura essere fonte di oppressione e insuccesso, così come può avvenire nel contatto diretto con un proprio caro scomparso), e

– secondo perché questa semplice informazione può inquinare e depistare il contatto con il medium, che deve essere del tutto spontaneo e non pilotato nell’esporre le proprie percezioni.

Bisogna quindi diffidare di sedicenti medium che iniziano la seduta chiedendo al consultante CON CHI desidera parlare (il medium NON è un centralino telefonico) perchè rispondere a questa domanda significa già inficiare l’esito di una seduta, che è in primis quello di dimostrare che i nostri cari sopravvivono alla morte del corpo fisico, tramite incontrovertibili prove di idenficazione personale.

Il fatto che in America sia in uso questa prassi non implica che essa possa essere di alcun aiuto ai fini della precisione di un contatto medianico; al contrario, essa non fa che incentivare i cosiddetti cold reading.

Inoltre, nei vari corsi sulla medianità cui ho partecipato a Stansted, si faceva sempre presente che tutti i medium sono sensitivi, ma che non tutti i sensitivi sono medium. Quindi è importante assicurarsi non solo che il professionista non chieda al consultante con chi vuole comunicare, ma anche che egli non gli ponga assolutamente domande sulla sua persona o sui suoi cari, perché non lo si aiuterebbe. Una volta che il medium stabilisce un contatto, descriverà le proprie percezioni, alle quali il consultante potrà rispondere: “Sì”, “No” o “Non lo so”.

Un’altra peculiarità delle sedute medianiche è che, indipendentemente dallo stato di lutto o confusione in cui si trovi il consultante, questi ne uscirà comunque sollevato, rinfrancato, consapevole che esiste una realtà d’amore più grande.

Esiste infatti un codice deontologico che vieta ai medium di infondere negatività o aspettative negative al consultante, in quanto le persone a lutto o le persone più sensibili hanno una fragilità e vulnerabilità acuite, e la responsabilità che il medium ha nei loro confronti è enorme proprio per questo motivo.

È proprio per questo che si richiedono anni di studio e preparazione per esercitare.

La magia del piano astrale – Appunti di viaggio dai mondi sottili

E se vi dicessi che, non solo l’Aldilà, ma tutto il mondo dei nostri sogni è a portata di mano, se ne comprendiamo i meccanismi più profondi?

Questa serie di mini Kindle illustra appunto, dal mio personale punto di vista, i concetti che da millenni sono coltivati da culture tradizionali che si allineano ai principi di Amore e rispetto e che costituiscono la Regola Prima del Mondo dello Spirito: principi che noi esseri umani siamo audacemente venuti a manifestare anche sul piano fisico e che anche la fisica quantistica comincia ad essere in grado di confermare.

Il primo volume, uscito il 31 agosto scorso, illustra le basi da cui partono le mie riflessioni, riflessioni che espongo non solo in qualità di viaggiatrice astrale ma anche e inevitabilmente tramite l’accresciuta consapevolezza che, sebbene a singhiozzo, queste esperienze portano con sé.

Il primo volumetto

sarà scaricabile gratuitamente per tre giorni da questo link a partire dalle ore 9 di oggi sabato 15 settembre 2018 e fino alle ore 9:00 di martedì mattina, 18 settembre.

La premessa è quella che veniamo da una Fonte di Puro Amore, fatta di gioia e senso di apparentenza, e ad essa invariabilmente ci allineaiamo quando ne ascoltiamo gli inviti, che sono scolpiti in noi da sempre in quella che definisco la nostra bussola interiore. Se da essa ci discostiamo, già semplicemente perdendo la nostra autostima, proiettiamo nel Mondo un immagine distorta di noi stessi, che invita i nostri compagni di viaggio a fare altrettanto.

Se invece riprendiamo in mano la Regola Prima da cui scaturisce tutto il creato, come un sasso langiato in uno stagno, irradieremo attorno a noi tutte le certezze, gli stati d’animo e le competenze che ci animano al di là dello spazio e del tempo.

La nostra bussola interiore ci permetterà infatti di scegliere, in modo semplice e nel contempo rispettoso degli altri, gli strumenti che meglio si prestano a colmare il divario fra il nostro piccolo io immerso nel mondo fisico e intento a creare la nostra realtà sul piano terreno e il nostro Vero Io partecipe di ogni cosa, liberandoci dall’oppressione che il senso di separazione o isolamento possono creare in noi.

Lo scopo non è quello di dominare le forze della natura o controllare gli altri, ma semplicemente quello di riscoprire l’incanto, la meraviglia e l’innocenza che ci permettono di apprezzare le dimensioni invisibili e accedervi ogni qualvolta possibile, aprendo così tutte le porte.

 

 

 

 

 

La magica consapevolezza che tutto è possibile

Chiunque segua questo sito sa che mi sono sempre occupata prevalentemente di aiuto alle persone a lutto che desiderano ripristinare i contatti con i propri cari – amici o parenti – che sentono di aver perso a seguito della morte del corpo fisico.

Chi ha letto i miei libri e i miei articoli, come anche le migliaia di post pubblicati in forum in lingua italiana ed inglese dedicati alla spiritualità, al soprannaturale e al cosiddetto “paranormale”, sa che l’enfasi del mio messaggio è quella di rassicurare chi soffre per la morte di un proprio congiunto circa il fatto che la morte non è che il risveglio definitivo da un’illusione in cui ci credevamo davvero prigionieri di un modo materiale, in pericolo, soli, ammalati o separati gli uni dagli altri.

Chi segue i miei scritti sa anche quanto mi oppongo a qualsiasi concetto che, facendo leva sulla paura dell’ignoto, dell’abbandono, della separazione e della morte, cerca di manipolare le persone proiettando nella loro visione dell’Aldilà le medesime dinamiche in uso in questa vita terrena per spaventare e controllare il prossimo.

Esempi di questo terrorismo psicologico sono alcuni concetti che attribuiscono il controllo delle nostre esistenze a un dio fatto ad immagine e somiglianza di alcuni mostri umani, un dio impaziente, vendicativo, sadico e perverso. Altri esempi riguardano la nozione che ciascuna convinzione religiosa sia l’unica che possa garantire la salvezza dell’uomo e che chi non segue quella specifica strada è perduto. È il caso delle forme più fondamentaliste di svariate religioni e delle vere e proprie sette che si formano da esse.

L’ampio database ormai disponibile sulle esperienze di pre-morte (NDE) o di morte effettiva (ADE) di persone che, dopo un periodo di morte clinica strumentalmente accertato, sono poi tornate in vita per raccontare la propria esperienza , ci dice che “oltre” questa vita esiste la pienezza della conoscenza, fatta di infinito amore, comprensione e senso di appartenenza, dove chi nuoce al prossimo si rende conto di nuocere a tutti gli effetti a se stesso. Eh sì! Le parole “Ama il prossimo tuo…” che costituiscono la fonte e il nocciolo di tutti i credo religiosi, hanno un fondamento pratico e concreto.

Anche le visioni dei morenti (oggi in calo a causa dell’ampio uso di morfina nell’ambito della medicina palliativa) hanno sempre fornito una versione coerente con quanto i sopravvissuti a un’esperienza di premorte ci raccontano circa l’esistenza che ci attende oltre questa vita.

Perchè cerco di evidenziare la parola “oltre“? Perchè, in realtà, non ha nulla a che fare col nostro tempo lineare, con quello che normalmente intendiamo con “prima” e “dopo”. Con “oltre” intendo “al di là” del nostro tempo lineare, che da un punto di vista pratico non significa solo “al di là” di questa vita fisica, ma anche al di là

  • della nostra vita di tutti i giorni,
  • della nostra vita di veglia,
  • del nostro dialogo interiore,
  • del nostro pensiero cosciente, e così via.

Viene dunque naturale scoprire che in quell’oltre non esiste solo il mondo dei trapassati e la magia di poterli incontrare o comuncare con loro, ma anche qualsiasi altra meravigliosa opportunità che sentiamo di voler cogliere al di là di come siamo abituati a vedere la vita di tutti i giorni, nel rispetto dei principi universali di amore, pace, armonia, altruismo…

Per quanto mi riguarda, per poter affrontare queste tematiche che fin dall’antichità risultano ovvie a svariate culture tradizionali ed indigene che confidano nell’intuito piuttosto che nel razionalismo materialistico a sé stante, non ho solo cercato e studiato esperienze di prima mano.

In realtà, sono sempre stata affascinata dalle ricerche scientifiche che negli ultimi tre secoli hanno portato a un’esplorazione sempre più complessa e mirata circa la struttura della realtà in cui viviamo, ricerche che hanno ormai sfidato e messo in crisi i presupposti della fisica classica e che appaiono promettere il raggiungimento di un punto di incontro fra chi da sempre confida nella pienezza del proprio potenziale e chi si limita all’osservazione oggettiva e condivisa dei fenomeni.

Cosa c’è, secondo le più recenti scoperte scientifiche, al di là del nostro corpo fisico?

Eminenti esponenti della fisica quantistica stanno cercando di dimostrare che il vuoto non esiste nell’universo in cui viviamo e che la luce, come anche ogni altro aspetto dei mondi visibili ed invisibili, si muove in un grande campo di energia intelligente:

1) Tale campo di energia conterrebbe e permeerebbe tutto ciò che esiste e si verifica. Anche  noi vi saremmo immersi e di essa saremmo fatti.

2) Esso costituirebbe lo strumento di collegamento fra noi e il mondo, e fra il nostro mondo interiore e quello esteriore; ciò spiegherebbe  perché, quando per esempio preghiamo o inviamo pensieri radicati in emozioni positive verso una persona cara, ovunque essa si trovi, tali pensieri la raggiungano istantaneamente.

3) Nell’ambito delle nostre vite individuali, l’energia di tale campo costituirebbe una sorta di specchio, riflettendo conferme circa ciò che riteniamo essere vero nel mondo circostante: tutti (inconsapevolmente o meno) abbiamo aspettative e questo campo di energia intelligente avrebbe il potere di rifletterle e renderle manifeste come uno specchio.

4) In questo campo tutto sarebbe intimamente interconnesso, ed ogni particella rifletterebbe olograficamente il tutto.

Sulla base di tale assunto, per il quale mi sono riferita alla sintesi di Greg Braden e di altri studiosi attenti all’effetto dell’intuito e delle emozioni sulla realtà che viviamo, quello che ci aspettiamo è ciò che ha maggiori probabilità di verificarsi.

Questo ci spiega anche una delle frasi di Gesù riportate con parole diverse nei Vangeli a proposito del potere della preghiera:

« Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco, 11:24)

Sapere di aver già ottenuto qualcosa che non violi le norme stesse del creato, basate sull’amore e sull’armonia, significa innescare in automatico un processo ineluttabile per la sua realizzazione. Tuttavia, non è sufficiente saperlo solo a livello intellettivo: bisogna saperlo a livello emozionale.

Ecco perchè per esempio le statistiche sulle esperienze fuori dal corpo ci dicono che chi ha avuto almeno 6 esperienze di questo tipo ha maggiori probabilitià di averne a piacimento: ormai si è convinto, a livello emotivo e anche subconscio, che la nostra coscienza non è legata a doppio filo al veicolo del corpo fisico e che, una volta che questa si sia disconnessa dalle incombenze della vita pratica durante il sonno, ha la possibilità di viaggiare in altre dimensioni.

Dunque l’aspettativa certa di un evento positivo e in armonia con il bene comune ha ottime possibilità di realizzarsi.

Se prendiamo in considerazione l’enorme percentuale di pensieri, azioni e comportamenti che viviamo ed attuiamo ogni giorno in modo subconscio ed in risposta a stimoli subconsci, ci rendiamo conto della potenzialità dirompente di emozioni quali l’aspettativa positiva, la gratitudine e la fiducia per poter raggiungere la pienezza del nostro potenziale.

Ma che significa comprendere la pienezza del proprio potenziale?

Tutti abbiamo sicuramente delle aspirazioni, dei sogni che ci motivano e che ci intrigano. Chi non aspira alla serenità, alla gioia, all’armonia, all’amore?

Nascere, crescere e vivere all’interno di una certa cultura significa esporsi ai condizionamenti e alle limitazioni che quella cultura impone, specie nel corso dei primi 6 o 7 anni di vita: sia a livello cosciente che subconscio, il modo in cui impariamo a percepire la realtà viene formato in modi spesso sottili e impercettibili proprio in quel periodo. Ed è a causa di tali condizionamenti che la nostra fiducia circa la possibilità di inseguire e realizzare i nostri sogni può incrinarsi. È stato così che nel corso dei secoli abbiamo dimenticato le premesse fondamentali alla radice dell’invito:

« Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco, 11:24)

Ecco un aspetto nel quale vediamo invece oggi coniugarsi scienza e fede. Tuttavia, per il momento, i due approcci restano scissi nella mente di molti praticanti delle più svariate fedi religiose, che sembrano dedicare invece molta più attenzione ad aspetti cerimoniali e formali.

Nonostante gli insegnamenti a volte incomprensibili appresi da piccola su questi argomenti, la mia curiosità per ciò che è misterioso e sconosciuto mi ha sempre motivato a mettere in discussione qualsiasi paradigma condiviso o imposto in modo dogmatico, per capire quali verità potessero presentarsi oltre le apparenze.

Attratta da sempre da opere fantascientifiche che promettevano la possibilità di viaggiare nel tempo, di cambiare il passato prevenendo catastrofi già avvenute, di viaggiare liberamente verso dimensioni altre, improntate alla pace e all’armonia (o anche solo al trionfo di una romantica storia d’amore), ho avuto l’occasione di scoprire nel corso della mia vita che queste belle realtà futuribili potevano con il tempo realizzarsi davvero.

Dunque, avere fiducia nei sogni che, nel rispetto della pace e dell’armonia, ci si presentano in modo ripetitivo, riconoscendo in essi la nostra bussola interiore, costituisce sicuramente un punto di riferimento per risvegliare il proprio potenziale.

1. Un primo passo per trasformare i propri sogni in realtà è inseguirli, seguire le proprie passioni

È stato così che ho scoperto che il potenziale umano è meraviglioso, incredibilmente ampio e soprattutto realizzabile. Un esempio? Sognavo di potermi spostare istantaneamente nel tempo e nello spazio e con caparbietà ho trovato la mia strada per farlo.

È stato così che mi sono affezionata a quella che oggi è nota come la legge di attrazione almeno vent’anni prima che uscisse il documentario The Secret.

2. Un secondo passo per trasformare i propri sogni in realtà è capire che sono le emozioni alla base dei nostri pensieri a CREARE la realtà

Mossa da una gran curiosità circa la vita dopo la morte e il contatto con chi ci ha preceduti nel dopo-vita, ho sempre calamitato esperienze che mi aiutassero in un modo o nell’altro a conoscere questo argomento, così come persone che studiavano le medesime tematiche da svariate angolazioni.

3. Un terzo passo per trasformare i propri sogni in realtà è documentarsi 

L’ispirazione e la motivazione necessari ad inseguire le nostre passioni nascono spesso documentandosi sui traguardi raggiunti da persone che condividevano i nostri stessi interessi e che non si sono lasciate sabotare o distrarre da pensieri limitanti. L’ispirazione e la motivazione nascono anche da opere in apparenza fantascientifiche, che, grazie a una sospensione temporanea del giudizio razionale, ci permettono di calarci nel mondo che vorremmo creare. L’immaginazione ispirata dall’aspettativa positiva ha un effetto dirompente nel rendere possibile l’impensabile.

4. Un quarto passo per trasformare i propri sogni in realtà è allenarsi 

Mettere costantemente in pratica, anche nei piccoli fatti che compongono la nostra realtà quotidiana, i valori e gli insegnamenti che apprendiamo, giorno dopo giorno, circa il nostro meraviglioso potenziale, significa creare sempre, qui e ora, la migliore realtà possibile.

È questa la magica consapevolezza che tutto è possibile: non un lontano obiettivo da realizzare forse nel futuro, ma qualcosa di cui poter raccogliere i frutti tutti i giorni.

 

Perché ritengo che il giornalismo “costruttivo” sia l’unico approccio utile per illustrare la nostra percezione della realtà

Chiunque segua questo sito sa che mi occupo prevalentemente di aiuto alle persone a lutto che desiderano ripristinare i contatti con i propri cari – amici o parenti – che sentono di aver perso a seguito della morte del corpo fisico.

Chi ha letto i miei libri e i miei articoli, come anche le migliaia di post pubblicati in forum in lingua italiana ed inglese dedicati alla spiritualità, al soprannaturale e al cosiddetto “paranormale”, sa che l’enfasi del mio messaggio è quella di rassicurare chi soffre per la morte di un proprio congiunto circa il fatto che la morte non è che il risveglio definitivo da un’illusione in cui ci credevamo davvero prigionieri di un modo materiale, in pericolo, soli, ammalati o separati gli uni dagli altri.

Chi segue i miei scritti sa anche quanto mi oppongo a qualsiasi concetto che, facendo leva sulla paura dell’ignoto, dell’abbandono, della separazione e della morte, cerca di manipolare le persone proiettando nella loro visione dell’Aldilà le medesime dinamiche in uso in questa vita terrena per spaventare e controllare il prossimo.

L’ampio database ormai disponibile sulle esperienze di pre-morte (NDE) o di morte effettiva (ADE) di persone che, dopo un periodo di morte clinica strumentalmente accertato, sono poi tornate in vita per raccontare la propria esperienza , ci dice che “oltre” questa vita esiste la pienezza della conoscenza, fatta di infinito amore, comprensione e senso di appartenenza, dove chi nuoce al prossimo si rende conto di nuocere a tutti gli effetti a se stesso. Eh sì! Le parole “Ama il prossimo tuo…” che costituiscono la fonte e il nocciolo di tutti i credo religiosi, hanno un fondamento pratico e concreto.

Anche le visioni dei morenti (oggi in calo a causa dell’ampio uso di morfina nell’ambito della medicina palliativa) hanno sempre fornito una versione coerente con quanto i sopravvissuti a una esperienza di premorte ci raccontano circa l’esistenza che ci attende oltre questa vita.

Perchè cerco di evidenziare la parola “oltre”? Perchè, in realtà, non ha nulla a che fare col nostro tempo lineare, con quello che normalmente intendiamo con “prima” e “dopo”. Con “oltre” intendo “aldilà” del nostro ingresso nel tempo lineare, che da un punto di vista pratico può semplicemente dire “al di là” di questa vita fisica, al di là della nostra vita di tutti i giorni, al di là della nostra vita di veglia, e così via.

Per quanto mi riguarda, per poter affrontare queste tematiche che fin dall’antichità risultano ovvie a svariate culture tradizionali ed indigene che confidano nell’intuito piuttosto che nel razionalismo materialistico a sé stante, non ho solo cercato e studiato esperienze di prima mano.

In realtà, sono sempre stata affascinata dalle ricerche scientifiche che negli ultimi tre secoli hanno portato a un’esplorazione sempre più complessa e mirata circa la struttura della realtà in cui viviamo, ricerche che hanno ormai sfidato e messo in crisi i presupposti della fisica classica e che appaiono promettere il raggiungimento di un punto di incontro fra chi da sempre confida nella pienezza del proprio potenziale e chi si limita all’osservazione oggettiva e condivisa dei fenomeni.

Questi miei interessi mi hanno portato a staccare l’antenna della TV ben prima dell’arrivo di internet e di altri più invasivi mezzi di comunicazione di massa. Il mondo dell’informazione mi appariva fin dalla fine degli anni ’80 (periodo in cui ho cominciato a lavorare e ho acquistato il mio primo televisore) sempre più incline a dare rilievo a quanto di più allarmante o spaventoso capitasse, creando terrorismo psicologico e proponendo a chi accoglieva passivamente tali informazioni, un modello assolutamente falso della realtà che ci circonda, invitando così a forme di emulazione distruttiva chi non avesse sufficiente senso critico per rifiutare tale forma di ipnotico depistaggio.

Certo, mi rendevo conto che qualsiasi cultura ha il potere di condizionarci a livello subconscio, poiché è in grado di formare in modo sottile e impercettibile il modo in cui impariamo a percepire la realtà. Tuttavia, la mia curiosità per ciò che è misterioso e sconosciuto, come anche per ciò che può aiutarci a scoprire il nostro pieno potenziale, mi ha sempre motivato a mettere in discussione qualsiasi paradigma condiviso o imposto in modo dogmatico, per capire quali verità potessero presentarsi oltre le apparenze.

Attratta da sempre da opere fantascientifiche che promettevano la possibilità di viaggiare nel tempo, di cambiare il passato prevenendo catastrofi già avvenute, di viaggiare liberamente verso dimensioni altre, improntate alla pace e all’armonia (o anche solo al trionfo di una romantica storia d’amore), ho avuto l’occasione di scoprire nel corso della mia vita che queste belle realtà futuribili potevano con il tempo realizzarsi davvero.

Ed è stato così che ho scoperto che il potenziale umano è meraviglioso, incredibilmente ampio e soprattutto realizzabile. È stato così che mi sono affezionata a quella che oggi è nota come la legge di attrazione almeno vent’anni prima che uscisse il documentario The Secret.

È stato così che mi sono resa conto dell’enorme responsabilità che gli storici, i giornalisti, gli scrittori e chiunque ci illustri in modo ufficiale o autorevole la realtà che stiamo vivendo, hanno al fine di permettere o meno a questo meraviglioso potenziale di sbocciare ed esprimersi alla massima potenza, per poter creare il miglior futuro possibile.

Eminenti esponenti della fisica quantistica stanno cercando di dimostrare che la luce, e tutto ciò che esiste, non si trova nel vuoto, ma si muove in un grande campo di energia intelligente:

1) Tale campo di energia conterrebbe e permeerebbe tutto ciò che esiste e si verifica.

2) Esso costituirebbe lo strumento di collegamento fra noi e il mondo, e fra il nostro mondo interiore e quello esteriore; ciò spiegherebbe  perché, quando per esempio preghiamo o inviamo pensieri positivi a una persona cara, ovunque essa si trovi, tali pensieri positivi la raggiungano istantaneamente.

3) Nell’ambito delle nostre vite individuali, l’energia di tale campo costituirebbe una sorta di specchio, riflettendo conferme circa ciò che riteniamo essere vero nel mondo circostante: tutti (inconsapevolmente o meno) abbiamo aspettative e questo campo di energia intelligente avrebbe il potere di rifletterle come uno specchio.

4) In questo campo tutto sarebbe intimamente interconnesso, ed ogni particella rifletterebbe olograficamente il tutto.

Sulla base di tale assunto, per il quale mi sono riferita alla sintesi di Greg Braden e di altri studiosi attenti all’effetto dell’intuito e delle emozioni sulla realtà che viviamo, quello che ci aspettiamo è ciò che ha maggiori probabilità di verificarsi.

Questo ci spiega anche una delle frasi di Gesù riportate con parole diverse nei Vangeli a proposito del potere della preghiera:

« Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco, 11:24)

Ecco un aspetto nel quale vediamo coniugarsi scienza e fede. Tuttavia, per il momento, i due approcci restano scissi nella mente di molti praticanti delle più svariate fedi religiose.

Se prendiamo in considerazione l’enorme percentuale di pensieri, azioni e comportamenti che viviamo ed attuiamo ogni giorno in modo subconscio ed in risposta a stimoli subconsci, come è possibile che gli organi di stampa sembrino dare tanto rilievo a quanto di più cupo si verifica nell’arco di una giornata, relegando alle rubriche culturali o ai trafiletti fatti che hanno invece la potenzialità dirompente di innescare l’aspettativa positiva, la fiducia, lo scambio, la crescita, l’abbondanza, l’integrazione e così via?

Ecco un interrogativo meritevole di riflessione.

Il giornalismo costruttivo è quello che, presentando un campionario di informazioni che rifletta in modo il più fedele e obiettivo possibile ciò che succede nel mondo, e quindi anche tutti gli spunti che offrono aspettativa positiva, illustri anche i problemi e i drammi con proposte mirate alla loro soluzione e non a mero scopo scandalistico o intimidatorio.

 

L’approccio contrario, quello che mi ha portato a scegliere di ignorare o selezionare con cura i notiziari, è un approccio che, in base a quanto già sappiamo circa la vera natura dell’uomo e dell’universo, è in partenza perdente, ci distrae dai nostri veri scopi di vita e, quello che è peggio, tradisce la nostra coscienza, di qualsiasi colore, razza, cultura o credo noi siamo.

Come allenarsi a ricordare i sogni in 5 mosse

 

Come ricordare i sogni

Diverse persone mi hanno scritto o telefonato lamentando il fatto di “non sognare mai” oppure di non ricordare i propri sogni al mattino. Si tratta di un fatto che li priva di una delle occasioni più frequenti di contatto con i propri cari nell’Aldilà, occasione che per altri invece sembra presentarsi in modo del tutto naturale, se non frequente. I più fortunati hanno dei contatti con i propri cari addirittura nel contesto di sogni lucidi, ovvero di sogni in cui si sa di stare sognando e si può quindi interagire criticamente con il contesto onirico.

Ho pensato quindi di creare con questo articolo un piccolo approfondimento che risponda alle perplessità di chi si crede privo di questo meraviglioso strumento di contatto non solo con l’Aldilà, ma prima ancora con la propria interiorità.

La verità è che tutti sognano e che, se così non fosse, probabilmente non potremmo vivere. Sebbene il sogno sia diventato oggetto di ricerca scientifica solo in epoca recente, con la psicoanalisi, con l’invenzione di strumenti che possano misurarne i parametri (primo fra tutti l’elettroencefalografo) e con l’osservazione dei rapidi movimenti oculari che si accompagnano al sonno REM e relativi cicli, possiamo senz’altro convenire che da tempo immemorabile l’uomo si interroga sul significato dei sogni e attribuisce ad essi misteriosi poteri di contatto con il divino o con entità soprannaturali e/o non fisiche.

Ricordiamo anche che nel corso della vita passiamo quasi un terzo del nostro tempo a dormire, scollegati da gran parte degli stimoli fisici, allo scopo di riposare, guarire, resettare le nostre funzioni vitali, elaborare esperienze di vita, speranze, paure e aspettative, creare il nostro futuro e tanto altro ancora. Si tratta di una gran quantità di tempo che, se meglio investito, potrebbe davvero regalarci tanta felicità.

Passo 1 – Se necessario, documentarsi e convincersi che tutti sogniamo, anche se non ce ne ricordiamo

Ad eccezione del sonnellino, occasionale o abituale che sia, che, verificandosi in un momento del nostro quotidiano in cui non siamo particolarmente stanchi, può darci maggiori opportunità di sognare, le prime fasi di sogno che si presentano dopo l’addormentamento sono in genere più brevi e oggettivamente più difficili da ricordare, per chi comincia ad allenarsi. Molto più semplice si rivela lavorare sugli ultimi sogni del mattino. Il sogno più lungo e interessante tende ad essere infatti l’ultimo della notte, quando siamo già ristorati da diverse ore di riposo e abbiamo avuto modo di elaborare con i primi sogni il nostro vissuto. Ciò è particolarmente vero se possiamo concederci un’ora di sonno in più e non abbiamo impegni pressanti che ci facciano catapultare giù dal letto.

Anche se siamo convinti di non riuscire a ricordare i sogni, è importante adesso mettere a punto un programma, una strategia quotidiana, mirata a tener traccia in modo regolare di ciò che in realtà possiamo catturare delle nostre esperienze oniriche anche se ancora non ce ne rendiamo conto.

A questo programma non è necessario dedicare più di un minuto o due al giorno, purché ci impegniamo a farlo con regolarità, seguendo con impegno e perseveranza il programma che ci saremo prescritti.

Come per tutte le nuove abitudini che ci proponiamo di adottare, non è escluso che questa prassi, per quanto breve e semplice, non ci costi fatica, al principio, ma questa, come vedremo, sarà ampliamente retribuita.

Passo 2 – Impegnarsi a dedicare 1 o 2 minuti al giorno al nostro progetto, con costanza e pazienza

Per registrare al risveglio i nostri ricordi consiglio l’utilizzo di uno strumento che ci alletti, che ci inviti ad essere usato. Io per esempio sono un’amante degli organizer, ma potrebbe trattarsi anche di un normale quaderno per la scuola, di un block notes ad anelli, del nostro cellulare, tablet o palmare, di un mini registratore. Ho un’amica artista che crea da sé i propri diari e quaderni, usando carta riciclata, nastri e cartoncini colorati che decora lei stessa a seconda dell’uso che desidera farne.

Passo 3 – Scegliere uno strumento che ci piaccia e che ci inviti ad usarlo

A questo punto passiamo all’azione. Poniamo il nostro strumento di raccolta/elaborazione dati in un punto strategico e facilmente raggiungibile, assieme ad una penna, una matita, un pennino hi-tech (a seconda dello strumento che intendiamo utilizzare) e prendiamo l’abitudine, ogni giorno, al risveglio, di trascrivere o registrare qualcosa circa ciò che ricordiamo della notte (o della pennichella) dalla quale ci stiamo risvegliando. Basterà all’inizio registrare anche solo qualche parola per riportare ad esempio lo stato d’animo in cui ci si è svegliati, la sensazione che si provava, una parola che ci girava per la testa, un suono, un motivo, un profumo, qualsiasi cosa di cui fossimo anche solo velatamente coscienti negli attimi precedenti al nostro risveglio. Studi recenti hanno dimostrato che, durante il sonno, la nostra percezione del tempo si modifica in modo sostanziale, per cui in un istante può annidarsi una fonte inesauribile di ricordi.

Nulla è trascurabile: tutto è meritevole di essere trascritto. La cosa importante è rendersi conto della grande importanza di questo piccolo/grande compito che ci siamo assegnati! Infatti si tratta a tutti gli effetti di allenare un muscolo attualmente in disuso, che chiede solo di essere abituato a svolgere gradualmente la propria mansione. Quando ci iscriviamo in palestra sappiamo che, con un piccolo impegno regolare, otterremo dei risultati. In questo caso si tratta di creare la medesima aspettativa, con la certezza che il muscolo sui cui stiamo lavorando diventerà tonico e performante con un minimo sforzo. Ciascun ricordo, anche il più labile, può a propria volta sollecitarne un altro e, col passare dei giorni, aumentare decisamente il livello di sicurezza e agilità con cui riportiamo alla luce le nostre avventure notturne.

Passo 4 – Passare all’azione

Adesso che ci siamo convinti di non dover fare altro che allenare un muscolo con uno, massimo due minuti di lavoro effettivo al giorno, adesso che si è accesa la nostra aspettativa positiva di poter ricordare i sogni e liberare dalla prigione della mente meravigliose e vivide esperienze di contatto con i nostri cari, che proprio tramite i sogni trovano la strada più semplice per starci vicini, non ci resta che consolidare la nostra routine, creando una sorta di rituale che rinsaldi in noi motivazione, perseveranza e dedizione.

Io per esempio associo il momento del risveglio con un’energizzante e profumata tazzina di caffè e con il silenzio e la quiete di cui gode chi è solito alzarsi prima dell’alba. Ma sono innumerevoli le possibili componenti che possono rendere unico e motivante questo momento (breve, ci tengo a ribadirlo) di raccoglimento, per riprendere il filo di quanto stavamo vivendo un attimo prima di risvegliarci.

Passo 5 – Creare una routine

Ci renderemo presto conto che, nonostante le fasi di memoria altalenante che potremmo sperimentare al principio (e che potremmo dover sperimentare ancora qualora, per un motivo o per un altro, ci ritrovassimo costretti a interrompere la nostra routine quotidiana), se riusciamo a trascrivere o registrare almeno qualche parola o impressione ogni giorno, le parole o frasi che riporteremo cominceranno ad aumentare gradualmente di volume e, a seconda del tempo che avremo il desiderio e la possibilità di dedicare a questo compito, potremmo ritrovarci a trascrivere anche cinque lunghi sogni per notte.

Invito pertanto tutti coloro che confidano in un contatto in sogno con i propri cari a visualizzare in questo piccolo muscolo che stiamo andando a tonificare una sorta di filo di comunicazione fra i due mondi apparentemente distinti popolati da incarnati e disincarnati. Con un minimo esercizio quotidiano questo filo si trasformerà ben presto in una porta che possiamo scegliere di lasciare aperta al risveglio, almeno per il tempo necessario a registrare in nostri sogni.

Come molti altri ricercatori sull’Aldilà, sono convinta che questa vita terrena sia in realtà un sogno rispetto alla vita più grande di cui il nostro spirito è sempre partecipe. Aprire la porta ai nostri sogni è uno dei modi tramite i quali renderci conto che l’Aldilà è davvero a portata di mano e che questi pochi minuti di ginnastica quotidiana possono farcene recuperare la consapevolezza. Mettiamola così: i nostri cari vivono nella stanza accanto, la porta non è chiusa a chiave e si spalanca tutte le volte che sogniamo. Sta a noi allenarci a non farla chiudere di scatto al risveglio e riportare alla luce la meravigliosa consapevolezza che siamo sempre tutti insieme.

 

Come fanno i nostri cari a contattarci dall’Aldilà

 

Come abbiamo suggerito con l’esempio riportato nell’articolo dedicato a come ricordare i sogni, è come se i nostri cari trapassati vivessero nella stanza accanto, anche se questa non è altro che una metafora, dal momento che il mondo dello spirito esula dai nostri concetti di spazio tridimensionale e di tempo lineare.

Vivere liberi dai vincoli del tempo lineare significa che i nostri cari sono in primis desiderosi di farci sapere che sono vivi e stanno bene, ma non sentono questo bisogno in modo pressante, come potremmo viverlo noi se ci trovassimo all’estero o in qualche altro luogo sconosciuto, oppure come svariate persone che hanno avuto un’esperienza di premorte raccontano quando ricordano il disagio provato nel rendersi conto di stare più che bene, ma di essere diventati in qualche modo invisibili ai propri cari, che invece vedevano esclusivamente concentrati sul proprio corpo fisico privo di vita.

Nelle mie esperienze di OBE, o più semplicemente in sogno, ho più volte incontrato amici o parenti in inesistenti camere attigue a quella in cui mi trovavo io nel mondo fisico, o in inesistenti appartamenti situati di fronte al mio sullo stesso piano del medesimo condominio. Quindi la dimensione non fisica dell’esistenza può palesarsi sottoforma di camere o locali in più rispetto a quelli che vediamo e tocchiamo.

La metafora della “stanza accanto” viene usata anche dallo scrittore, editore e medium William Thomas Stead (1849–1912), perito nel naufragio del Titanic, il cui resoconto dell’Aldilà e del suo arrivo nel mondo dello spirito assieme a tutte le altre vittime della sciagura viene riportato nel libro L’isola blu (Edizioni Bis, 1 gennaio 2009) edito nella sua versione originaria nel 1922 dalla Hutchinson & Co. Dal resoconto di Stead si evince che la morte “non è che il passaggio da una stanza all’altra” e che “entrambe sono ugualmente ammobiliate e sistemate”.

In realtà il concetto di “stanza accanto” è una metafora di convenienza, in quanto facilita il compito che la nostra mente critica deve svolgere per capire come conviviamo con i nostri cari sul piano spirituale, piano di cui siamo tutti partecipi: incarnati e disincarnati.

Eppure, il Dott. Craig Hogan, che, con la propria opera Your Eternal Self (edito da Greater Reality Publications, 2008), presenta prove scientifiche di come la mente non sia circoscritta al cervello e circa l’effettiva esistenza dell’Aldilà, oltre ad offrire un programma di addestramento guidato online su come contattare i propri cari senza l’ausilio di un medium  (http://www.selfguided.spiritualunderstanding.org/), nello spiegare le dinamiche del contatto post-mortem, esordisce proprio dicendo: «Ricevere comunicazioni dagli altri piani di esistenza non è come sentire qualcuno parlare dalla stanza accanto». Il Dott. Hogan spiega che, qui, sul piano terreno, udire una persona parlare dalla stanza accanto è un fatto ineluttabile, avviene e basta, anche contro la nostra volontà. Ascoltare invece le comunicazioni che ci arrivano dall’Aldilà significa predisporsi a recepire input subliminali, sottoforma di pensieri, impressioni, sensazioni e altre sottili forme di sapere che, da svegli, se non stiamo volontariamente cercando il contatto, ci arrivano per lo più a livello subconscio.

Ciò che è più interessante della spiegazione fornita dal Dott. Hogan è la metafora che usa per spiegare come avviene questo contatto, spiegazione molto efficace per farci comprendere quanto sia necessario predisporsi e sintonizzarsi su questo canale più sottile, ma prima ancora, esserne consapevoli. Il Dott. Hogan equipara il modo in cui i nostri cari comunicano con noi, o con il nostro Io Superiore, che è in ogni caso costantemente immerso nel mondo dello spirito, allo stesso modo in cui può capitarci di attrarre l’attenzione di una persona che si trova in coda davanti a noi, magari alla cassa del supermercato o al semaforo.

La natura del fenomeno legato al sentirsi osservati, è stata, come ci ricorda Hogan, investigato dal biologo Rupert Sheldrake, che ne parla nel libro La mente estesa (Urra Edizioni, 2006). Sarà capitato a tutti, in un momento del genere, se non si ha fretta e non si hanno impegni o preoccupazioni che tengano la nostra mente occupata, di notare che, se ci mettiamo a fissarne la nuca della persona in coda davanti a noi, se questa è ugualmente rilassata, molto probabilmente si girerà a guardarci senza neanche capirne il motivo. Se desideriamo testare questo metodo di proposito, possiamo addirittura immaginare di fare il solletico al soggetto che abbiamo selezionato per l’esperimento: se le circostanze sono quelle di cui abbiamo parlato, questo potrebbe non solo girarsi, ma anche toccarsi la nuca, come se il solletico fosse arrivato davvero.

Ecco un esempio brillante delle condizioni ottimali e delle modalità con cui i nostri cari dall’Aldilà hanno modo di mettersi in contatto con la nostra mente costantemente affaccendata nel corso della nostra vita quotidiana. Il contatto avviene da mente a mente, come del resto avviene anche fra persone fisicamente vive. Il vantaggio di chi comunica dall’Aldilà sta nel fatto di non condividere la miriade di preoccupazioni che ci attanagliano, mentre lo svantaggio sta nel fatto di potersi imbattere nell’incredulità, nella mancanza di aspettativa, in un lutto troppo profondo e soprattutto i pochi argomenti che le nostre piccole menti terrene sono in grado di apprezzare e condividere con chi è invece partecipe di ben altre e più profonde conoscenze.

Della complessità del sapere dei disincarnati sono testimoni le migliaia di persone che hanno vissuto, ricordato e tentato di raccontare un’esperienza di premorte o NDE: quasi sempe queste lamentano il fatto che le parole disponibili nei nostri vocabolari non sono in alcun modo sufficienti a veicolare ciò che hanno vissuto e provato. Pertanto, i messaggi che i nostri cari potranno con più probabilità riusciere a veicolare sono quelli che più spesso ci auguriamo di poter sentire: la conferma che sono vivi e stanno bene, un aiuto o un consiglio a vivere nel modo migliore la nostra vita, un senso di tutela e protezione nei momento difficili.

Da parte dei nostri cari nell’Aldilà, si richiede sicuramente un impegno preciso per veicolare il segno della propria presenza tramite, pensieri, idee, impressioni, sensazioni, immagini. Da parte nostra invece si richiede la comprensione di quanto sia importante avere la mente sgombra da preoccupazioni e disposta a recepire il contatto, anche in momenti inaspettati della giornata.

Immaginiamoci dunque la fatica di attirare l’attenzione di qualcuno che ci porge le spalle semplicemente fissandone la nuca e ricevere in cambio, per tutta risposta, solo il risultato di vedere quella persona girarsi senza sapere il perché, avendo magari provato la sensazione talora anche solo subconscia di essere osservato, ma senza capirne la natura e lo scopo. Poniamoci nei panni dei nostri cari. Poi riflettiamo su occasioni passate in cui effettivamente questo contatto possa essere avvenuto e noi averlo scartato assieme alla miriade di pensieri che ci affollano la mente durante il giorno.

Posso per esempio trovarmi al supermercato, per rimanere in tema, ed essere in dubbio sul se tentare una nuova ricetta, visto che in cucina mi considero una frana, e all’improvviso notare che la radio del supermercato sta mandando in onda una canzone che mi incoraggia a cucinare qualcosa di gustoso perché avrà un effetto speciale proprio come le delizie che preparava la nonna. Coincidenza?

Posso sentirmi un po’ giù perché mi manca tanto mio nonno che mi ha cresciuta ed era sempre così dolce e comprensivo con me, sentirmi sola e quasi disperata al pensiero che adesso nella vita tutto grava sulle mie spalle, e, nell’atto di parcheggiare la macchina vedere davanti a me una vettura con su scritto in eleganti caratteri corsivi “Giulietta”, che è proprio il nome con cui mi chiamava da bambina. Coincidenza?

Un contatto ancora più significativo è quello in cui mi viene tutto d’un tratto in mente un ricordo particolare, associato a una persona cara che fisicamente se n’è andata, qualcosa a cui magari non penso più da anni. Ecco che il contatto da mente a mente assume una connotazione ancora più precisa. Quella persona cara sta appunto riflettendo su quel ricordo e, concentrandosi su di me, è riuscita a veicolarmelo.

Ecco il filo sottile tramite il quale il contatto può arrivare. Ma bisogna esserne consapevoli e pronti ad afferrare quel filo. Proviamo a immaginare come possa essere frustrante per chi pensa a noi dall’Aldilà il fatto di credere che tutto ciò che pensiamo provenga dalla nostra mente, da nostri ragionamenti o dalle nostre fantasticherie.

Instaurare un dialogo è un qualcosa che potrà venire dopo, seguendo la tecnica che ci è più congeniale, ma all’inizio è essenziale capire (ed essere convinti) che la comunicazione avviene sempre, proprio come quando siamo in coda al semaforo e abbiamo troppa fretta di arrivare dove stiamo andando per badare al tizio che ci osserva da un’altra vettura.

Se riusciamo a convincerci che il contatto è possibile per tutti, e avviene in questo modo, potremo rispondere ad esso con gratitudine e ricambiare il pensiero. È proprio così che il contatto da svegli con i nostri cari avviene.

Se riusciamo a cogliere tali pensieri affettuosi mentre siamo affaccendati, proviamo a immaginare quanto più efficace sarà il contatto in un quieto stato meditativo.

Per chi conosce l’inglese, ricordo che il programma di addestramento del Dott. Craig Hogan è disponibile a questo link: http://www.selfguided.spiritualunderstanding.org/.

La verità sulla reincarnazione

Non siamo costretti a rinascere, almeno nel senso tradizionale attribuito a questo concetto.

Questo è il messaggio di fondo che l’autrice, dall’umile punto di vista che la stessa accomuna simpaticamente a quello di un pesce rosso in una boccia, desidera comunicare al lettore.

Come per il suo precedente libro, dedicato alla comunicazione con i cosiddetti “defunti”, anche in questo caso il testo è il risultato di un profondo lavoro introspettivo basato sull’esperienza personale di viaggiatrice astrale e studiosa della medianità.

Scopo dell’autrice è anche fondamentalmente quello di rassicurare chiunque abbia perso una persona cara che la morte non esiste, che non siamo robottini immessi nostro malgrado in un soverchiante e macchinoso sistema di vite, morti e rinascite al di fuori del nostro controllo, e che nella vita non perdiamo mai di vista i nostri cari, MAI, neanche nelle più buie situazioni esistenziali.

Al contrario, il testo presenta l’uomo quale eroico e potente spirito di luce che ha scelto di sottoporsi in via transitoria a una situazione apparentemente limitante per contribuire con coraggio e abnegazione al Grande Disegno spirituale che ci vede protagonisti.

Ancora una volta l’autrice cerca di dimostrare, con esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, che il Mondo dello Spirito non è altro che il nostro mondo, che tutti abbiamo una missione di vita che abbiamo scelto al di là dello Spazio e del Tempo e che questa ci guida sempre, nella quotidianità, anche attraverso le persone e le circostanze che sembrano capitare nella nostra vita per caso.

Pagina dell’autrice: https://www.amazon.com/author/giuliajearyknap

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Le esperienze fuori dal corpo

 

Negli ultimi 25 anni mi è spesso capitato di sentire persone estremamete interessate ai viaggi astrali che lamentano il fatto di non riuscirci. Spesso mi sento dire che lo faccio sembrare così facile, quando racconto qualche aneddoto, mentre in realtà non è così. Ho quindi pensato di citare un in questo articolo le mie argomentazioni così come riportate nel libro L’Aldilà è a portata di mano per spiegare perchè ritengo molto più allettante e semplice imparare ad avere sogni lucidi (a rendersi, cioè, conto in un sogno di stare sognando) e perchè considero quest’ultimo il mio metodo preferito di contatto con i nostri cari nel mondo dello spirito.

“I cosiddetti viaggi o esperienze “fuori dal corpo” o OBE (dall’acronimo inglese Out of the Body Experiences”, abbreviato anche in O.O.B.E.) si verificano quando, spontaneamente o volontariamente, la mente si sveglia mentre il corpo dorme.

Nel mio caso, il fenomeno si era presentato spontaneamente durante l’adolescenza, almeno quindici anni prima di poterne capire a fondo il significato. In pratica mi capitava che, se rimanevo sveglia a studiare fino a tardi, o se mi addormentavo esausta per un’oretta nel pomeriggio (in altre parole, se il mio corpo risultava particolarmente stanco, ma la mente lo era meno, oppure era sovraeccitata dallo studio quando il mio corpo era ormai esausto), mi svegliavo all’improvviso con la mente, incapace di controllare il corpo fisico.

La sensazione, che molti studenti e atleti conoscono, di svegliarsi con la mente in un corpo paralizzato, di non riuscire neanche a sollevare le palpebre, con un ronzio o una vibrazione forte nella testa, di cercare di gridare senza riuscire ad emettere neanche un sussurro, era tutt’altro che piacevole.

Solo in anni recenti ho scoperto che l’anomalia, denominata in questa sua prima fase “paralisi del sonno”, era dovuta al fatto che durante il sonno REM il tono dei muscoli scheletrici scompare completamente; questo fenomeno, detto atonia muscolare, si associa alla paralisi funzionale dei muscoli scheletrici. Durante il sogno non si è perciò in grado di muoversi; se così non fosse, ogni episodio di sonno REM si accompagnerebbe a un’intensa agitazione motoria, dettata dalla necessità di mimare le azioni compiute in sogno.

Chi dunque, a causa di questa disarmonia fra lo stato di stanchezza del corpo e lo stato di vigilanza della mente, si sveglia con la mente mentre il corpo dorme, può avere la spiacevole sensazione di essere prigioniero in un corpo paralizzato, il che si accompagna naturalmente a sentimenti di ansia, paura o terrore, sebbene l’esperienza sia in genere oggettivamente piuttosto breve.

Personalmente, una volta rassegnatami al verificarsi di questi episodi e aver escluso di avere qualche grave malattia, avevo inventato da ragazza un sistema per uscire da queste situazioni, risvegliando il corpo: immaginavo di compiere un atto che richiedeva un alto grado di concentrazione, come quello di dissociare il movimento delle mani facendo loro compiere gesti di tipo diverso (muovendone una in senso circolare e l’altra su e giù, tanto per fare un esempio), e questo bastava a risvegliare il corpo.

Gli episodi di paralisi notturna, con le loro spiacevoli vibrazioni e le mie tecniche di risveglio continuarono per molti anni. Ce ne vollero, infatti, una quindicina per scoprire che, quando la mente si sveglia nel corpo addormentato (in inglese, parlando di OBE, si usa proprio l’espressione “mind awake – body asleep”), la coscienza è libera di abbandonare il corpo e di spostarsi in uno stato di totale vigilanza su altri piani e in altre dimensioni. In particolare, chi ha familiarità con questo argomento, parla in genere di “piano astrale”, sul quale ci muoveremmo con questo secondo corpo, più sottile, chiamato appunto “corpo astrale”.

Secondo gli “addetti ai lavori” tutti e tutto avrebbero una propria dimensione o versione “astrale”, che ha una propria esistenza parzialmente indipendente dalla dimensione fisica, si modifica e si muove con molta più fluidità e facilità in risposta ai nostri pensieri e “funziona” talora autonomamente anche quando siamo svegli. Ad esempio, mi è capitato più di una volta, mentre ascoltavo qualche conferenza un po’ noiosa o ero io stessa leggermente assonnata (e dunque vicina allo stato di dormiveglia) di vedere gli spettatori accanto a me muoversi, girarsi, guardarsi intorno, rivolgersi al proprio vicino, mentre la loro controparte fisica era pressoché immobile ad ascoltare il relatore. Mi è anche capitato, in stato di dormiveglia, di vedere mio marito aggirarsi per la casa e fare come suo solito dei piccoli lavoretti, mentre la sua controparte fisica si trovava a più di cento chilometri di distanza.

Ebbene, questo è quello che io chiamo “corpo astrale”: un corpo non vincolato dalle leggi dello spazio e del tempo, libero di fare le cose che noi ci limitiamo a sognare ad occhi aperti e, durante le OBE, solido e tangibile quanto uno spirito disincarnato, tanto da poter toccare i nostri cari nell’Aldilà e parlarci senza problemi.

Infatti, in base all’esperienza da me maturata successivamente, quando il corpo fisico dorme e la mente è sveglia, quest’ultima può con il corpo astrale camminare o volare nella versione astrale della camera da letto e del resto della casa, volare nel circondario, raggiungere in un battibaleno luoghi lontanissimi e incontrare altre persone sveglie o anch’esse addormentate e girovaganti nei propri corpi astrali, fino a incontrare persone defunte e visitare i luoghi dove esse risiedono; a quanto ho visto, esistono anche luoghi intermedi di incontro, per queste riunioni con i trapassati, come esiste la possibilità di muoversi nel tempo e incontrare la versione futura o passata dei propri cari.

Nel mio caso, la vera e propria scoperta del nuovo mondo cui le paralisi notturne potevano portarmi avvenne per caso: avevo ventinove anni ed ero particolarmente stressata perché, essendo stata da poco promossa e trasferita presso la sede milanese dell’azienda per la quale lavoravo, vivevo in albergo da ben quattro mesi, senza riuscire a trovare un appartamento in affitto. Una notte, intorno a mezzanotte, stavo appunto cominciando ad assopirmi, quando mi si presentò la familiare sensazione di pesantezza delle membra e di ronzio nella testa. Questa volta però, invece di dibattermi in un corpo paralizzato, fui sbalordita nel constatare che le mani e le braccia “volavano via”, svincolate dalle braccia vere … Scioccata, d’istinto le tirai giù, risvegliandomi completamente.

Cos’era successo? Ero forse impazzita?

In realtà, scoprii quasi subito, ragionando sulle poche cose che avevo sentito fino a quel momento sui viaggi fuori dal corpo, che i miei arti fisici erano rimasti in quel frangente paralizzati come sempre; io stessa (o sarebbe forse meglio dire il mio corpo), ero momentaneamente scivolata nel sonno: a volar via erano state le “altre braccia”, quelle che vengono attribuite al corpo astrale, testimone la mia mente o coscienza (difficile operare un distinguo fra le due in momenti così concitati), che era rimasta invece vigile e lucida a registrare l’episodio.

Esercitandomi e facendo pratica nelle settimane e nei mesi che seguirono, scoprii che, quando la mente si svegliava mentre il corpo dormiva, questo non costituiva più una barriera: non era più solido, ma cedevole e poroso, fatto di un’energia che poteva essere tranquillamente attraversata. Non solo potevo uscire da quel corpo, ma potevo infilarci dentro le mani astrali, così come potevo attraversare il materasso o i muri, avvertendo talora come una sorta di tenue vibrazione o pizzicorino. Potevo galleggiare fin sotto il soffitto come un palloncino, o scendere giù a pochi centimetri dal pavimento, oppure potevo specchiarmi e vedere il mio corpo astrale.

Quella di specchiarmi divenne ben presto un’abitudine consolidata che mi sono portata dietro fino ad oggi. Poiché mi ripugnava l’idea di guardare il mio corpo addormentato nel letto, per quanto non avessi problemi a toccarlo e mi incantavo ad ascoltare il ritmico suono del suo respiro, trovavo che specchiarmi con il corpo astrale costituiva comunque un’impresa piuttosto audace, e negli anni ho scoperto che mi consentiva anche di avere un’idea più o meno precisa del mio stato d’animo a livello profondo, in modi molto più chiari di quanto il corpo fisico lasciasse trapelare.

Ad esempio, nei primi tempi delle mie sperimentazioni ero una persona piuttosto solitaria, in quanto vivevo a circa quaranta chilometri dal posto di lavoro e non avevo amici in città. Inoltre attraversavo un periodo di tristezza, a causa del recente trasloco dal Piemonte, e, nonostante le soddisfazioni sul lavoro, non ero tutto sommato quella che si può definire una persona felice.

Le prime volte che, durante i miei viaggi fuori dal corpo, mi specchiai per vedere che aspetto avesse il mio corpo astrale, fui sorpresa nel constatare che, mentre il mio volto fisico se ne andava in giro sapientemente truccato con capelli in ordine e orecchini diversi tutti i giorni, quello astrale appariva emaciato, con ecchimosi e cerotti, i capelli erano in disordine (una volta portavo addirittura i bigodini) e i vestiti erano sempre sciatti o rovinati. Fortunatamente ero anche dotata di un formidabile intuito, per cui non mi lasciai prendere dallo sconforto e attribuii immediatamente quelle immagini al mio io emozionale, triste e solitario.

Nel corso degli anni, mi sono specchiata numerosissime volte durante le mie OBE, e con la maternità e il formarsi della mia famiglia ho visto l’aspetto del mio corpo astrale diventare sempre più bello, giovane e gioioso.

Un’ultima divagazione sull’immagine che mi rimandano gli specchi astrali lo destino ad un periodo più recente, in cui, colpita da una brutta malattia e soggetta a mesi di terapie che mi avevano fatto temporaneamente perdere i capelli, mi sono vista in uno specchio collocato in un ambiente molto più ampio e luminoso della mia casa materiale, e con una stanza in più appositamente destinata al riposo e alla ripresa fisica. L’immagine che mi rimandava lo specchio era quello di una bella donna, almeno dieci anni più giovane e con capelli fluenti: l’unica stranezza erano gli occhi velati di una rossa patina di paura. In quell’occasione, capii quanto era cruciale, ai fini della guarigione, superare la paura e guardare al futuro con fiducia. Mesi dopo, dopo essermi sottoposta a una TAC di controllo che mi aveva finalmente tranquillizzato, ho avuto il piacere di specchiarmi ancora sul piano astrale, e di vedere il mio volto impreziosito da due enormi occhi verdi, liberi ormai dalla patina della paura.

A questo proposito, cito una curiosità: nel settembre 2010, due anni prima delle terapie che mi avrebbero fatto perdere i capelli, in un’OBE avevo chiesto di poter incontrare il Maestro Gesù, cui sono sempre stata affezionata specie per il suo amore per i bambini. Mi ero ritrovata in una pineta ricchissima di colori e di profumi, ma nel contempo (fatto straordinario) potevo rimirare il cielo stellato come se fosse notte. Gesù insegnava in una sorta di istituto, ma in quell’occasione uscì appositamente per incontrarmi. Aveva il suo “look” tradizionale, con barba e capelli lunghi, ma era vestito con moderni abiti casual: jeans e camicia con maniche risvoltate all’altezza dei polsini. Guardandomi negli occhi, mi trasmise un pensiero tratto dalle Scritture, ma straordinariamente rivelatore con il senno di poi: mi fece intendere che sapeva finanche quanti capelli avevo sulla testa!!!

Per tornare brevemente agli specchi, desidero solo sottolineare che, oltre a riflettere la mia immagine, e quella di eventuali entità vicine a me, questi si sono rivelati negli anni dei portali eccezionalmente efficaci per trasferirmi velocemente dal piano astrale in cui mi trovo al “luogo” in cui desidero andare, specie se si tratta di incontrare qualche persona in particolare, vivente o defunta che sia.

 

Alice attraverso lo specchio di Lewis Carrol è il libro che probabilmente mi ha maggiormente affascinato e influenzato da bambina circa l’uso degli specchi come portali verso altre dimensioni.

 

Facciamo ora un passo indietro, e torniamo alla notte in cui mi erano “volate via” le braccia, nell’autunno del 1990. Da quel momento in avanti cominciai a leggere tutto quello che potevo sull’argomento dei viaggi astrali. All’epoca non potevo contare su internet, e non era facile affrontare un tema del genere con la mia normale cerchia di conoscenze senza sembrare quantomeno “strana”. Il primo libro che mi assorbì completamente fu I miei viaggi fuori dal corpo di Robert Monroe. A questo ne seguirono numerosi altri. Leggevo e mi esercitavo. Essendo single potevo davvero sbizzarrirmi. Il sabato e la domenica, nel mio monolocale, staccavo telefono e citofono e mi davo all’esplorazione.

Tenendo un diario dei sogni e delle OBE, potei scoprire che un’esperienza in parte simile al viaggio astrale, molto comune, è quella in cui, durante un sogno, ci si rende conto di stare sognando e allora si riesce in modi più o meno diretti ed efficaci a controllare quello che avviene nel corso del sogno stesso. Si tratta dei cosiddetti “sogni lucidi”, in cui siamo ancora parzialmente immersi in uno stato di coscienza onirico, per cui anche cose strane o improbabili possono continuare ad apparire normali.

Anche se nell’ambito del sogno lucido esistono vari gradi di lucidità, che possono essere volontariamente accentuati fino ad arrivare all’OBE, nell’OBE propriamente detta la mente è comunque pienamente sveglia, anche se le nostre priorità possono variare leggermente da quelle dello stato di veglia a causa delle prospettive più ampie che abbiamo. Grazie a questa dicotomia, si ha la chiara cognizione di muoversi con un corpo simile a quello fisico, ma diverso, non soggetto alle leggi del mondo fisico, nella dimensione di cui abbiamo appena parlato.

Queste esperienze, spontanee o volute, sono andate avanti per ventisei anni, regalandomi episodi unici e commoventi. Con il tempo, l’esperienza, le letture e le riflessioni sull’argomento, mi sono resa conto che i “luoghi” che i miei viaggi astrali mi consentivano di visitare non erano tanto “fuori” dal corpo fisico, come il nome di questo fenomeno suggerisce, ma piuttosto dimensioni interiori della coscienza e dello spirito, sebbene questo rimanga un tema aperto, dal momento che i concetti di “dentro” e “fuori” non hanno la stessa importanza che gli attribuiamo al di là del piano strettamente fisico

In altre parole, se durante la veglia, nel nostro stato di coscienza ordinario, qui sul piano fisico, tutto quello che vediamo e tocchiamo ha una parte interna e una parte esterna, al di là di questa nostra dimensione, i concetti di “dentro” e “fuori” cessano di avere importanza, per cui anche disquisire su se il piano astrale si trovi “fuori” dal piano fisico, come una sorta di guscio energetico che lo circonda, oppure “dentro” di esso, come una sorta di parte estrema del nucleo spirituale che costituisce la nostra essenza, diventa pura teoria, e forse non ha alcuna importanza.

William Buhlman, uno dei massimi esperti americani nel campo delle OBE, è uno studioso che ha voluto appunto porre l’accento sull’idea che la proiezione astrale sia in realtà un viaggio interiore. Da parte mia, posso dire che questa particolare chiave di lettura mi ha liberato da molte paure, prima fra tutte quella di poter rimanere “chiusa fuori” dal corpo, o di vedere definitivamente troncata la cosiddetta corda d’argento che legherebbe il nostro corpo astrale a quello fisico mentre se ne va in giro fuori dal corpo.

Ma indipendentemente da queste speculazioni, resta il fatto che, se è vero che negli anni delle prime sperimentazioni mi sono concentrata sull’esplorazione del piano più vicino a quello fisico, non è passato molto tempo prima che il desiderio di visitare i miei cari nell’Aldilà prendesse il sopravvento.

(…) desidero sottolineare un’ultima volta quanto il viaggio astrale non costituisca altro, a mio parere, che uno stato di maggior lucidità rispetto al sogno lucido, ovvero il sogno in cui si è consapevoli di sognare. Desidero anche puntualizzare, ancora una volta, che il sogno lucido, se lo si desidera, può costituire un trampolino di lancio per il viaggio astrale, in quanto, quando si è consapevoli di sognare e si ha a disposizione una buona fetta di consapevolezza circa quello che sta succedendo, si può anche fare la scelta precisa di amplificare il proprio grado di lucidità, passando ad un’OBE vera e propria.

Anche se a questo punto potrebbe sembrare superfluo, colgo l’occasione per sottolineare il mio totale dissenso con studiosi, praticanti e insegnanti del sogno lucido quali Charlie Morley, che considerano il 99% dei soggetti incontrati in un sogno lucido come personaggi onirici (o P.O.), ovvero semplici prodotti della mente del sognatore. Sebbene condivida con tali ricercatori il concetto più ampio che questa vita sia in realtà simile a un sogno dal quale con la morte ci risveglieremo nella nostra più grande realtà di appartenenza, non trovo questo un motivo valido per negare l’assoluta autenticità ed individualità degli spiriti incarnati o disincarnati con cui possiamo relazionarci sia nello stato di veglia che in altri stati modificati di coscienza, come il sogno e le OBE.”

[Brano tratto da L’Aldilà è a portata di mano]

Il motivo per cui in genere non incoraggio le persone a imparare ad avere esperienze di OBE è perhè, in tali esperienze la mente e pienamente vigile, per cui tutti i filtri logici, critici e razionali con i quali discriminiamo la realtà nella vita di tutti i giorni possono intralciare la comprensione di ciò che ci sta accadendo. Al contrario, nel sogno lucido, la mente che ci accompagna nella vita di veglia è parzialmente “sedata” e in grado di cogliere intuizioni e idee di cui potrebbe sfuggirci il senso quando siamo svegli.

Il motivo per cui faccio spesso riferimento alle più tangibili esperienze di OBE quando parlo delle varie tecniche per contattare i nostri cari nell’Aldilà è semplicemente quello di fornire prove pratiche a supporto della veriticità delle esperienze che sono invece pienamente accessibili a tutti tramite sogni, sogni lucidi e in un quieto stato meditativo.

 

 

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Contatti con l’Aldilà – Se state soffrendo per la perdita di una persona cara, questi spunti potrebbero esservi utili

 

 

 

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L’autrice di questo podcast/articolo non dispensa consigli medici né prescrive l’uso di alcuna tecnica illustrata in questo podcast/articolo quale terapia per problemi di salute. L’intento dell’autrice è semplicemente quello di aiutare l’ascoltatore/il lettore nella propria ricerca del benessere fisico, emotivo e spirituale. Per esigenze di natura medica, si invita il lettore a consultare un professionista.