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Blocco dello scrittore? Cinque trucchi per aggirare il problema!

Che si scriva per lavoro o per hobby può capitare di non sentirsi in vena o adeguatamente motivati anche se si è tenuti a rispettare una scadenza o si desidera ardentemente ultimare un progetto.

Ecco cinque trucchi per aggirare la cosiddetta sindrome da pagina bianca.

1) Scoprire quali sono i propri momenti di maggior creatività

Per chi è impegnato in un lavoro di scrittura creativa a lungo termine ed opera per conto proprio, la mancanza di stimoli o scadenze quotidiane potrebbe essere alla radice del problema. È quindi utile cercare di stabilire quali sono i momenti della giornata in cui ci si sente più creativi e anche le circostanze che favoriscono il quieto fluire di tale creatività.

Io per esempio trovo che le primissime ore del mattino sono le migliori perché la mente è riposata e anche perché il silenzio e la quiete di cui posso godere all’alba favoriscono la concentrazione.

2) Creare gradualmente una routine

Sempre per chi scrive per lavoro e manca di stimoli pratici, come potrebbero esserlo delle scadenze quotidiane, creare gradualmente una routine in base alla quale ci si impone di scrivere a ruota libera per un certo numero di minuti (che andranno gradualmente crescendo nel tempo) è un ottimo sistema per creare l’abitudine in base alla quale si andrà a consolidare l’aspettativa di essere capaci di scrivere a comando. Creare una nuova abitudine significa sempre andare metodicamente a sfidare e ad ampliare quella che in inglese si chiama comfort zone, e cioè lo spazio psicologica nell’ambito del quale ci sentiamo a nostro agio perché già ampiamente collaudato. Per esempio potrebbe rientrare nella nostra comfort zone scrivere venti o trenta cartoline di auguri, perché conosciamo i nostri interlocutori, sappiamo cosa farebbe loro piacere leggere e così via.

Scrivere di getto tutto quello che passa per la testa su un argomento per cinque, poi sette, poi dieci, poi venti minuti di seguito, invece, costituisce una sfida graduale, specie se ci imponiamo di non rileggere quello che abbiamo scritto fino alla scadenza del compito che ci siamo imposti.

Infatti, proprio come si allena un muscolo facendo ginnastica, imporsi un numero gradualmente crescente di minuti in cui fare una maratona di scrittura nell’orario che abbiamo stabilito essere il più proficuo ai fini della creatività e della concentrazione, ci allenerà ad acquisire la nuova abitudine.

Nel contempo, staremo anche sfidando il perfezionista che è in noi, perfezionista che in una prima bozza non ha assolutamente voce in capitolo.

3) Cambiare approccio

Che si tratti di scrivere nell’ambito di una routine oppure a titolo occasionale, porsi davanti a un foglio bianco non è necessariamente stimolante. A volte, anche per lo scrittore professionista può insorgere la noia, giungere un momento di empasse o anche sentire il bisogno di staccare e distrarsi facendo qualcos’altro. Tuttavia, se non si trattasse semplicemente del bisogno di una pausa, ma si avvertisse, per un motivo o per l’altro, il bisogno di rompere il ghiaccio sul tema su cui stiamo scrivendo, quello di cambiare approccio potrebbe essere uno stratagemma risolutivo.

Per esempio, usare il proprio smartphone per dettare a ruota libera quello che avremmo altrimenti scritto, potrebbe risultare un ottimo incentivo. Oltretutto, cellulari e tablet offrono oggi l’opzione dettatura, per cui dopo non ci ritroveremmo neanche a dover sbobinare un file audio, ma semplicemente a ritoccare quanto catturato dal dispositivo che abbiamo usato.

Altre opzioni potrebbero essere: scrivere una lista di idee, tracciare una mappa mentale, oppure fare semplice brainstorming (buttare giù quante più idee possibili sull’argomento, senza alcuna censura) prima di tornare al nostro metodo di scrittura abituale.

4) Scegliersi un collega a cui rendere conto e con cui condividere le responsabilità

Sempre nel caso di chi scrive, per lavoro o per diletto, a lungo termine ma in assenza di stimoli quali possono essere per esempio un ambiente di lavoro con relative aspettative in termini di date o addirittura ore di consegna, un ottimo sistema per motivarsi a scrivere può essere quello di scegliere un collega con cui confrontarsi periodicamente e regolarmente (magari una volta alla settimana o magari più spesso), con cui impegnarsi a raggiungere un determinato obiettivo o una determinata serie di obiettivi entro e non oltre una determinata scadenza. A questi impegni che i colleghi prenderanno reciprocamente e di cui dovranno poi rendere ragione potranno alternarsi delle chiacchierate in cui si parla in modo rilassato dei propri obiettivi e ci si scambiano opinioni e consigli.

5) Affidarsi a un revisore

Se proprio non si ha confidenza con lo scrivere ma si desidera portare a termine un progetto personale che abbia un tocco di professionalità, resta comunque l’opzione di affidare il proprio manoscritto a un revisore, amico o freelance, che potrà alleviare la tensione derivante dall’ansia di prestazione e permettere a chi scrive di dedicare il proprio talento ai soli contenuti.

Per esempio, quando ho pubblicato i miei due libri in inglese, nel 2017, non solo ho affidato il brogliaccio a una collega madrelingua, ma ho commissionato l’editing ad un revisore britannico professionista, che ha lavorato fianco a fianco con me, garantendomi alla fine un lavoro di qualità.

Va detto. in ogni caso, che gli errori di percorso sono parte del processo di apprendimento e che quattro occhi sono sempre meglio di due. A questo proposito, ricordo le parole di una mia collega scrittrice, traduttrice ed editor-redattrice che è solita dire che «i refusi sono come la gramigna: si pensa di avere estirpato tutto, e poi si riapre un giorno per caso un libro già pubblicato e immediatamente l’occhio cade su una lettera sbagliata».

Link

Questa è una breve meditazione guidata, della durata di 15 minuti, utile per chi ha letto gli Esercizi di simulazione 1 e 2 presentati nel volume Le esperienze fuori dal corpo – Vol 1 attualmente scaricabile gratuitamente assieme al volume Esplorando i mondi sottili

Le esperienze fuori dal corpo

Ecco il link al file mp3: http://fracieloeterra.org/Meditazione – Non sono il mio corpo

Nota importante sulle meditazioni guidate

Al fine di garantire la propria e altrui sicurezza, tutti gli esercizi di meditazione vanno eseguiti in luoghi e circostanze in cui non si richiede uno stato di vigilanza e attenzione. Ai fini del buon esito degli esercizi, inoltre, questi vanno eseguiti quando non si prevedono interruzioni o distrazioni.

VIAGGI ASTRALI – Un estratto dal Libro “L’Aldilà è a portata di mano”

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L’incontro con Sabrina

[…]  veniamo all’estate del 1994, ad una delle esperienze più toccanti e commoventi che io abbia mai avuto, che ha portato con sé la certezza che l’Aldilà é letteralmente a portata di mano. I fatti risalgono alle 3:00 del mattino, di lunedì, 29 agosto 1994. All’epoca, avevo appena compiuto trentatré anni.

Erano circa tre anni che avevo cominciato ad avere esperienze volontarie di proiezione astrale, in occasione delle quali avevo anche incontrato il mio nonno paterno, che era mancato quattro anni prima della mia nascita (pochi mesi prima che i miei genitori si conoscessero). Ma fino a quel momento, era sempre stato come se lui mi venisse incontro a metà strada, per così dire, in una zona non meglio definita fra Cielo e Terra. Mi ero esercitata ad avere queste OBE nel mio appartamentino da single, il sabato o la domenica pomeriggio, dopo aver staccato il telefono per essere sicura di non essere disturbata.

Preferivo farlo di giorno, perché c’era la luce del sole, ed io avevo sempre avuto paura del buio. Col tempo, ero passata dalla semplice curiosità circa gli aspetti e le possibilità “tecniche” legate alle OBE ad un approccio più spirituale, mirato ad ottenere prove circa la vita dopo la morte del corpo fisico. Da quando queste esperienze erano diventate per me una fonte di ricerca spirituale, mio nonno era diventato per me come una guida, e raramente non si presentava quando andavo in cerca di lui.

Ma veniamo all’estate del 1994.

Dall’8 al 14 agosto 1994 avevo passato la mia prima settimana all’Arthur Findlay College[1] di Stansted, sede della SNU[2], o Unione Spiritualista Inglese. Era stato il mio primo contatto approfondito con lo Spiritualismo e con medium professionisti. Al mio ritorno in ufficio, il lunedì successivo alla vacanza, avevo saputo che erano peggiorate le condizioni di salute di Sabrina, figlia quattordicenne di uno dei miei colleghi, che al ritorno da una vacanza estiva in Spagna con i genitori aveva cominciato a soffrire di una patologia fulminante che aveva aggredito diversi organi vitali. Mercoledì, 17 agosto, ricevemmo la triste notizia che Sabrina era improvvisamente morta in ospedale. La notte prima aveva detto buona notte al suo papà, pregandolo di venirla a trovare il più presto possibile la mattina dopo. Ma non ce l’aveva fatta a superare la notte e solo l’infermiera si trovava accanto a lei quando aveva all’improvviso sentito che stava succedendo qualcosa di strano e le aveva chiesto di abbracciarla forte.

Questa notizia mi sconvolse. Avevo parlato solo una volta con Sabrina al telefono, prima di partire per Stansted, perché mi trovavo per caso al centralino dell’azienda per la quale lavoravo, e lei chiamava per parlare con il papà. Ma adesso ero assillata da un pensiero che mi pressava anche con una certa urgenza, e cioè che avrei potuto dare a suo padre delle prove che Sabrina era viva e stava bene proprio grazie a queste mie OBE. Non mi rendevo proprio conto di quanto potesse essere difficile parlare di esperienze così fuori dall’ordinario. Il papà di Sabrina sarebbe rientrato al lavoro il 29 agosto e, durante la settimana precedente il suo rientro in ufficio, l’urgenza di andare “di là” a controllare come stava Sabrina divenne sempre più pressante e non riuscivo praticamente a pensare ad altro. Si trattava di una sensazione strana e molto forte, che avrei sperimentato più volte in futuro, ma era anche la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere e la prima volta che concepivo l’idea di usare le OBE per conto di un’altra persona.

Quell’ultima settimana provai tutte le notti, ma senza successo.

La domenica sera mi ritrovavo ancora con lo stesso problema. DOVEVO ASSOLUTAMENTE vedere Sabrina quella notte, a ogni costo.

Quella notte passai le prime tre ore a rigirarmi nel letto, cercando disperatamente di rilassarmi e di raggiungere uno stato ipnagogico sufficientemente lungo che mi permettesse di uscire consapevolmente dal corpo, ma inutilmente. Non avevo un’esperienza sufficiente in questo campo, e neanche mi rendevo conto all’epoca di quanto il senso di urgenza dettato da uno stato di lutto o di dolore potesse rivelarsi un vero e proprio ostacolo per questo tipo di esperienza. Ero in preda a una grande frustrazione.

Intorno alla mezzanotte riuscii effettivamente a uscire dal corpo, ma mi trovai ad affrontare un’esperienza piuttosto inaspettata e inquietante: ero in preda a forti vibrazioni, quasi una corrente elettrica mi attraversasse il corpo, quando vidi emergere dal pavimento della camera da letto un Cristo a grandezza d’uomo appeso alla croce. Questo fatto, che, come scoprii in seguito, era in pratica l’ultima barriera posta all’esperienza dell’Oltre-Vita dai miei preconcetti religiosi, mi terrorizzò, e abbandonai definitivamente il progetto di andare a cercare Sabrina.

Ma intorno alle 3:00 del mattino mi trovai di nuovo all’improvviso fuori dal corpo, sebbene questa volta mi ritrovassi in un ambiente completamente differente e, per la prima volta nella mia vita, non provavo né un senso di paralisi né le vibrazioni, e, cosa più importante, non avevo paura. Non mi trovavo in camera da letto, e non mi trovavo neanche in quel posto così familiare, a “metà strada fra Cielo e Terra” dove ero solita incontrare mio nonno. Mi trovavo in un altro posto e mi trovavo faccia a faccia con Sabrina.

Mi apparve leggermente più giovane di una quattordicenne, ed in uno stato d’animo che all’epoca mi era sembrato leggermente confuso. Oggi, con il senno di poi, dopo aver visitato altre volte l’Aldilà in circostanze del tutto diverse, mi rendo conto di cosa possa avermi dato quella sensazione. Non era Sabrina ad essere confusa: lo ero io.

Mi sarei aspettata che mi accogliesse a braccia aperte visto il mio incontro in ufficio con suo padre l’indomani, e invece non mostrava particolare entusiasmo. Le chiesi se stesse bene, e mi rispose di sì. Le chiesi se desiderasse inviare un messaggio a suo padre e a sua madre, e ricevetti una risposta che mi lasciò perplessa: «Beh sì! No, non al momento!» (Come poteva essere? Avrei visto suo padre il giorno dopo!) «Fra qualche tempo parlerai con mia mamma» continuò Sabrina (non conoscevo sua mamma) «ma solo dopo che avrai paralato con una donna che parla il francese». Questa fu la dichiarazione più strana di tutte. Non avevo idea di cosa potesse voler dire.

Dopo una breve conversazione, Sabrina si allontanò, come se non ci fosse più nulla da dire. E qui successe un altro fatto piuttosto unico fra tutte le mie esperienze di OBE. Sebbene fossi stata lasciata da sola, non avvertivo alcun bisogno, necessità o urgenza di rientrare nel corpo fisico. Mi ritrovai lì a stazionare senza saper bene cosa stavo facendo e cosa dovevo fare. In passato, avevo sempre avvertito, in tutte le esperienze fuori dal corpo, questo forte bisogno di rientrare alla svelta, una specie di “elastico” psicologico che mi richiamava indietro. Ma questa volta (fatto del tutto eccezionale) sembravo vivere il medesimo stato d’animo quieto e un po’ disinteressato di Sabrina, e mi chiedevo cosa stesse accadendo.

Ma dopo essere stata lì ferma per un po’ per conto mio, mi resi conto all’improvviso che non dovevo rimanere là. Fui presa dal panico, e come una falena che si mette a girare convulsamente intorno ad una luce, cominciai a cercare il mio corpo fisico per poi rientrare finalmente nel letto.

Manco a dirlo, quando il papà di Sabrina rientrò al lavoro il giorno dopo, non riuscii a spiccicare parola sull’ac-caduto, nonostante l’emozione incredibile che provavo.

Circa dieci giorni dopo ebbi un’altra OBE “programmata”, questa volta al pomeriggio, durante la quale cercai di rivedere Sabrina. Non appena uscita dal corpo, percepii la presenza di una creatura angelica (una donna), più alta di me e bellissima (sebbene non riuscissi effettivamente a “vederla” come attraverso gli occhi fisici), che mi offrì il braccio con decisione e mi accompagnò lentamente attorno a quello che appariva una specie di letto, sebbene non potessi vedere chi vi dormisse. Mi chiese per favore di parlare a bassa voce, per non svegliare Sabrina. Poi mi riaccompagnò al mio letto, perché tornassi nel corpo, dove rientrai in maniera inusitatamente delicata.

Sebbene non avessi una grande esperienza dell’Aldilà all’epoca, trassi la conclusione che Sabrina in quel momento stesse riposando e non dovesse essere disturbata. Fu solo anni dopo che appresi dalla letteratura medianica che è piuttosto frequente, per chi sia morto a seguito di una malattia, di un evento scioccante o in età avanzata, godere dopo il trapasso di un periodo di riposo molto simile al sonno, nel corso del quale si ambienta e adatta perfettamente alla nuova situazione di disincarnato.

Alcuni giorni dopo il mio primo incontro con Sabrina, il 1 settembre 1994, fummo informati in ufficio che una giovane Assistente al Servizio Marketing era appena stata assunta. Questa nuova collega, che aveva praticamente la mia età, poiché era solo 4 giorni più giovane di me, era bilingue (italiano-francese) ed era appena rientrata in Italia dopo diversi anni passati in Francia; all’epoca passava regolarmente due finesettimana al mese in Francia. Per una fortuita serie di coincidenze, questa ragazza ed io cominciammo quasi subito a chattare attraverso l’intranet aziendale di varie cose, ed io mi trovai ad accennarle che avevo queste OBE ed avevo appena avuto questa incredibile esperienza di incontrare Sabrina e non avevo idea di come gestire la cosa.

Circa un mese dopo, la collega del Servizio Marketing mi venne a dire di essersi trovata a parlare con il papà di Sabrina alla macchina del caffè del piano di sotto e che lui le aveva parlato così apertamente di questo lutto così recente che lei non aveva resistito alla tentazione di riferirgli che io avevo qualcosa da dirgli.

Prima di quel momento, non avevo programmato e neanche immaginato che una cosa del genere potesse mai verificarsi.

Così, circa 40 giorni dopo la morte di Sabrina, suo papà passò nel mio ufficio a chiedermi “che cosa stavo combinando con la Sabrina”. Naturalmente fui presa dall’imbarazzo. Sentivo che per lui non era facile parlare di cose del genere, ma mi venne immediatamente incontro dicendomi che sua moglie avrebbe gradito incontrarmi e, senza chiedermi alcun dettaglio circa le mie “esperienze”, mi chiese se potevo andare a pranzo da loro.

E questo è proprio quanto capitò. Dopo pranzo, la mamma di Sabrina ed io ci ritirammo in soggiorno a parlare un po’ di tutto. Si verificò esattamente quello che Sabrina aveva predetto, e oggi mi rendo conto che la sua apparente mancanza di trasporto nel parlarmi era probabilmente dovuta al fatto che il mio fermento interiore nell’incontrarla non aveva alcun modo di essere veicolato nella realtà di tutti i giorni con la velocità che mi aspettavo o che speravo.

Sebbene non ci fossimo mai incontrate prima, la mamma di Sabrina ed io passammo diverse ore a parlare quel pomeriggio. Mi chiese un resoconto dettagliato e condivise con me molti ricordi di sua figlia. Mi disse anche di stare attenta a non parlare di questo argomento troppo apertamente con suo marito, perché troppo emotivo per gestire un qualcosa di così delicato. Mi raccontò di un’esperienza che aveva avuto alcuni giorni dopo il trapasso di Sabrina, quando una mattina, svegliandosi, aveva avvertito distintamente la presenza di sua figlia che le parlava e che le diceva che stava bene, che andava tutto bene e che sarebbe andato tutto bene.

Ad integrazione di questo racconto, devo riferire un sogno avuto nel 2003.

Dal 1994, ero sempre rimasta in contatto con i genitori di Sabrina (di cui custodisco una foto in sala), e ci eravamo visti almeno due volte all’anno. Quando nacque nostro figlio, mi avevano anche regalato un orologione di stoffa, che era stato di Sabrina, e una sua copertina per la culla.

Nel corso del 2003, senza alcun preavviso, ho sognato Sabrina bellissima, ormai ventiduenne, che (come era capitato per altre persone a me care, inclusa mia nonna), sembrò essermi venuta in sogno con il preciso scopo, non solo di mostrarmi che bella giovane adulta era ormai diventata, ma per descrivermi il suo trapasso, mostrandomi come era stato dolce, e conseguentemente difficile per lei capire l’esatto momento in cui aveva per così dire lasciato questa Terra.

Nel sogno mi mostrava di trovarsi con l’infermiera e un momento dopo di non aver più bisogno di respirare, ma che aveva dovuto ripercorre più volte con il pensiero quegli istanti avanti e indietro nel tempo per cercare di capire esattamente in che “momento” si era verificato il trapasso.

Il contatto più recente con Sabrina risale invece al novembre del 2008. I suoi genitori mi avevano espressa-mente chiesto se potevo cercare di incontrarla. E l’incontro era arrivato quasi subito, carico di emozioni da togliere il fiato. Non mi rendevo conto in quel momento di quale stagione si stesse avvicinando. Ma Sabrina, vestita di un rosso vivace, ebbe queste meravigliose parole per i suoi genitori: era tanto dispiaciuta di averli lasciati; avrebbe voluto abbracciarli con tutti i Natali che avevano dovuto trascorrere senza di lei.

Come si può evincere da questo racconto, nel caso di Sabrina, OBE, sogno e contatto volontario hanno tutti contribuito al mantenimento dei contatti con questa deliziosa ragazzina che ci ha lasciato troppo presto.

 

[1] http://www.arthurfindlaycollege.org/

[2] http://www.snu.org.uk/

Un estratto dal mio nuovo libro “Le esperienze fuori dal corpo”

Le esperienze fuori dal corpo e il precedente volume Esplorando i mondi sottili sono GRATIS su Amazon dal 2 al 6 maggio 2019 

 

L’Ego e le sue trappole

 

La notte del 24 marzo 2012, durante quello che ritengo essere ad oggi il periodo più cupo della mia vita a causa di una situazione personale estremamente difficile che mi causava incubi notturni da quasi tre mesi e mezzo, mi capitò un’esperienza straordinaria. Fu una sorta di sogno mistico, sebbene a tutt’oggi non sia certa che si possa ritenerlo un semplice sogno. Ricordo di essere entrata in una casa a me sconosciuta e di avervi incontrato mia nonna materna, deceduta ormai da ventiquattro anni. Nonostante i numerosi incontri avuti con lei dopo la morte (in sogno, sogno lucido, OBE o tramite contatto medianico), ero talmente stupita di ritrovarla viva che era come se questa fosse la prima volta che ci vedevamo dopo la sua morte e la cosa mi animava di una consapevolezza nuova e più profonda.

Mia nonna voleva riportarmi con la memoria all’epoca in cui aveva ottantatre anni: si trattava del 1981, un periodo in cui soffrivo di stress post-traumatico a causa del terremoto molto forte che aveva colpito l’anno prima la nostra cittadina e l’area circostante. Ero consapevole, all’epoca di questa esperienza, del fatto che il terremoto aveva fatto crollare molte mie certezze fin dalle fondamenta, ma capii solo in seguito quanto mia nonna stesse cercando di riportarmi alla mente un evento passato che era stato destabilizzante quanto quello che stavo vivendo in quel momento e che, come quello, mi avrebbe a tempo debito aperto gli occhi sugli scopi più profondi dell’esistenza.

Tornando al mio sogno, non appena mi resi conto che mia nonna era viva, notai che era accompagnata da suo nonno, un antenato di cui nulla sapevo, anche lui incredibilmente vivo. Questo rese la mia consapevolezza del fatto che la vita continua dopo la morte ancora più profonda di quanto non lo fosse mai stata in qualsiasi precedente incontro con persone defunte.

Come spesso accade nei sogni, mi trovavo al di fuori del tempo lineare e mi è difficile ricostruire la sequenza esatta degli avvenimenti, ammesso che ce ne fosse una. Ad ogni modo, in questa circostanza probabilmente innescata dalla dolorosa situazione che stavo vivendo, avvenne per me un fatto senza precedenti: mi ricordai di come mi sentivo prima di venire in questa vita e di quanto profondamente amassi tutte le persone che in questa vita avrei incontrato. Per quanto ne sapessi, prima (al di là) del mio ingresso nel tempo, nessuno mi aveva spiegato chiaramente come tutti questi meravigliosi sentimenti di amore, affetto e tenerezza potessero, come in un negativo fotografico, trasformarsi con la nascita nel mondo fisico in paura, senso di colpa, incubi, gelosia, odio, rabbia o altri sentimenti tossici.

Mi sentii non solo tratta in inganno, ma arrabbiata per il fatto di essere nata, di essere stata convinta ad investire tutto questo amore in qualcosa che si sarebbe trasformato in tanta sofferenza. In quell’istante sapevo con certezza che maggiori fossero in partenza i sentimenti di amore, maggiore sarebbe stata la corrispondente vulnerabilità nel mondo, proprio come in un negativo fotografico. Prima di venire non avevo idea che sarebbe successo tutto questo.

Col senno di poi, questa fu per me la più grande prova acquisita di prima mano circa la preesistenza della nostra identità personale, unica e anche eterna! Ma andiamo avanti.

Vidi anche degli eventi cruciali in qualche modo da noi già decisi prima di venire al mondo e come, dell’evento più importante di tutti, fosse stata scattata una sorta di foto festosa e celebrativa per contrassegnare fin da allora quella che sarebbe stata una delle pietre miliari delle nostre vite. Tuttavia ricordo anche che questa foto celebrativa era circondata da specchi deformanti e mi resi conto di come il medesimo evento possa essere percepito in modi diversi e distorti sul piano fisico a seconda dei punti di vista. Questo fatto in qualche modo mi spiegava le cause del momento difficile e doloroso che stavo attraversando.

Mi resi conto per la prima volta che quando veniamo in questa vita la nostra identità personale esiste già (oltre lo spazio e il tempo), ma una sorta di amnesia ci impedisce di ricordare l’immenso amore che ci lega gli uni agli altri, amnesia che in quell’esperienza del 2012 minò la mia salute come mai prima.

Anche se le circostanze di cui parlo si chiarirono poi felicemente e recuperai non solo la salute ma una consapevolezza molto più profonda circa i rapporti che intessiamo in questa esistenza proprio grazie al fatto di poterci vedere separati gli uni dagli altri e soggetti ad incomprensioni, ho voluto riportare ancora una volta questo episodio nato da circostanze estremamente dolorose per dare un’idea concreta di ciò che intendo per Ego, di come il nostro spirito non conosca prima dell’incarnazione tutti i risvolti umani di questa amnesia e del salto nel buio che la nostra nascita sul piano fisico rappresenta quando ci sentiamo sprofondare nella disperazione.

Mi resi conto che, se non ci fosse l’amore con la “A” maiuscola che conosciamo per esperienza diretta in qualità di spiriti disincarnati, e che ci aspettiamo naturalmente di ricevere per essere felici, non potremmo conoscere tutto l’insieme di sentimenti anche dolorosi che si provano nella vita terrena a seguito della sua privazione. Con il passare dei giorni trassi la conclusione che esisteva un motivo profondamente spirituale per quello che mi stava succedendo, anche se nei momenti più bui non mi era dato comprenderlo.

Durante quell’esperienza capii anche che, per quanto lontano potesse apparirmi quel meraviglioso stato di amore ultraterreno che mi era stato dato di ricordare, esisteva la possibilità di ritrovarlo ogniqualvolta l’avessi desiderato: infatti, nonostante le oggettive difficoltà che devastarono la mia salute quell’anno, avevo aperto una porta fra quelli che mi erano in precedenza apparsi come due mondi distinti e potevo fluidamente muovermi fra essi, riportando sul piano terreno la luce del luogo dal quale tutti veniamo.

L’ingresso in questa vita terrena non è solo un immersione temporanea nel tempo e nello spazio, ma anche una separazione dalle nostre conoscenze più profonde, che porta invariabilmente con sé una percezione distorta delle cose. Sebbene avessi maturato la certezza che la nostra identità personale esista oltre il tempo e che anche i bambini non nati ne abbiano una (fatto che fino a quel giorno non mi era chiaro), in qualità di spiriti disincarnati immersi nel puro amore incondizionato non conosciamo la separazione, e l’Ego è il concetto che uso per spiegare come questa separazione si possa apprezzare.

L’Ego è come un abito che indossiamo quando nasciamo e che ci serve solo nel corso della vita incarnata per tutelarci da eventuali pericoli di ordine materiale. È un qualcosa che non ha una coscienza, ma solo delle funzioni, prima fra tutte quella di tenere viva l’illusione che noi siamo soltanto un corpo fisico. L’Ego espleta tali funzioni tramite strumenti che, per puerili che siano, possono apparirci anche subdoli. Il suo compito è quello di tenerci ancorati al piano terreno: una sorta di inganno che diventa però intermittente quando ci ricordiamo che si tratta solo di un’illusione.

Da una parte, sul piano scientifico, come richiamato già in altre occasioni, la sua funzione è stata accomunata in parte a quella di una “valvola a riduzione” che permette al cervello di non essere sommerso da una marea di informazioni e conoscenze per noi ingestibile. Sul piano metaforico, possiamo vederlo come una lente d’ingrandimento, che ci permettere di mettere a fuoco un determinato spettro dello scibile che un essere mai incarnato non può discernere.

È importante ricordare la neutralità della funzione che l’Ego espleta nel creare la percezione della separazione, senza la quale non potremmo apprezzare tante cose che sul piano del puro spirito vengono date per scontate. D’altro canto, per assolvere a tale funzione, l’Ego si serve di determinati strumenti che desidero ricapitolare prima di addentrarmi nel tema dei viaggi astrali.

Nella seguente tabella ho cercato di elencare le convinzioni e caratteristiche cui l’Ego dà vita e di cui si nutre, contrapposte a quelle del nostro Vero Io (che chiamo anche Io Superiore o Io Completo), caratteristiche che assumono una connotazione negativa man mano che vengono rinforzate, nuocendo così a noi stessi e agli altri:

La prima volta che ho sentito parlare di Ego nell’accezione specifica che propongo nei miei scritti è stata verso la fine degli anni Novanta da parte di autori che attribuivano però la sua nascita a un atto di arroganza dell’uomo nei confronti di Dio, fonte di puro amore incondizionato e fonte e del Tutto. Al contrario, sulla base di quanto ho appreso dalle esperienze di NDE condivise da chi ha vissuto una vera e propria morte clinica per poi scegliere di tornare alla vita o essere informati che non era ancora giunto il loro momento, l’incarnazione è il frutto di una scelta ben diversa: la scelta entusiastica e coraggiosa di co-creare assieme a Dio, di cui tutti e tutto siamo emanazione.

La mia esperienza del 24 marzo 2012 me lo aveva confermato. Anche se in quel momento provavo risentimento per lo stato di amnesia che l’Ego comporta, andando a cancellare il ricordo fondamentale che la morte del corpo fisico è solo il risveglio da tale amnesia e conseguente stato illusorio, adesso sono infinitamente più forte e motivata grazie a questa consapevolezza, poiché so per esperienza di prima mano che chi dovesse apparirmi su questo piano terreno come poco amabile è in realtà motivato dalla paura o comunque da uno stato di oblio circa la propria vera essenza: veniamo tutti dalla medesima fonte di puro amore e innocenza, abbiamo tutti uno spirito fatto allo stesso modo, che può tuttavia essere più o meno oscurato dall’abito che l’Ego costituisce.

Erano stati i resoconti circa le esperienze di NDE che mi avevano introdotto in via per me teorica al concetto di amnesia riguardo al mondo paradisiaco dal quale veniamo quando ci incarniamo in un corpo fisico, amnesia che si ripete spesso con la fine di una esperienza di temporanea morte clinica andando anche ad interessare i ricordi più profondi di tale esperienza, quali per esempio i temi della missione di vita che ci siamo prefissi prima di nascere e che vengono spesso riproposti a chi vive una NDE per convincerlo a tornare in vita.

L’Ego è evidentemente il frutto di tale amnesia, indispensabile per vivere appieno la vita fisica, anche se sperimentare di prima mano il ricordo del tripudio di amore incondizionato da cui veniamo è tutt’altra cosa rispetto a sentirselo raccontare da altri.

Quindi non è assolutamente lecito o utile demonizzare l’Ego, come non è lecito demonizzare tante altre circostanze che fanno parte dell’atto creativo che le nostre esistenze costituiscono.

Ho scelto di descrivere l’Ego come un abito o una funzione senza una propria coscienza perché, a quanto ho potuto constatare, esso agisce in base a degli automatismi, che possono tuttavia tentare di boicottare la ricerca e l’esplorazione di ciò che esiste oltre il piano fisico.

Pertanto, ogni volta che sentiamo di trovarci davanti a un ostacolo che ci impedisce di raggiungere la pienezza di ciò che cerchiamo di realizzare sul piano spirituale, chiediamoci sempre se il nostro Ego ci stia in qualche modo boicottando.

Cercherò ora di ricapitolare con un elenco i sentimenti più comuni generati dall’Ego e di cui esso si nutre, al fine di permetterci di monitorare il nostro dialogo interiore, identificare eventuali forme di auto-sabotaggio e vagliare anche ciò che ci motiva di più nell’esplorazione dei mondi sottili:

̶  Paura.
̶  Ansia.
̶  Dubbi.
̶  Preoccupazioni.
̶  Pessimismo.
̶  Senso di inadeguatezza o insoddisfazione verso noi stessi.
̶  Materialismo.
̶  Avidità.
̶  Senso di colpa.
̶  Paura di punizioni.
̶  Penuria.
̶  Ingratitudine.
̶  Incontentabilità.
– Vittimismo.
̶  Tendenza a giudicare gli altri.
̶  Paura del giudizio altrui.
̶  Biasimo.
̶  Rancore.
̶  Ostilità.
̶  Odio.
̶  Gelosia.
̶  Invidia.
̶  Competitività.
̶  Rivalità.
̶   Mors tua, vita mea.
̶  Tendenza a distruggere e complottare.
̶  Vendicatività.

Senza generalizzare su alcuno di questi punti, basterà usare il nostro senso critico ogniqualvolta tali sentimenti ci si presentano per vagliarne la fondatezza ed affidabilità, specie se il loro effetto è quello di scoraggiarci dal perseguire obiettivi che sentiamo sani e giusti per tutti, facendoci sentire inadeguati.

Per esempio, se la paura può essere utile quando si tratta di evitare un pericolo concreto, è sicuramente un’insana consigliera se diventa il criterio di riferimento in base al quale misuriamo ogni cosa. Essa può innescare ogni sorta di freni, creando attorno a noi delle barriere apparentemente così solide da rischiare di compromettere pesantemente la nostra qualità di vita e il compimento della nostra missione, oltre ad indebolire il nostro sistema immunitario.

Il senso di inadeguatezza che può esserci stato anche involontariamente inculcato da bambini ogniqualvolta ci veniva detto o lasciato intendere che non eravamo all’altezza di un compito o non eravamo “capaci” di fare qualcosa rispetto agli altri può finire per generare un senso di impotenza da adulti, scarsa motivazione a perseguire un obiettivo o una tendenza allo scoraggiamento. Per esempio, alle elementari mi ritenevo incapace di disegnare e soprattutto incapace di imparare a farlo, in quanto l’insegnante, sicuramente in buona fede, era solita elogiare l’opera di una compagna rispetto ai lavori di tutti gli altri allievi: avevo quindi maturato un senso di inadeguatezza proprio nei confronti di quello che è oggi uno dei miei hobby preferiti.

In effetti, in termini di motivazione, tenacia e risultati, è straordinario l’effetto che ha su di noi la semplice convinzione di essere capaci di perseguire un obiettivo. È quindi essenziale sapere che da adulti tali punti deboli possono essere facilmente ribaltati.

Il concetto di penuria, secondo cui esisterebbero in ogni campo scorte limitate di benessere, può generare gelosia, rivalità o pessimismo quando ci si vede confrontati con il bene di cui godono altri.

Proverò paura, se non addirittura ostilità, per chi mette in dubbio ciò che sul piano terreno reputo di mia esclusiva proprietà ogni qualvolta confondo la realtà materiale con quella vera, che è di natura spirituale. Lo stesso dicasi per la paura e l’ostilità nei confronti di chi non condivide il mio pensiero, che è comunque filtrato dal cervello e dunque dall’Ego.

Se è vero che la realtà che viviamo sul piano fisico è soprattutto il frutto delle nostre aspettative, è lapalissiano che la paura di fallire in uno scopo anche nobile può diventare un fardello insostenibile.

Nel contempo, la voce del nostro Vero Io è la nostra principale alleata, in quanto è illuminata dall’assoluta supremazia dell’amore con la “A” maiuscola, dalla consapevolezza che siamo eterni e che il nostro spirito è fatto appunto di tenerezza, innocenza, gioia, sicurezza e condivisione di un’abbondanza di benessere senza fine. Proprio per questo, la voce del nostro Vero Io è ripetitiva e non incostante e mutevole come quella dell’Ego. Inoltre il nostro Vero Io è motivato dalla passione più che da un senso dell’obbligo, e sa apprezzare il momento presente e l’enorme potenziale in esso racchiuso.

La paura di altri atteggiamenti generati dall’Ego, quali il giudizio altrui, e i conseguenti sensi di colpa (che nulla hanno a che fare con la nostra coscienza), il rancore, la gelosia, la competizione, la rabbia, l’aggressività, l’odio e, dulcis in fundo, il vittimismo, generano nelle nostre vite dei circoli viziosi che il nostro Vero Io (o Io Superiore) può spezzare.

In particolare, come abbiamo già visto, l’assenza di amor proprio che l’Ego genera è alla radice di molti mali.

Naturalmente, la paura della morte o comunque dell’annientamento della nostra identità personale è la più infida forma di paura che l’Ego incarna, specie se riguarda la separazione da persone a noi care.

Di queste debolezze infuse dall’Ego sono ben consce le persone o organizzazioni che di proposito diffondono notizie improntate al terrorismo psicologico, di qualsiasi natura esso sia. Infatti, se per esempio ho paura di morire, potrei avere paura di ammalarmi, e questa paura come altre ha appunto l’effetto di abbassare le difese immunitarie.

Ora che abbiamo inquadrato le caratteristiche non costruttive di questa sorta di abito che ci permette di vivere nell’illusione di essere separati da Dio e gli uni dagli altri, allorché siamo in realtà impegnati ad esplorare e co-creare nuovi confini assieme al Creatore Supremo, è anche più facile comprendere l’importanza di rimuovere l’abito quando non serve, ovvero quando esploriamo in sicurezza i mondi sottili.

Poiché, come abbiamo visto, viviamo immersi in un fluido campo di energia che conferma le nostre aspettative anche subconsce come uno specchio, e siamo noi stessi costituiti da tale energia, tendiamo almeno sul piano fisico a sentire ciò che ci aspettiamo di sentire e a vedere ciò che ci aspettiamo di vedere.

Questo vale anche per i sogni o le esperienze astrali intraprese senza prima prendere atto di eventuali preconcetti inutili e dannosi.

Se per esempio ci troviamo in uno stato d’animo improntato al vittimismo, all’ingratitudine e alla mancanza di amore verso noi stessi che la scarsa autostima comporta, ciò ingigantirà altri stati d’animo derivanti dall’Ego e questi tenderanno a colorare le nostre esperienze. È in questi casi che possono verificarsi gli incubi oppure esperienze che comunque in qualche modo danno vita a eventuali aspettative negative.

L’esoterismo e l’occultismo cadono spesso nei tranelli dell’Ego finendo per proiettare sulla rappresentazione dei mondi sottili e finanche del dopo-vita le medesime dinamiche che tendono a causare conflitti e ingiustizie sul piano terreno. Nel tentativo di offrire un’alternativa al fondamentalismo religioso, si rischia di dipingere comunque un Aldilà all’insegna dell’Ego (come nel già citato caso del libro e film Nosso Lar), che nulla ha a che fare con la divina fonte di puro amore da cui veniamo e alla quale apparteniamo.

È per questo che non incoraggio le esplorazioni cosiddette extracorporee se si ha un atteggiamento poco amorevole verso se stessi e gli altri, o se si ha un debole per l’aspetto sinistro delle vicende umane. Sul fluido piano astrale tenderemo a trovare alle prime proprio le conferme di queste aspettative, che si interporranno come un muro fra noi e i sani progetti del nostro Vero Io.

Va detto che chi ama proiettare nei mondi sottili le medesime dinamiche che caratterizzano il mondo dell’Ego tende a dipingere tali pericoli facendo leva su tutto un sottobosco di superstizioni, paure e ignoranza. Sedicenti audaci professionisti che dichiarano di conoscere i lati oscuri dell’immaginario umano si offrono di sradicare i nostri demoni per noi, usando quella che dovrebbe essere semplice cautela e conoscenza della natura umana per dipingere scenari spaventosi qualora non si seguano le loro direttive.

D’altro canto ho trovato che esiste un altro pericolo, non meno tangibile: è l’atteggiamento ingenuo e imprudente basato sulla convinzione che tutto sia innocuo e che tutti possano fare tutto ciò che vogliono, perché i pericoli immateriali non esistono. Come abbiamo visto, non è così.

Un esempio lampante è costituito dal lutto per la perdita di una persona cara. Si tratta forse della forma più dirompente di sofferenza che aggredisce anche chi, saldo nella fede della vita eterna, subisce comunque uno shock a livello umano. Anche a persone che hanno maturato solide convinzioni sul dopo-vita può non essere risparmiato, oltre al dolore, un vacillamento di convinzioni già ben radicate. A maggior ragione, chi, per proprie convinzioni personali, ipotizza che nei mondi sottili si annidino insidie rischia di trovarle sulle prime materializzate in una OBE, anche se in realtà queste non sono altro che fantasie dell’Ego.

Riflettiamo per esempio su come un determinato filone di film di fantascienza tenda a raffigurare gli extraterrestri come mostri belligeranti che cercano di conquistare la Terra per dominarci e controllarci. Nella realtà, ci sono persone sopravvissute a esperienze di premorte che hanno avuto modo di vedere forme di civiltà diverse da quella terrena e hanno riscontrato quanto le medesime regole universali di amore incondizionato valgano per tutti.

Siamo costantemente bombardati da messaggi che confermano i preconcetti dell’Ego, ma lo siamo solo finché accettiamo di esserlo.

Sul piano astrale il nostro Ego inteso come ancora di connessione alla materia può giocare brutti scherzi e anche personificarsi come se fosse un individuo altro da noi. L’angoscia o altri sentimenti simili possono trasformare l’Ego personificato in una sorta di entità che può in modo suadente o anche aggressivo tentare di ostacolare un cammino di crescita alla scoperta di nuove verità.

Un caso classico è quello dell’adolescente cui capita un episodio di paralisi notturna senza conoscerne la natura e i meccanismi (che permettono alla mente vigile di percepire una realtà altra rispetto a quella strettamente fisica) e che decodifica la propria condizione di incapacità di muoversi o di emettere suoni come un evento sinistro, dove eventuali presenze sono percepite come malevole e responsabili del senso di costrizione in cui si trova. Nei paesi anglofoni tale interpretazione superstiziosa ha portato a definire talora la paralisi notturna come The Old Hag Syndrome, associandola ad allucinazioni, visite da parte di demoni o di extraterrestri malvagi. Nulla di più falso.

Ad ulteriore tutela e rassicurazione circa la falsità di tali sinistre fantasie aggiungo che una delle regole chiave che anima il Mondo dello Spirito è che i simili si attraggono e che dunque il bello attrae il bello, il buono attrae il buono, e via discorrendo. L’eventuale perplessità o confusione che un’esperienza nuova, ma comunque del tutto naturale, può generare in una persona dal cuore puro, amorevole e gentile potrà tradursi solo in esperienze consone al suo sentire, che andremo in ogni caso a rinforzare con la preghiera o meditazione, come da linee guida fornite in calce a ogni capitolo.

Quanto sopra esposto, tuttavia, spiega perché il tema dei viaggi astrali, in assenza degli approfondimenti che abbiamo qui esposto, è spesso presentato come una sorta di terra di nessuno, terreno minato da non percorrere mai senza una guida esperta.

In base a quanto ho avuto modo di constatare, attribuire eventuali tentativi di distrazione e boicottaggio a misteriose forze oscure al di fuori di noi e del nostro controllo (salvo che nel caso di veri e proprio disturbi psichici per i quali si richiede l’intervento di uno specialista) è uno spreco di risorse e una perdita di tempo.

Inoltre, le persone che giocano con l’esoterismo allo scopo di danneggiare il prossimo rischiano inevitabilmente di danneggiare se stesse. In pratica penso che, in tutto quello che facciamo, e quindi non solo nell’ambito dell’esplorazione dei mondi sottili, noi esseri umani dobbiamo prenderci la responsabilità per il nostro operato e voler bene a noi stessi, per poi diffondere il bene sia a livello materiale che a livello sottile.

Ora che abbiamo elencato i motivi per cui è sufficiente far chiarezza circa le proprie convinzioni e maturare un atteggiamento informato e sereno prima di mettere a frutto i grandi benefici che possono derivare dai viaggi astrali, siamo in grado di bonificare il terreno dai pregiudizi: potremo cosi, non solo constatare che siamo molto di più di un corpo fisico, ma portare la magia del nostro spirito nel quotidiano, nel nostro presente: il qui e ora vissuto dalla totalità del nostro spirito non è solo il punto dal quale possiamo esercitare la più grande forma di controllo sulla nostra qualità di vita, ma è anche il punto dal quale possiamo meglio irradiare in modo contagioso tutto ciò che di bello e di buono siamo venuti a creare sul piano terreno.

Nel prossimo capitolo vedremo come la ricerca e l’allenamento fai-da-te da me intrapreso nei primi anni Novanta nel campo dei viaggi astrali mi riservò appunto alcune sorprese che avrei preferito evitare, ma che ritengo utile illustrare perché offrono un chiaro esempio di come l’Ego possa boicottare la ricerca del nostro Vero Io in modi spesso puerili e facili da prevenire.

Riassumendo: l’Ego è come un abito che indossiamo quando nasciamo e che ci serve solo nel corso della vita incarnata. È un qualcosa che non ha una coscienza, ma solo delle funzioni, prima fra tutte quella di tenere viva l’illusione che siamo soltanto un corpo fisico. Esso ha ogni interesse a boicottare la nostra ricerca nel campo del soprannaturale. Se non ci riesce distogliendoci dallo scopo con ostacoli che impoveriscono la motivazione e inducono al pessimismo, sul fluido piano astrale potrebbe alzare la posta, cercando di convincerci che non ne vale la pena o che è troppo difficile. Le tecniche di boicottaggio sono puerili. Una volta identificata, tale forma di autosabotaggio cesserà.

La magia del piano astrale – Appunti di viaggio dai mondi sottili

E se vi dicessi che, non solo l’Aldilà, ma tutto il mondo dei nostri sogni è a portata di mano, se ne comprendiamo i meccanismi più profondi?

Questa serie di mini Kindle illustra appunto, dal mio personale punto di vista, i concetti che da millenni sono coltivati da culture tradizionali che si allineano ai principi di Amore e rispetto e che costituiscono la regola prima del Mondo dello Spirito: principi che noi esseri umani siamo audacemente venuti a manifestare anche sul piano fisico e che anche la fisica quantistica comincia ad essere in grado di confermare.

Il primo volumetto, uscito il 31 agosto scorso, illustra le basi da cui partono le mie riflessioni, riflessioni che espongo non solo in qualità di viaggiatrice astrale ma anche e inevitabilmente tramite l’accresciuta consapevolezza che, sebbene a singhiozzo, queste esperienze portano con sé. La premessa è quella che veniamo da una Fonte di Puro Amore, fatta di gioia e senso di apparentenza, e ad essa invariabilmente ci allineaiamo quando ne ascoltiamo gli inviti, che sono scolpiti in noi da sempre in quella che definisco la nostra bussola interiore. Se da essa ci discostiamo, già semplicemente perdendo la nostra autostima, proiettiamo nel mondo un immagine distorta di noi stessi, che invita i nostri compagni di viaggio a fare altrettanto, a non rispettarci e non collaborare.

Se invece riprendiamo in mano la regola prima da cui scaturisce tutto il creato, come un sasso lanciato in uno stagno, irradieremo attorno a noi tutte le certezze, gli stati d’animo e le competenze che ci animano al di là dello spazio e del tempo, in quanto audaci esseri di luce venuti a co-creare insieme a Dio.

La nostra bussola interiore ci permetterà infatti di scegliere, in modo semplice e nel contempo rispettoso degli altri, gli strumenti che meglio si prestano a colmare il divario fra il nostro piccolo io, immerso nel mondo fisico e intento a creare la nostra realtà sul piano terreno, e il nostro Vero Io partecipe di ogni cosa, liberandoci dall’oppressione che il senso di separazione o isolamento generati dalla temporanea amnesia creata dallo stato di essere umano possono creare in noi.

Lo scopo non è quello di dominare le forze della natura o controllare gli altri, ma semplicemente quello di riscoprire l’incanto, la meraviglia e l’innocenza che ci permettono di apprezzare le dimensioni invisibili e accedervi ogni qualvolta possibile, aprendoci così tutte le porte.

Il secondo volume

uscito il 2 maggio 2019, è invece un’introduzione pratica alle cosiddette esperienze fuori dal corpo (o OBE, dall’inglese Out-of-Body Experiences), argomento per il quale è previsto anche un secondo volume di approfondimento,

Le OBE di cui si occupa questa pubblicazione si verificano quando la mente si sveglia, o rimane vigile, mentre il corpo dorme, condizione detta appunto in inglese mind awake – body asleep (mente sveglia in corpo addormentato). Come spiego in questo volume, si tratta di un fenomeno che si può indurre in più modi e che è pertanto ottenibile e controllabile con l’allenamento e la buona volontà.

Nella prima parte di questo volumetto, ho cercato di affrontare le basi dell’argomento esperienze fuori dal corpo illustrando tutti gli aspetti di cui, in base alla mia esperienza, è importante essere al corrente prima di indurre una vera e propria OBE. Con gli esercizi di simulazione, presentati di pari passo con le argomentazioni teoriche, ho cercato invece di offrire al lettore delle tecniche mirate che, se perseguite con tenacia e perseveranza, anche solo pochi minuti al giorno, potranno non solo familiarizzarlo con cautela con l’esperienza in sé, ma con il tempo anche permettergli di indurla.

Per questo volume devo ringraziare in particolare la preziosa collaborazione della collega esploratrice Vicky Short, che ci ha recentemente testimoniato la propria NDE e che è autrice del saggio autobiografico: Persephone’s Journey, nel quale condivide con il lettore le proprie incredibili esperienze psichiche fino alla data di pubblicazione (2010). Nella nostra corrispondenza, Vicky mi ha ricordato il grandissimo potere degli esercizi di meditazione preparatori che usavo quando, negli anni Novanta, ho cominciato ad esplorare questo fenomeno, imparando ad indurlo volontariamente.

Il 5 giugno è uscito il LIBRO DI ESERCIZI in versione cartacea che accompagna questi due e-book: esso vuole offrire al lettore ed esploratore, che nella versione digitale trova vivaci immagini a colori e link attivi, un supporto cartaceo che costituisca una sorta di giornale di bordo, che al testo alterna spazi personali, con pagine da compilare, domande a cui rispondere, ricordi da trascrivere e pagine da colorare.

Book trailer:

The Three Powerful Things I Learnt about After-Death Communication from Firsthand Accounts of the Afterlife

 

 2018

I have now worked as a professional translator and interpreter for over 30 years, here in Italy. In fact, ever since I was a child, everyone used to ask me to assist when English-speaking people were around, as my mum is English. Therefore, I found out from a very early age how delightful it felt to help people understand one another. I guess this is one of the reasons I have always been extremely interested in after-death communication and mediumship, as mediums too are trained to help people communicate with one another even though one of the parties involved is in the Spirit World.

From a young age, I have also always had a keen curiosity about life’s great mysteries. I remember I was around nine when I started experiencing intense episodes of déjà vu. I later ascribed these to my fascination with time travel and being able to move instantly in space or between dimensions in order to pursue my dreams. Here is why I believe that, during my teens, I started experiencing sleep paralysis, though it was only in my late  20s that I found out that this phenomenon could lead to astral travel and the possibility of actually ‘visiting’ the Afterlife and checking on departed loved ones.

I was 14 when Dr. Raymond Moody’s groundbreaking book about near-death experiences, Life after Life, was first published and this opened up for me a whole new world I wished to explore. Reading led to further reading and I was able to fuel my fascination with the idea that our lives are not merely the products of chance, but are part of a bigger plan.

The most exciting experience involving my work was acting as an interpreter for professional mediums in the ‘90s, during the Italian Week organised by the Arthur Findlay College in the UK, and other similar events. This gave me the opportunity to witness hundreds of private sittings, dozens of public demonstrations of mediumship, as well as lectures and workshops about how mediumship works. The sittings did not only provide me with moving evidence about the fact that life continues after death and professional mediums can make communication with our loved ones possible, but also offered me the delightful chance of personally contributing to these get-togethers, in my capacity as a translator.

The Arthur Findlay College in Stansted (UK)

The three most important things I learnt during those years in which I was exposed to constant firsthand evidence provided by professional mediums were:

  • Not only does life safely continue after death, but our personality is indestructible. Freed from the limitations of physical existence, those who were close to us in this physical life are even closer to us when they leave this world and their love for us increases in an immeasurable way.
  • Whereas professional mediums are specially gifted and trained to offer this evidence on behalf of third parties, everyone is able to safely stay in touch with their loved ones on the so-called ‘other side’ as we are all made of the same essence – spirit – and we are all connected beyond (that is before and after) our entry in three-dimensional space and linear time. Also the departed find it easier to stay in touch with those they love than with people they never knew.
  • Firsthand accounts about transition, after-death existence, near-death experiences and death-bed visions hugely expand our chances of connecting with our loved ones: this happens because beliefs and expectations play a key role in determining what is possible for us, as also quantum physics has at last been able to prove.

I felt an urgency to share these powerful understandings, so I wrote The Afterlife: Hereafter and Here at Hand. This book focuses on three different approaches to staying in touch – while awake, while falling asleep and while asleep. However, before tackling techniques, it addresses some very straightforward questions and doubts readers may have about what happens at the time of physical death: where we go, what we do, what sort of existence we have and how we relate to our incarnate loved ones. This information is drawn from firsthand accounts mainly coming from three different sources:

  • My own personal experiences during meditation, while falling asleep or waking up, lucid or ordinary dreaming and astral travel.
  • Mediumistic accounts about transition and life after death.
  • Near-death experiences and deathbed visions.

I have found that (especially at times of deep grief, when our whole system can be shocked out of its everyday balance and patience with ourselves is of paramount importance) reading firsthand accounts about the Afterlife can work as a powerful reminder that after-death communication is just as natural as any other form of communication.

The Afterlife: Hereafter and Here at Hand and Looking Beyond the Fishbowl: A New Comforting Perspective on Reincarnation by Giulia Jeary Knap are available from http://amzn.to/2Em3JnS and http://amzn.to/2E4fQmb. Find out more here: http://fracieloeterra.org/en/ and https://amzn.to/2jKO8SW

 

 

 

 

 

Vicky Short: Vi racconto la mia esperienza di NDE

Mi chiamo Vicky Short e vivo in Colorado (USA). Nel 1998, un mese prima del mio ventottesimo compleanno, mi era stato diagnosticato il diabete di tipo 1, detto anche diabete giovanile o insulino-dipendente. Non è stato facile imparare a tenere sotto controllo il livello di glicemia nel sangue con iniezioni di insulina, un’alimentazione corretta e l’esercizio fisico, specie in considerazione del fatto che ogni piccolo cambiamento nei vari fattori cui dovevo stare attenta ha un effetto nell’innalzare o abbassare i livelli di concentrazione di glucosio nel sangue.

Una sera del 2004, mentre mi preparavo per andare a letto, non avevo ancora idea del fatto che il mio livello di glicemia potesse calare pericolosamente durante la notte. Ricordo che erano le 22:00 circa. I miei due bambini stavano già dormendo nelle loro camere e mio marito era uscito. Mi ero messa a letto, avevo chiuso gli occhi e mi ero addormentata anch’io.  Ricordo di essermi svegliata all’improvviso con la chiara percezione di aver abbandonato il corpo fisico. Il mio primo pensiero fu: «Questa è un’esperienza fuori dal corpo!» Avevo sempre avuto esperienze di OBE, per cui quello che stava avvenendo mi sembrò sulle prime una delle mie “normali” esperienze: non sospettavo che potesse preludere a una vera e propria esperienza di premorte o NDE.

Tuttavia le cose presero presto una piega diversa dal solito. La chiarezza e limpidezza dei miei pensieri, delle mie emozioni e della mia stessa consapevolezza erano sbalorditivi e mi colmavano di energia. La sensazione che provavo era meravigliosa e incredibilmente entusiasmante.

Ricordo di essere rimasta sospesa sopra il corpo fisico in posizione supina per qualche istante, crogiolandomi nella sensazione di quanto fosse meraviglioso essere libera dal corpo fisico. La mia mente era sgombra da qualsiasi altro pensiero.

Poi con la coda dell’occhio notai qualcosa che catturò la mia attenzione: si trovava alla mia destra e leggermente sopra di me. Mi girai a guardare: era una luce meravigliosa e brillante. Era senz’ombra di dubbio la cosa più bella che avessi mai visto nella mia vita. Non so immaginare nulla di più perfetto e meraviglioso. La prima sensazione che ebbi nel vedere la luce fu il fortissimo desiderio di andare verso di essa.

La luce sembrava penetrare dal soffitto della camera da letto, era brillante e aveva una forma circolare. Non mi ponevo domande su cosa fosse, come la potessi raggiungere o perché tutto questo stesse capitando. Sebbene sapessi che si trattava di un’esperienza fuori dal corpo e fossi pienamente consapevole dell’esistenza della camera da letto e del mio corpo fisico sotto di me, l’unica cosa che mi premeva adesso era andare verso quella luce.

Bastò il mio desiderio per muovermi in direzione della luce. Il movimento non richiedeva alcuno sforzo. Ero ormai proiettata come un razzo verso di essa con la testa in avanti, le braccia lungo il corpo e i piedi sotto di me. La sensazione era quella di muoversi a milioni di chilometri all’ora. «Sembra proprio il tunnel che descrivono le persone al momento della morte» pensai. Eppure non mi sfiorava l’idea che una cosa del genere stesse capitando proprio a me e che potessi essere io a morire. Non avevo preoccupazioni o curiosità circa un’eventualità del genere. Ero completamente concentrata sul momento presente, senza pensare in alcun modo a cosa andavo incontro o cosa mi lasciavo alle spalle.

L’aspetto e la sensazione erano proprio quelli di trovarsi in un tunnel con una curvatura di 45°, con pareti arrotondate che mi circondavano. Non ero propriamente in grado di vedere i lati del tunnel ma c’era oscurità attorno a me, oppure la luce sopra di me era così forte che tutto ciò che mi circondava sembrava buio a confronto. Tuttavia la luce stessa era sempre sopra di me con un’angolatura di 45° e, mentre mi muovevo, tenevo la testa rivolta verso l’alto per mantenere un contatto visivo diretto con essa. La luce non mi dava fastidio agli occhi e non ne distolsi mai lo sguardo: non riuscivo a pensare ad altro se non a quanto intensamente la desiderassi e non vedessi l’ora di raggiungerla. E poi ricordo la felicità: un senso di estrema felicità, gioia ed entusiasmo.

Ricordo anche di non aver avuto in quel frangente alcuna percezione del tempo. Non avevo idea di quanto mi ci stesse volendo per muovermi a razzo lungo il tunnel e verso l’alto per andare incontro alla luce. Potevano essere 5 minuti, 5 anni o 5 secoli. Se dovessi darmi ora una spiegazione del perché la cognizione del tempo fosse così vaga penso che ciò fosse dovuto al fatto che mentre mi muovevo lungo il tunnel ero solo ed esclusivamente concentrata sul momento presente. Penso che il concetto di tempo così come noi lo intendiamo fosse semplicemente inesistente in quel momento, lì o nella luce. Il tempo non aveva importanza, né significato: era come se non esistesse. Mi trovavo in un tale stato di beatitudine da annullare ogni percezione di natura temporale.

Poi mi trovai su, in cima al tunnel e sopra di esso. Sapevo che il punto in cui c’era stato il tunnel si trovava alla mia destra e sotto di me: è per questo che adesso mi sentivo in qualche modo sopra di esso. Non so se mi trovassi nella luce, ma lì dov’ero non era possibile fare queste distinzioni: appariva tutto normale, così come doveva essere.

Poi vidi venire dalla mia sinistra un’intensa luce brillante che, avvicinandosi, si andava definendo in milioni di raggi colorati, per poi fermarsi proprio vicino a me e prendere gradualmente l’aspetto di un mio caro amico che sapevo essere in vita. Il suo viso entrò nella mio campo visivo sottoforma di raggi colorati e lo vidi sorridermi emanando i più elevati e profondi sentimenti d’amore. Fu così che mi resi conto che anch’io irradiavo i medesimi raggi colorati di energia e amore. Non mi ero accorta di essere fatta in questo modo fino a quando non notai queste caratteristiche nel mio amico. Il viso appariva il suo, ma il resto del suo “corpo” era costituito da questi raggi colorati di energia e luce.

Ricordo di quanto mi stupii della bellezza di tale energia e di essermi chiesta perché non abbiamo o percepiamo questi colori di energia di amore anche nel mondo fisico.

Comunicavamo attraverso il pensiero e la comunicazione si trasmetteva in modo istantaneo: nel giro di pochi istanti ci scambiammo il contenuto di ore e ore di conversazione e non saprei proprio come tradurre tale comunicazione in parole. Tuttavia c’è una cosa che ricordo chiaramente: il mio amico mi porgeva un regalo. Si presentava come un piccolo pacchetto incartato che ora avevo fra le mani. Com’era grazioso! Mentre lo ammiravo lì fra le mie mani non vedevo l’ora di poterlo scartare per vedere cosa c’era dentro. Il mio amico rise affettuosamente comunicandomi che il dono era in realtà il momento che stavamo vivendo. Il suo dono per me era il fatto di avermi raggiunta in quel luogo. Aveva percepito che mi trovavo lì e aveva voluto raggiungermi. Non capivo. Non so come avesse potuto saperlo né come facesse ad essere lì anche lui.

Mi resi conto che ci trovavamo entrambi su una sorta di frontiera.

Mi volsi a guardare al paesaggio che si estendeva a vista d’occhio al di là del confine sul quale il mio amico ed io ci trovavamo. Come ero felice qui! Sapevo di essere già stata qui molte volte, sebbene non ne ricordassi alcuna in particolare. C’era semplicemente questa forte sensazione di familiarità, come se fossi finalmente arrivata a Casa. Percepivo distintamente un confine ed era proprio su quel confine che io sostavo in quel momento. Il tunnel e il punto in cui avevo visto la luce si trovavano alla mia destra. Il mio amico era alla mia sinistra. Sapevo che dietro e sotto di me si trovavano la mia camera da letto e il mondo fisico. Ciò che si estendeva davanti a me era… Tutto Il Resto.

Sapevo che se avessi fatto un passo indietro mi sarei ritrovata nel mondo fisico e che se avessi fatto un passo avanti mi sarei trovata in Tutto Il Resto. Sapevo anche che se avessi fatto quel passo avanti non sarei più potuta tornare al corpo fisico, non avrei potuto completare la mia vita sulla Terra e non avrei potuto allevare i miei figli. Ricordo di averci riflettuto per un istante e di aver poi deciso che andava bene così: sarei rimasta lì. Sapevo che il trascorrere delle vite dei miei figli sulla Terra, qualora fossi rimasta lì, mi sarebbe parso non più di 5 minuti lì dove mi trovavo e poi i miei figli mi avrebbero raggiunta e saremmo stati insieme per sempre. Sapevo senza ombra di dubbio che li avrei riabbracciati e che in ogni caso sarebbero stati lì con me per sempre.

Quello che ho definito Tutto Il Resto era letteralmente tutto. Lo sentivo dentro di me: sapevo che qualsiasi cosa avessi mai potuto sentire, desiderare o pensare, lì era alla mia portata. Sapevo che li avevo accesso a tutto ed ero completamente libera. Ricordo di essermi sentita straordinariamente felice al semplice pensiero che tutto ciò che si estendeva davanti ai miei occhi era mio, o forse dovrei dire che era Me. Ed era sconfinato sia in senso spaziale che temporale. Non aveva fine. Era la totalità del mio essere ed era lì a mia completa disposizione perché lo potessi liberamente esplorare e ne potessi liberamente disporre.

Avevo quindi preso una decisione. Avevo deciso di rimanere lì. Tutto ciò che riguardava quel momento era perfetto: il mio amico che mi dava il benvenuto, il suo dono speciale per me, quei meravigliosi raggi colorati di luce e amore e la sensazione di puro amore incondizionato in cui mi sentivo immersa. Sapere che mi bastava fare un semplice passo per entrare nella mia Casa era tutto ciò che potessi mai desiderare. Non volevo altro che giungere finalmente a Casa.

La risposta che inviai telepaticamente al mio amico fu: «Non voglio più andar via». E fu in quel momento, come se avessi detto qualcosa di sbagliato, che sentii La Voce dire: «Torna indietro nel mondo fisico».

Quella che chiamo “La Voce” si riferisce a un’esperienza che ho avuto molte volte nella vita di tutti i giorni e che mi parla proprio come una voce umana, offrendomi consigli e dicendomi cose che non potrei sapere altrimenti. Negli anni avevo compreso che questo era uno dei modi in cui si manifestava la mia sensitività e in cui il mio Io Superiore mi parlava e mi consigliava. Già in precedenza mi aveva protetto da possibili pericoli o confermato che ero sulla strada giusta. Ed ecco ora La Voce qui, anche in questo luogo. Non avevo idea che ci fosse qualcun altro lì con noi finché non la sentii parlare. Sentirla mi fece trasalire e mi girai a guardare nella direzione da cui era venuto quel richiamo. Il suono della Voce veniva dalla destra e leggermente dietro di me, esattamente dove si trovava l’ingresso del tunnel. Tuttavia non vidi nulla.

Sentire La Voce è sempre un’esperienza meravigliosa e incredibile, ma io ero irremovibile e determinata a non tornare più indietro! La mia non era mancanza di rispetto per La Voce, che avevo sempre ritenuto essere la mia Guida più fidata, ma sapevo che questa era la mia vera Casa e non aveva alcun senso per me tornare indietro. Sentivo che non dovevo andar via da lì.

Mi girai a guardare il mio amico che mi stava ancora guardando sorridente, irradiando energia d’amore verso di me. Ricordo di aver pensato che non mi sarei mai lasciata convincere a lasciare questo luogo. Ero qui adesso: perché tornare indietro? Non avevo intenzione di andar via. Ero così felice in quel momento che non potevo neanche concepire un pensiero del genere.

Guardai il piccolo dono che stringevo fra le mani e lo strinsi fortemente al petto. Con delicatezza il mio amico mi disse: «Non puoi portarlo con te».

La Voce disse di nuovo: «Torna indietro nel mondo fisico». Fu in quel momento che mi resi conto che non mi stava semplicemente dicendo quello che dovevo fare: mi stava dicendo quello che sarebbe successo.

All’improvviso mi sentii risucchiare indietro così velocemente e con tale forza da non potermi in alcun modo opporre. L’esperienza di tornare indietro era molto diversa da quella che mi aveva portato verso la luce. Non ero per niente contenta. Cercai di resistere alla forza che mi trascinava indietro per rimanere lì dov’ero. Tutto ciò che riuscivo a vedere erano i raggi di luce colorata provenienti dal mio amico che diventavano sempre più sottili e più lontani, creando lo stesso effetto tunnel vissuto prima, sebbene questa volta il viaggio si rivelasse pressoché istantaneo. E così fui spinta indietro nel corpo fisico.

Ora ero sdraiata nel letto, nella stessa posizione supina in cui mi trovavo precedentemente, e avevo gli occhi aperti. La camera da letto era immersa nell’oscurità. Non c’era più il tunnel e non c’era più la luce. Non vedevo più la mia Casa. Vedevo solo il soffitto della camera da letto. Mi veniva da piangere ma ero anche molto arrabbiata. Ricordo di aver pensato: «Non è giusto! Non volevo tornare indietro! Quella era la mia Casa. La mia Casa! Perché portarmi lì e farmela vedere per poi riportarmi indietro? Non è giusto!» Rimasi lì sdraiata per un po’ cercando di indurre una nuova esperienza extracorporea, ma naturalmente senza successo.

Poi mi resi conto che il braccio sinistro era intorpidito, ma ero nel contempo intestardita da queste nuove sensazioni. Mi sfiorò l’idea che forse i valori della glicemia erano troppo bassi. Mi chiesi: «È stato questo dunque a farmi lasciare il corpo? È stato questo a farmi poi tornare indietro? Allora resto qui. Non ho voglia di controllare la glicemia. Resto qui e aspetto di morire di nuovo!» Ricordo che mi sentivo talmente arrabbiata da reagire come un bambino che fa i capricci: ma dentro di me sapevo che quell’atteggiamento non avrebbe funzionato.

Perché ero andata in quel posto? Stavo morendo? Era stato un incidente? Perché mi avevano mandato indietro? Perché mi era stata negata la scelta di rimanere? Quando il senso di intorpidimento divenne più evidente compresi di dover controllare la glicemia e malvolentieri mi alzai dal letto. Mi resi conto che il valore era 63: basso, ma non critico. Immaginai che durante l’esperienza doveva essere sceso pericolosamente e che poi era risalito permettendomi di essere ancora in vita. Ma era stato quell’evento a rimandarmi indietro al corpo fisico? O era stata La Voce a farmi tornare indietro in tempo? E chi era La Voce?

A tutt’oggi, a 15 anni di distanza, non ho ancora idea del perché non mi sia stato concesso di restare e sia stata invece mandata indietro. Tuttavia, con il passare del tempo, ricordo di essermi sentita grata del fatto di essere ancora viva e di avere la possibilità di continuare ad accudire i miei figli ed essere qui con loro. A un certo punto divorziai da mio marito a causa del rapporto difficile e traumatico che avevamo avuto, ma le cose poi migliorarono e ci sono state molte volte in cui sono stata consapevolmente grata di essere stata mandata indietro: sono tante le cose che mi sarei persa se non fossi tornata, sia in termini di esperienze di vita che di crescita spirituale. Oggi posso dire con certezza di essere contenta di essere tornata indietro.

Inoltre, ripensandoci adesso, sono anche contenta di aver conservato un ricordo così nitido della mia esperienza in quel luogo. Sono genuinamente convinta di essere stata lì svariate volte ma di non aver mai oltrepassato quel confine. Non ricordo le circostanze precise. Forse si è trattato di casualità o di anomalie per il fatto di aver avuto così tante esperienze fuori dal corpo nella mia vita. E il fatto che il mio amico (che è tuttora vivente) avesse avuto modo di essere presente in spirito su quel confine costituisce un’ulteriore prova per me che io sia stata lì in precedenza. Deve essere una cosa che è possibile fare! Il fatto che lui abbia scelto di venire lì, a darmi il benvenuto e quel dono… È una cosa che ha un grande significato per me, anche se per il momento non ne comprendo ancora a fondo le implicazioni. Ho provato ad accennarne al mio amico, ma lui non serba alcun ricordo cosciente dell’esperienza. Mi ha creduto e gli dispiace di non ricordarsene.

Una parte di me vorrebbe poter avere tutte le risposte, ma sento che, anche se ciò non è possibile, per me va bene lo stesso: le certezze che oggi ho e le cose che oggi so grazie alla mia NDE mi sono di enorme conforto. Tutte le domande che mi sono rimaste sono solo semplice curiosità.

Quello che è davvero importante è sapere con certezza che, quando morirò e lascerò per sempre il mondo fisico, la mia Casa sarà lì ad aspettarmi e potrò riabbracciare i miei cari, proprio così come sapevo con assoluta certezza, nel momento in cui ero disposta a tutto pur di non tornare indietro alla mia vita fisica, che avrei presto riabbracciato i miei figli e che saremmo poi stati lì assieme per sempre. Inoltre so che La Voce, che mi ha sempre guidato e dato consigli su cose che non potevo in alcun modo sapere, sarà ancora lì a guidarmi nell’Aldilà.

Da quando ho avuto questa esperienza, ho avuto molti incontri con persone care trapassate che mi sono venute a trovare, e questo è un altro costante promemoria del fatto che saremo sempre insieme. Immagino che se quel giorno del 2004 avessi fatto un passo avanti e oltrepassato il confine avrei trovato i miei cari lì ad attendermi. Se fosse stata veramente la mia ora, loro sarebbero stati lì.

Poiché La Voce che mi guida ha sempre saputo cos’era meglio per me e poiché in quella circostanza mi disse: «Torna indietro nel mondo fisico», so e mi è di conforto sapere con totale fiducia che quella era la cosa migliore per me. Anche se mi sono ormai riappacificata con me stessa e con il Tutto circa il fatto di essere stata obbligata a tornare indietro, mi è sempre di grande conforto sapere e rendermi conto che chi mi guida sa ciò che è meglio per me e mi tutela sempre, anche se io non sono consapevole della sua presenza.

Non dimenticherò mai l’incredibile stupore che provai quando mi resi conto che la mia Guida di sempre era anche . Non avevo alcuna cognizione che si trovasse lì e continuai a non averne fino al momento in cui mi parlò. Questo deve significare che chi mi guida è sempre qui con me anche quando non ne sono consapevole! Credo che questa sia una delle cose più rassicuranti e straordinarie che ho scoperto in questa esperienza. È proprio vero: non siamo mai soli!


È possibile contattare la Sig.ra Vicky Short, autrice del saggio autobiografico: Persephone’s Journey, all’indirizzo e-mail persephone092470@comcast.net. Vicky è autrice del Blog:  http://www.vickyshort.blogspot.com. La sua Pagina Facebook è https://www.facebook.com/Vicky-M-Short-198267046870499/ e il suo account Facebook è https://www.facebook.com/vicky.short.7. Vicky Short è anche amministratore e moderatore globale dei forum di discussione annessi al sito Afterlife Knowledge creato da Bruce Moen (1948 – 2017). Chi desiderasse porle dei quesiti in italiano può farlo tramite questo sito e le sue risposte saranno pubblicate in calce a questo articolo.

 

Il mio ex-capo e amico Dario è venuto a trovarmi a 48 ore dalla morte per dirmi che i “terminali” siamo noi e che nella vita non bisogna mai avere rimpianti

 

Dario aveva 55 anni. L’ho conosciuto intorno al 1990, quando il mio capo di allora dirigeva la direzione alimentare di una grande multinazionale americana, che a sua volta possedeva il 30% dell’azienda che Dario portava avanti, dopo la malattia e prematura scomparsa di suo padre. Anche se i nostri uffici erano separati da più di 200 km, ogni tanto Dario veniva a trovarci per relazionare il mio capo sull’andamento dell’attività. Poi, dopo circa tre anni, la multinazionale per cui lavoravo ha deciso di disfarsi delle proprie attività in Italia e il mio capo è stato trasferito in America.

Il mio lavoro successivo non è durato a lungo: l’azienda faceva parte di un’altra multinazionale che faceva del mobbing il suo mostruoso punto di forza e io mi sono ben presto resa conto che, pur essendo una segretaria di direzione, lì avrei potuto ammalarmi seriamente.

Era già da un paio d’anni che frequentavo l’Arthur Findlay College di Stansted (Regno Unito), sede dello Spiritualist National Union, che dedicava all’epoca ogni anno una settimana di insegnamento sulla medianità agli italiani (adesso le settimane sono diventate due, per venire incontro alle crescenti richieste da parte degli ospiti italiani). A Stansted c’erano medium professionisti, che acquisivano questo titolo dopo un adeguato corso di studi e di pratica: persone che erano in grado non solo di mettermi in contatto con i miei cari nell’Aldilà, per trasmettermi i loro messaggi e consigli, ma che riuscivano, tramite le proprie guide spirituali, a vedere la mia vita da una prospettiva più ampia, proprio quello di cui avevo bisogno in quel momento così delicato.

Data la situazione di effettivo pericolo in cui mi trovavo a causa del mobbing, decisi, nel maggio del 1995, di andare a Stansted per una settimana, per avere un consiglio mirato su come tirarmi fuori da questa triste situazione.

Nel corso di quella settimana ebbi una seduta con un giovane medium, eccezionalmente bravo: Simon James.

Pur non sapendo nulla di me, Simon mi disse che mi vedeva in una situazione di difficoltà, per quanto riguardava il lavoro, una situazione che stava minando la mia salute (incredibile!!!). Ma mi disse di non preoccuparmi, perché, tempo sei mesi, ci sarebbe stato un cambiamento di lavoro e un trasferimento geografico. Devo precisare che, durante un consulto come questo, con un medium professionista, questi deve essere tenuto rigorosamente all’oscuro sulle circostanze di vita del consultante, per evitare condizionamenti ma soprattutto per assicurare che il contatto con il Mondo dello Spirito sia genuino. Inoltre, i medium spiritualisti ci tengono a precisare che non fanno previsioni sul futuro, anche perché, nel Mondo dello Spirito, non esiste il nostro tempo lineare e in più noi abbiamo il nostro sacrosanto libero arbitrio. Tuttavia, se le circostanze che porteranno a un determinato esito sono già in moto e sono oggettivamente prossime a verificarsi, e un nostro caro dall’Aldilà o una nostra guida spirituale desidera rincuorarci mettendocene a parte, si possono ricevere messaggi come quello che io ho ricevuto da Simon.

Tornai a casa un po’ risollevata. Era maggio. A novembre, di punto in bianco, ricevo una telefonata da Dario (la cui azienda si trovava a oltre 200 km di distanza). Mi chiede di contattarlo telefonicamente appena posso. Ricordo di averlo chiamato da una cabina telefonica quella sera stessa: Dario mi aveva conosciuto nelle vesti della segretaria di direzione di una persona che stimava e aveva avuto modo di conoscermi in quel contesto; adesso aveva bisogno di una segretaria e mi chiedeva se volevo trasferirmi.

Inutile dire che quella telefonata ha cambiato il corso della mia vita, e forse me l’ha anche salvata.

Nel giro di un mese mi ero trasferita in una ridente cittadina di collina, non lontano da dove avevo vissuto per diversi anni, prima della mia avventura metropolitana, che mi aveva visto prima all’apice di una carriera fantastica, con un lavoro decoroso, stimolante e piacevole, poi nel cupo inferno del mobbing.

Con il formarsi della mia famiglia e la nascita di mio figlio, pochi anni dopo, dovetti però dire addio al lavoro dipendente, perché purtroppo inconciliabile con gli impegni di mamma. Ma sono sempre rimasta amica di Dario e della sua famiglia, ci siamo frequentati prima del mio successivo trasferimento, e negli anni siamo sempre rimasti in contatto, vuoi per motivi di lavoro (sono poi diventata una libera professionista nel settore delle traduzioni), vuoi per i nostri comuni interessi per l’Aldilà e la medianità.

Una volta cessato infatti il rapporto di subordinazione professionale, abbiamo potuto sviscerare in totale serenità questi argomenti che per tanti restano un misterioso tabù. Fatto sta, che, verso la fine del 2012, Dario mi ha telefonato dall’ospedale dove era appena stato operato, informandomi di quello che si rivelò l’inizio del suo prematuro calvario, che dopo quattro interventi e invasive terapie, lo ha portato alla morte nel settembre del 2014. L’ultima volta che ci siamo sentiti era fine maggio, ed eravamo rimasti in contatto per un po’ per motivi di famiglia e di lavoro. La sua voce era squillante, il suo entusiasmo per la vita immutato, il suo coraggio encomiabile. Poi, una sera di fine settembre sono venuta a sapere della sua scomparsa il giorno prima. Non potevo crederci.

Quella sera l’ho passata su internet a leggere tutti gli articoli che confermavano quella tragica verità: una vita spezzata!!!

Dissi in cuor mio: «Dario, se vuoi testimoniarmi la tua sopravvivenza io sono qui! Non sono appannata dal lutto come potrebbe esserlo un familiare. Forse riesco a vederti!»

La prima metà della notte mi sono semplicemente sentita martellare in testa una data. Era la data del suo ultimo giorno di vita, ma anche il giorno del compleanno dei nostri figli (sono nati lo stesso giorno a un anno di distanza). Poi, all’alba (era ormai il 25 settembre), c’è stato un contatto fantastico, di una vividezza straordinaria. Preciso che nel mese di giugno del 2014 avevo perso il mio papà, e, a causa del lutto, pur avendo svariati contatti con lui, non ne avevo mai avuto uno così vivido come lo ebbi con Dario quella mattina. Non posso definirlo sogno: era qualcosa di più, anche se sicuramente in quel momento il mio corpo dormiva.

Dario appariva il ritratto della salute. Eravamo a casa sua, e vedevo quanto sua moglie stesse male. Dario la vegliava con infinito amore, e le è rimasto accanto fino al momento in cui si è addormentata. In quel frangente, mentre eravamo a casa sua e vicino a sua moglie, Dario ha espresso due concetti molto chiari. Uno era inteso a farmi capire che i veri “terminali” siamo noi, che ci consideriamo “vivi”. Lui, deceduto da 48 ore in una situazione che noi definiamo “terminale”, mi si presentava come il ritratto della salute e mi ha mostrato come noi fisicamente vivi non siamo che l’ombra di noi stessi, un pallido riflesso rispetto alla nostra vera essenza spirituale, unica, sconfinata, eterna.

Poi ha fatto un articolato discorso sull’importanza di lasciarsi i rimpianti alle spalle: ciascuno di noi ha, in questa vita terrena, una o più missioni da seguire: che siano di natura pratica o di natura spirituale, non importa; l’importante e portare avanti quella missione, quel progetto, con tenacia, coraggio ed entusiasmo, senza voltarsi indietro.

Poi, dopo il momento in cui, vegliando sua moglie, lei si è addormentata, è sparito tutto il contesto attorno a noi: casa, persone… Siamo rimasti solo noi due. È stato un momento molto emozionante per entrambi, e, per un qualche motivo, mi parve che lui mi fosse grato. L’emozione non derivava solo dal fatto che non ci vedevamo di persona da circa 14 anni, ma dal fatto che ci trovavamo là, oltre le frontiere della morte. E la sua gratitudine? Me lo sono chiesto e la risposta che mi sono data è stata che forse mi era grato perché io riuscivo a vederlo, e potevo testimoniare che lui era VIVO e che stava benissimo. Dopo questo momento particolarmente emozionante, Dario mi ha fatto un regalo speciale.

Mi ha accompagnato in un luogo dove c’erano tante persone, e fra queste c’era anche il mio papà, mancato tre mesi e mezzo prima, che per il dolore avevo difficoltà a incontrare.

I miei genitori conoscevano benissimo Dario di fama, essendo la persona che mi aveva tirato fuori dal mobbing e, salvandomi da quell’inferno, fatto trasferire lì dove avrei conosciuto mio marito e formato la mia famiglia. I miei sapevano anche che eravamo rimasti amici e che Dario si interessava moltissimo alle mie ricerche ed esperienze nell’Aldilà e che nel mese di aprile del 2014 era stato fra i primi a leggere un mio libro sull’argomento. Ma non sapevano forse le cose che avevo letto in tutti quegli articoli su internet la sera prima, della sua intraprendenza, delle sue molteplici attività, della sua vita entusiasta e coraggiosa stroncata a 55 anni. Per questo motivo, quando Dario mi ha accompagnato da mio papà nell’Aldilà, mi sono sentita onoratissima di poterglielo presentare di persona, quasi fosse stato una star del cinema.

Ecco, questo è Dario: uno spirito gentile ed entusiasta, che appena ne ha avuto l’occasione, dopo quasi due anni di lotta contro un male incurabile, è venuto da me a testimoniarmi che era vivo, a dirmi che i “terminali” siamo noi, ma che non dobbiamo avere rimpianti se portiamo avanti la nostra missione di vita, qualunque essa sia. Inoltre Dario mi ha anche accompagnato da mio papà, e questo è stato un regalo enorme.

Qualche notte dopo, ho rivisto Dario in sogno: era assieme alla sua famigliola, come se non fosse mai andato via. Un’altra testimonianza di quanto i nostri cari non scompaiano nel nulla al momento della morte, ma rimangano pienamente partecipi della vita delle persone che amano.

Ho saputo, circa un mese dopo questi avvenimenti, che Dario è stato ugualmente presente con i suoi familiari, e in modo decisamente eclatante, specie nei giorni della veglia che hanno preceduto il funerale, e che continua a essere loro vicino con grande forza e abnegazione. Mi basta chiudere gli occhi per sentire la sua voce entusiasta che mi incoraggia a fare questo o quest’altro.

Ho sentito una constatazione simile da un suo stretto familiare e questo mi dice che, anche dopo il nostro ritorno a Casa, conserviamo la nostra personalità, unica e speciale. Cosa posso dire di più? Grazie, Dario. Grazie per la tua amicizia!

(settembre 2014)

Come approcciarsi a un medium durante un consulto

Faccio seguito all’articolo gentilmente pubblicato in data 19.10.2018 dal Dott. Claudio Pisani per riproporrre quanto già condiviso privatamente più volte con i lettori che me ne hanno fatto richiesta.

La partecipazione a Stansted a centinaia di sedute con medium professionisti, in qualità di interprete, mi è molto giovata ai fini della conoscenza della tecnica medianica in sé.

Quando si approccia un medium per una seduta, è importante che il professionista rimanga completamente all’oscuro di qualsiasi nostra informazione personale,  perché anche il più onesto e coscienzioso rischierebbe di utilizzare quelle informazioni e così inconsapevolmente inficiare la seduta.

All’Arthur Findlay College, sede dell’SNU, dove ho appunto lavorato in veste di interpete dal 1994 al 1996, in un periodo in cui internet e i social (vera miniera d’oro di informazioni personali) non avevano ancora preso piede, era tassativamente vietato fornire alcuna informazione al medium, meno che mai dire con chi si desiderava o si sperava di comunicare

– primo perché nella medianità non esiste mai la garanzia di un contatto con uno spirito disincarnato specifico (infatti l’ansia di avere un contatto specifico può addirittura essere fonte di oppressione e insuccesso, così come può avvenire nel contatto diretto con un proprio caro scomparso), e

– secondo perché questa semplice informazione può inquinare e depistare il contatto con il medium, che deve essere del tutto spontaneo e non pilotato nell’esporre le proprie percezioni.

Bisogna quindi diffidare di sedicenti medium che iniziano la seduta chiedendo al consultante CON CHI desidera parlare (il medium NON è un centralino telefonico) perchè rispondere a questa domanda significa già inficiare l’esito di una seduta, che è in primis quello di dimostrare che i nostri cari sopravvivono alla morte del corpo fisico, tramite incontrovertibili prove di idenficazione personale.

Il fatto che in America sia in uso questa prassi non implica che essa possa essere di alcun aiuto ai fini della precisione di un contatto medianico; al contrario, essa non fa che incentivare i cosiddetti cold reading.

Inoltre, nei vari corsi sulla medianità cui ho partecipato a Stansted, si faceva sempre presente che tutti i medium sono sensitivi, ma che non tutti i sensitivi sono medium. Quindi è importante assicurarsi non solo che il professionista non chieda al consultante con chi vuole comunicare, ma anche che egli non gli ponga assolutamente domande sulla sua persona o sui suoi cari, perché non lo si aiuterebbe. Una volta che il medium stabilisce un contatto, descriverà le proprie percezioni, alle quali il consultante potrà rispondere: “Sì”, “No” o “Non lo so”.

Un’altra peculiarità delle sedute medianiche è che, indipendentemente dallo stato di lutto o confusione in cui si trovi il consultante, questi ne uscirà comunque sollevato, rinfrancato, consapevole che esiste una realtà d’amore più grande.

Esiste infatti un codice deontologico che vieta ai medium di infondere negatività o aspettative negative al consultante, in quanto le persone a lutto o le persone più sensibili hanno una fragilità e vulnerabilità acuite, e la responsabilità che il medium ha nei loro confronti è enorme proprio per questo motivo.

È proprio per questo che si richiedono anni di studio e preparazione per esercitare.

La magia del piano astrale – Appunti di viaggio dai mondi sottili

E se vi dicessi che, non solo l’Aldilà, ma tutto il mondo dei nostri sogni è a portata di mano, se ne comprendiamo i meccanismi più profondi?

Questa serie di mini Kindle illustra appunto, dal mio personale punto di vista, i concetti che da millenni sono coltivati da culture tradizionali che si allineano ai principi di Amore e rispetto e che costituiscono la Regola Prima del Mondo dello Spirito: principi che noi esseri umani siamo audacemente venuti a manifestare anche sul piano fisico e che anche la fisica quantistica comincia ad essere in grado di confermare.

Il primo volume, uscito il 31 agosto scorso, illustra le basi da cui partono le mie riflessioni, riflessioni che espongo non solo in qualità di viaggiatrice astrale ma anche e inevitabilmente tramite l’accresciuta consapevolezza che, sebbene a singhiozzo, queste esperienze portano con sé.

Il primo volumetto

sarà scaricabile gratuitamente per tre giorni da questo link a partire dalle ore 9 di oggi sabato 15 settembre 2018 e fino alle ore 9:00 di martedì mattina, 18 settembre.

La premessa è quella che veniamo da una Fonte di Puro Amore, fatta di gioia e senso di apparentenza, e ad essa invariabilmente ci allineaiamo quando ne ascoltiamo gli inviti, che sono scolpiti in noi da sempre in quella che definisco la nostra bussola interiore. Se da essa ci discostiamo, già semplicemente perdendo la nostra autostima, proiettiamo nel Mondo un immagine distorta di noi stessi, che invita i nostri compagni di viaggio a fare altrettanto.

Se invece riprendiamo in mano la Regola Prima da cui scaturisce tutto il creato, come un sasso langiato in uno stagno, irradieremo attorno a noi tutte le certezze, gli stati d’animo e le competenze che ci animano al di là dello spazio e del tempo.

La nostra bussola interiore ci permetterà infatti di scegliere, in modo semplice e nel contempo rispettoso degli altri, gli strumenti che meglio si prestano a colmare il divario fra il nostro piccolo io immerso nel mondo fisico e intento a creare la nostra realtà sul piano terreno e il nostro Vero Io partecipe di ogni cosa, liberandoci dall’oppressione che il senso di separazione o isolamento possono creare in noi.

Lo scopo non è quello di dominare le forze della natura o controllare gli altri, ma semplicemente quello di riscoprire l’incanto, la meraviglia e l’innocenza che ci permettono di apprezzare le dimensioni invisibili e accedervi ogni qualvolta possibile, aprendo così tutte le porte.

La magica consapevolezza che tutto è possibile

Chiunque segua questo sito sa che mi sono sempre occupata prevalentemente di aiuto alle persone a lutto che desiderano ripristinare i contatti con i propri cari – amici o parenti – che sentono di aver perso a seguito della morte del corpo fisico.

Chi ha letto i miei libri e i miei articoli, come anche le migliaia di post pubblicati in forum in lingua italiana ed inglese dedicati alla spiritualità, al soprannaturale e al cosiddetto “paranormale”, sa che l’enfasi del mio messaggio è quella di rassicurare chi soffre per la morte di un proprio congiunto circa il fatto che la morte non è che il risveglio definitivo da un’illusione in cui ci credevamo davvero prigionieri di un modo materiale, in pericolo, soli, ammalati o separati gli uni dagli altri.

Chi segue i miei scritti sa anche quanto mi oppongo a qualsiasi concetto che, facendo leva sulla paura dell’ignoto, dell’abbandono, della separazione e della morte, cerca di manipolare le persone proiettando nella loro visione dell’Aldilà le medesime dinamiche in uso in questa vita terrena per spaventare e controllare il prossimo.

Esempi di questo terrorismo psicologico sono alcuni concetti che attribuiscono il controllo delle nostre esistenze a un dio fatto ad immagine e somiglianza di alcuni mostri umani, un dio impaziente, vendicativo, sadico e perverso. Altri esempi riguardano la nozione che ciascuna convinzione religiosa sia l’unica che possa garantire la salvezza dell’uomo e che chi non segue quella specifica strada è perduto. È il caso delle forme più fondamentaliste di svariate religioni e delle vere e proprie sette che si formano da esse.

L’ampio database ormai disponibile sulle esperienze di pre-morte (NDE) o di morte effettiva (ADE) di persone che, dopo un periodo di morte clinica strumentalmente accertato, sono poi tornate in vita per raccontare la propria esperienza , ci dice che “oltre” questa vita esiste la pienezza della conoscenza, fatta di infinito amore, comprensione e senso di appartenenza, dove chi nuoce al prossimo si rende conto di nuocere a tutti gli effetti a se stesso. Eh sì! Le parole “Ama il prossimo tuo…” che costituiscono la fonte e il nocciolo di tutti i credo religiosi, hanno un fondamento pratico e concreto.

Anche le visioni dei morenti (oggi in calo a causa dell’ampio uso di morfina nell’ambito della medicina palliativa) hanno sempre fornito una versione coerente con quanto i sopravvissuti a un’esperienza di premorte ci raccontano circa l’esistenza che ci attende oltre questa vita.

Perchè cerco di evidenziare la parola “oltre“? Perchè, in realtà, non ha nulla a che fare col nostro tempo lineare, con quello che normalmente intendiamo con “prima” e “dopo”. Con “oltre” intendo “al di là” del nostro tempo lineare, che da un punto di vista pratico non significa solo “al di là” di questa vita fisica, ma anche al di là

  • della nostra vita di tutti i giorni,
  • della nostra vita di veglia,
  • del nostro dialogo interiore,
  • del nostro pensiero cosciente, e così via.

Viene dunque naturale scoprire che in quell’oltre non esiste solo il mondo dei trapassati e la magia di poterli incontrare o comuncare con loro, ma anche qualsiasi altra meravigliosa opportunità che sentiamo di voler cogliere al di là di come siamo abituati a vedere la vita di tutti i giorni, nel rispetto dei principi universali di amore, pace, armonia, altruismo…

Per quanto mi riguarda, per poter affrontare queste tematiche che fin dall’antichità risultano ovvie a svariate culture tradizionali ed indigene che confidano nell’intuito piuttosto che nel razionalismo materialistico a sé stante, non ho solo cercato e studiato esperienze di prima mano.

In realtà, sono sempre stata affascinata dalle ricerche scientifiche che negli ultimi tre secoli hanno portato a un’esplorazione sempre più complessa e mirata circa la struttura della realtà in cui viviamo, ricerche che hanno ormai sfidato e messo in crisi i presupposti della fisica classica e che appaiono promettere il raggiungimento di un punto di incontro fra chi da sempre confida nella pienezza del proprio potenziale e chi si limita all’osservazione oggettiva e condivisa dei fenomeni.

Cosa c’è, secondo le più recenti scoperte scientifiche, al di là del nostro corpo fisico?

Eminenti esponenti della fisica quantistica stanno cercando di dimostrare che il vuoto non esiste nell’universo in cui viviamo e che la luce, come anche ogni altro aspetto dei mondi visibili ed invisibili, si muove in un grande campo di energia intelligente:

1) Tale campo di energia conterrebbe e permeerebbe tutto ciò che esiste e si verifica. Anche  noi vi saremmo immersi e di essa saremmo fatti.

2) Esso costituirebbe lo strumento di collegamento fra noi e il mondo, e fra il nostro mondo interiore e quello esteriore; ciò spiegherebbe  perché, quando per esempio preghiamo o inviamo pensieri radicati in emozioni positive verso una persona cara, ovunque essa si trovi, tali pensieri la raggiungano istantaneamente.

3) Nell’ambito delle nostre vite individuali, l’energia di tale campo costituirebbe una sorta di specchio, riflettendo conferme circa ciò che riteniamo essere vero nel mondo circostante: tutti (inconsapevolmente o meno) abbiamo aspettative e questo campo di energia intelligente avrebbe il potere di rifletterle e renderle manifeste come uno specchio.

4) In questo campo tutto sarebbe intimamente interconnesso, ed ogni particella rifletterebbe olograficamente il tutto.

Sulla base di tale assunto, per il quale mi sono riferita alla sintesi di Greg Braden e di altri studiosi attenti all’effetto dell’intuito e delle emozioni sulla realtà che viviamo, quello che ci aspettiamo è ciò che ha maggiori probabilità di verificarsi.

Questo ci spiega anche una delle frasi di Gesù riportate con parole diverse nei Vangeli a proposito del potere della preghiera:

« Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco, 11:24)

Sapere di aver già ottenuto qualcosa che non violi le norme stesse del creato, basate sull’amore e sull’armonia, significa innescare in automatico un processo ineluttabile per la sua realizzazione. Tuttavia, non è sufficiente saperlo solo a livello intellettivo: bisogna saperlo a livello emozionale.

Ecco perchè per esempio le statistiche sulle esperienze fuori dal corpo ci dicono che chi ha avuto almeno 6 esperienze di questo tipo ha maggiori probabilitià di averne a piacimento: ormai si è convinto, a livello emotivo e anche subconscio, che la nostra coscienza non è legata a doppio filo al veicolo del corpo fisico e che, una volta che questa si sia disconnessa dalle incombenze della vita pratica durante il sonno, ha la possibilità di viaggiare in altre dimensioni.

Dunque l’aspettativa certa di un evento positivo e in armonia con il bene comune ha ottime possibilità di realizzarsi.

Se prendiamo in considerazione l’enorme percentuale di pensieri, azioni e comportamenti che viviamo ed attuiamo ogni giorno in modo subconscio ed in risposta a stimoli subconsci, ci rendiamo conto della potenzialità dirompente di emozioni quali l’aspettativa positiva, la gratitudine e la fiducia per poter raggiungere la pienezza del nostro potenziale.

Ma che significa comprendere la pienezza del proprio potenziale?

Tutti abbiamo sicuramente delle aspirazioni, dei sogni che ci motivano e che ci intrigano. Chi non aspira alla serenità, alla gioia, all’armonia, all’amore?

Nascere, crescere e vivere all’interno di una certa cultura significa esporsi ai condizionamenti e alle limitazioni che quella cultura impone, specie nel corso dei primi 6 o 7 anni di vita: sia a livello cosciente che subconscio, il modo in cui impariamo a percepire la realtà viene formato in modi spesso sottili e impercettibili proprio in quel periodo. Ed è a causa di tali condizionamenti che la nostra fiducia circa la possibilità di inseguire e realizzare i nostri sogni può incrinarsi. È stato così che nel corso dei secoli abbiamo dimenticato le premesse fondamentali alla radice dell’invito:

« Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco, 11:24)

Ecco un aspetto nel quale vediamo invece oggi coniugarsi scienza e fede. Tuttavia, per il momento, i due approcci restano scissi nella mente di molti praticanti delle più svariate fedi religiose, che sembrano dedicare invece molta più attenzione ad aspetti cerimoniali e formali.

Nonostante gli insegnamenti a volte incomprensibili appresi da piccola su questi argomenti, la mia curiosità per ciò che è misterioso e sconosciuto mi ha sempre motivato a mettere in discussione qualsiasi paradigma condiviso o imposto in modo dogmatico, per capire quali verità potessero presentarsi oltre le apparenze.

Attratta da sempre da opere fantascientifiche che promettevano la possibilità di viaggiare nel tempo, di cambiare il passato prevenendo catastrofi già avvenute, di viaggiare liberamente verso dimensioni altre, improntate alla pace e all’armonia (o anche solo al trionfo di una romantica storia d’amore), ho avuto l’occasione di scoprire nel corso della mia vita che queste belle realtà futuribili potevano con il tempo realizzarsi davvero.

Dunque, avere fiducia nei sogni che, nel rispetto della pace e dell’armonia, ci si presentano in modo ripetitivo, riconoscendo in essi la nostra bussola interiore, costituisce sicuramente un punto di riferimento per risvegliare il proprio potenziale.

1. Un primo passo per trasformare i propri sogni in realtà è inseguirli, seguire le proprie passioni

È stato così che ho scoperto che il potenziale umano è meraviglioso, incredibilmente ampio e soprattutto realizzabile. Un esempio? Sognavo di potermi spostare istantaneamente nel tempo e nello spazio e con caparbietà ho trovato la mia strada per farlo.

È stato così che mi sono affezionata a quella che oggi è nota come la legge di attrazione almeno vent’anni prima che uscisse il documentario The Secret.

2. Un secondo passo per trasformare i propri sogni in realtà è capire che sono le emozioni alla base dei nostri pensieri a CREARE la realtà

Mossa da una gran curiosità circa la vita dopo la morte e il contatto con chi ci ha preceduti nel dopo-vita, ho sempre calamitato esperienze che mi aiutassero in un modo o nell’altro a conoscere questo argomento, così come persone che studiavano le medesime tematiche da svariate angolazioni.

3. Un terzo passo per trasformare i propri sogni in realtà è documentarsi 

L’ispirazione e la motivazione necessari ad inseguire le nostre passioni nascono spesso documentandosi sui traguardi raggiunti da persone che condividevano i nostri stessi interessi e che non si sono lasciate sabotare o distrarre da pensieri limitanti. L’ispirazione e la motivazione nascono anche da opere in apparenza fantascientifiche, che, grazie a una sospensione temporanea del giudizio razionale, ci permettono di calarci nel mondo che vorremmo creare. L’immaginazione ispirata dall’aspettativa positiva ha un effetto dirompente nel rendere possibile l’impensabile.

4. Un quarto passo per trasformare i propri sogni in realtà è allenarsi 

Mettere costantemente in pratica, anche nei piccoli fatti che compongono la nostra realtà quotidiana, i valori e gli insegnamenti che apprendiamo, giorno dopo giorno, circa il nostro meraviglioso potenziale, significa creare sempre, qui e ora, la migliore realtà possibile.

È questa la magica consapevolezza che tutto è possibile: non un lontano obiettivo da realizzare forse nel futuro, ma qualcosa di cui poter raccogliere i frutti tutti i giorni.

 

Perché ritengo che il giornalismo “costruttivo” sia l’unico approccio utile per illustrare la nostra percezione della realtà

Chiunque segua questo sito sa che mi occupo prevalentemente di aiuto alle persone a lutto che desiderano ripristinare i contatti con i propri cari – amici o parenti – che sentono di aver perso a seguito della morte del corpo fisico.

Chi ha letto i miei libri e i miei articoli, come anche le migliaia di post pubblicati in forum in lingua italiana ed inglese dedicati alla spiritualità, al soprannaturale e al cosiddetto “paranormale”, sa che l’enfasi del mio messaggio è quella di rassicurare chi soffre per la morte di un proprio congiunto circa il fatto che la morte non è che il risveglio definitivo da un’illusione in cui ci credevamo davvero prigionieri di un modo materiale, in pericolo, soli, ammalati o separati gli uni dagli altri.

Chi segue i miei scritti sa anche quanto mi oppongo a qualsiasi concetto che, facendo leva sulla paura dell’ignoto, dell’abbandono, della separazione e della morte, cerca di manipolare le persone proiettando nella loro visione dell’Aldilà le medesime dinamiche in uso in questa vita terrena per spaventare e controllare il prossimo.

L’ampio database ormai disponibile sulle esperienze di pre-morte (NDE) o di morte effettiva (ADE) di persone che, dopo un periodo di morte clinica strumentalmente accertato, sono poi tornate in vita per raccontare la propria esperienza , ci dice che “oltre” questa vita esiste la pienezza della conoscenza, fatta di infinito amore, comprensione e senso di appartenenza, dove chi nuoce al prossimo si rende conto di nuocere a tutti gli effetti a se stesso. Eh sì! Le parole “Ama il prossimo tuo…” che costituiscono la fonte e il nocciolo di tutti i credo religiosi, hanno un fondamento pratico e concreto.

Anche le visioni dei morenti (oggi in calo a causa dell’ampio uso di morfina nell’ambito della medicina palliativa) hanno sempre fornito una versione coerente con quanto i sopravvissuti a una esperienza di premorte ci raccontano circa l’esistenza che ci attende oltre questa vita.

Perchè cerco di evidenziare la parola “oltre”? Perchè, in realtà, non ha nulla a che fare col nostro tempo lineare, con quello che normalmente intendiamo con “prima” e “dopo”. Con “oltre” intendo al di là del nostro ingresso nel tempo lineare, che da un punto di vista pratico può semplicemente dire al di là di questa vita fisica, al di là della nostra vita di tutti i giorni, al di là della nostra vita di veglia, e così via.

Per quanto mi riguarda, per poter affrontare queste tematiche che fin dall’antichità risultano ovvie a svariate culture tradizionali ed indigene che confidano nell’intuito piuttosto che nel razionalismo materialistico a se stante, non ho solo cercato e studiato esperienze di prima mano.

In realtà, sono sempre stata affascinata dalle ricerche scientifiche che negli ultimi tre secoli hanno portato a un’esplorazione sempre più complessa e mirata circa la struttura della realtà in cui viviamo, ricerche che hanno ormai sfidato e messo in crisi i presupposti della fisica classica e che appaiono promettere il raggiungimento di un punto di incontro fra chi da sempre confida nella pienezza del proprio potenziale e chi si limita all’osservazione oggettiva e condivisa dei fenomeni.

Questi miei interessi mi hanno portato a staccare l’antenna della TV ben prima dell’arrivo di internet e di altri più invasivi mezzi di comunicazione di massa. Il mondo dell’informazione mi appariva fin dalla fine degli anni ’80 (periodo in cui ho cominciato a lavorare e ho acquistato il mio primo televisore) sempre più incline a dare rilievo a quanto di più allarmante o spaventoso capitasse, creando terrorismo psicologico e proponendo a chi accoglieva passivamente tali informazioni, un modello assolutamente falso della realtà che ci circonda, invitando così a forme di emulazione distruttiva chi non avesse sufficiente senso critico per rifiutare tale forma di ipnotico depistaggio.

Certo, mi rendevo conto che qualsiasi cultura ha il potere di condizionarci a livello subconscio, poiché è in grado di formare in maniera sottile e impercettibile il modo in cui impariamo a percepire la realtà. Tuttavia, la mia curiosità per ciò che è misterioso e sconosciuto, come anche per ciò che può aiutarci a scoprire il nostro pieno potenziale, mi ha sempre motivato a mettere in discussione qualsiasi paradigma condiviso o imposto in modo dogmatico, per capire quali verità potessero presentarsi oltre le apparenze.

Attratta da sempre da opere fantascientifiche che promettevano la possibilità di viaggiare nel tempo, di cambiare il passato prevenendo catastrofi già avvenute, di viaggiare liberamente verso dimensioni altre, improntate alla pace e all’armonia (o anche solo al trionfo di una romantica storia d’amore), ho avuto l’occasione di scoprire nel corso della mia vita che queste belle realtà futuribili potevano con il tempo realizzarsi davvero.

Ed è stato così che ho scoperto che il potenziale umano è meraviglioso, incredibilmente ampio e soprattutto realizzabile. È stato così che mi sono affezionata a quella che oggi è nota come la legge di attrazione almeno vent’anni prima che uscisse il documentario The Secret.

È stato così che mi sono resa conto dell’enorme responsabilità che gli storici, i giornalisti, gli scrittori e chiunque ci illustri in modo ufficiale o autorevole la realtà che stiamo vivendo, hanno al fine di permettere o meno a questo meraviglioso potenziale di sbocciare ed esprimersi alla massima potenza, per poter creare il miglior futuro possibile.

Eminenti esponenti della fisica quantistica stanno cercando di dimostrare che la luce, e tutto ciò che esiste, non si trova nel vuoto, ma si muove in un grande campo di energia intelligente:

1) Tale campo di energia conterrebbe e permeerebbe tutto ciò che esiste e si verifica.

2) Esso costituirebbe lo strumento di collegamento fra noi e il mondo, e fra il nostro mondo interiore e quello esteriore; ciò spiegherebbe  perché, quando per esempio preghiamo o inviamo pensieri positivi a una persona cara, ovunque essa si trovi, tali pensieri positivi la raggiungano istantaneamente.

3) Nell’ambito delle nostre vite individuali, l’energia di tale campo costituirebbe una sorta di specchio, riflettendo conferme circa ciò che riteniamo essere vero nel mondo circostante: tutti (inconsapevolmente o meno) abbiamo aspettative e questo campo di energia intelligente avrebbe il potere di rifletterle come uno specchio.

4) In questo campo tutto sarebbe intimamente interconnesso, ed ogni particella rifletterebbe olograficamente il tutto.

Sulla base di tale assunto, per il quale mi sono riferita alla sintesi di Greg Braden e di altri studiosi attenti all’effetto dell’intuito e delle emozioni sulla realtà che viviamo, quello che ci aspettiamo è ciò che ha maggiori probabilità di verificarsi.

Questo ci spiega anche una delle frasi di Gesù riportate con parole diverse nei Vangeli a proposito del potere della preghiera:

« Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Marco, 11:24)

Ecco un aspetto nel quale vediamo coniugarsi scienza e fede. Tuttavia, per il momento, i due approcci restano scissi nella mente di molti praticanti delle più svariate fedi religiose.

Se prendiamo in considerazione l’enorme percentuale di pensieri, azioni e comportamenti che viviamo ed attuiamo ogni giorno in modo subconscio ed in risposta a stimoli subconsci, come è possibile che gli organi di stampa sembrino dare tanto rilievo a quanto di più cupo si verifica nell’arco di una giornata, relegando alle rubriche culturali o ai trafiletti fatti che hanno invece la potenzialità dirompente di innescare l’aspettativa positiva, la fiducia, lo scambio, la crescita, l’abbondanza, l’integrazione e così via?

Ecco un interrogativo meritevole di riflessione.

Il giornalismo costruttivo è quello che, presentando un campionario di informazioni che rifletta in modo il più fedele e obiettivo possibile ciò che succede nel mondo, e quindi anche tutti gli spunti che offrono aspettativa positiva, illustri anche i problemi e i drammi con proposte mirate alla loro soluzione e non a mero scopo scandalistico o intimidatorio.

 

L’approccio contrario, quello che mi ha portato a scegliere di ignorare o selezionare con cura i notiziari, è un approccio che, in base a quanto già sappiamo circa la vera natura dell’uomo e dell’universo, è in partenza perdente, ci distrae dai nostri veri scopi di vita e, quello che è peggio, tradisce la nostra coscienza, di qualsiasi colore, razza, cultura o credo noi siamo.

Come allenarsi a ricordare i sogni in 5 mosse

 

Come ricordare i sogni

Diverse persone mi hanno scritto o telefonato lamentando il fatto di “non sognare mai” oppure di non ricordare i propri sogni al mattino. Si tratta di un fatto che li priva di una delle occasioni più frequenti di contatto con i propri cari nell’Aldilà, occasione che per altri invece sembra presentarsi in modo del tutto naturale, se non frequente. I più fortunati hanno dei contatti con i propri cari addirittura nel contesto di sogni lucidi, ovvero di sogni in cui si sa di stare sognando e si può quindi interagire criticamente con il contesto onirico.

Ho pensato quindi di creare con questo articolo un piccolo approfondimento che risponda alle perplessità di chi si crede privo di questo meraviglioso strumento di contatto non solo con l’Aldilà, ma prima ancora con la propria interiorità.

La verità è che tutti sognano e che, se così non fosse, probabilmente non potremmo vivere. Sebbene il sogno sia diventato oggetto di ricerca scientifica solo in epoca recente, con la psicoanalisi, con l’invenzione di strumenti che possano misurarne i parametri (primo fra tutti l’elettroencefalografo) e con l’osservazione dei rapidi movimenti oculari che si accompagnano al sonno REM e relativi cicli, possiamo senz’altro convenire che da tempo immemorabile l’uomo si interroga sul significato dei sogni e attribuisce ad essi misteriosi poteri di contatto con il divino o con entità soprannaturali e/o non fisiche.

Ricordiamo anche che nel corso della vita passiamo quasi un terzo del nostro tempo a dormire, scollegati da gran parte degli stimoli fisici, allo scopo di riposare, guarire, resettare le nostre funzioni vitali, elaborare esperienze di vita, speranze, paure e aspettative, creare il nostro futuro e tanto altro ancora. Si tratta di una gran quantità di tempo che, se meglio investito, potrebbe davvero regalarci tanta felicità.

Passo 1 – Se necessario, documentarsi e convincersi che tutti sogniamo, anche se non ce ne ricordiamo

Ad eccezione del sonnellino, occasionale o abituale che sia, che, verificandosi in un momento del nostro quotidiano in cui non siamo particolarmente stanchi, può darci maggiori opportunità di sognare, le prime fasi di sogno che si presentano dopo l’addormentamento sono in genere più brevi e oggettivamente più difficili da ricordare, per chi comincia ad allenarsi. Molto più semplice si rivela lavorare sugli ultimi sogni del mattino. Il sogno più lungo e interessante tende ad essere infatti l’ultimo della notte, quando siamo già ristorati da diverse ore di riposo e abbiamo avuto modo di elaborare con i primi sogni il nostro vissuto. Ciò è particolarmente vero se possiamo concederci un’ora di sonno in più e non abbiamo impegni pressanti che ci facciano catapultare giù dal letto.

Anche se siamo convinti di non riuscire a ricordare i sogni, è importante adesso mettere a punto un programma, una strategia quotidiana, mirata a tener traccia in modo regolare di ciò che in realtà possiamo catturare delle nostre esperienze oniriche anche se ancora non ce ne rendiamo conto.

A questo programma non è necessario dedicare più di un minuto o due al giorno, purché ci impegniamo a farlo con regolarità, seguendo con impegno e perseveranza il programma che ci saremo prescritti.

Come per tutte le nuove abitudini che ci proponiamo di adottare, non è escluso che questa prassi, per quanto breve e semplice, non ci costi fatica, al principio, ma questa, come vedremo, sarà ampliamente retribuita.

Passo 2 – Impegnarsi a dedicare 1 o 2 minuti al giorno al nostro progetto, con costanza e pazienza

Per registrare al risveglio i nostri ricordi consiglio l’utilizzo di uno strumento che ci alletti, che ci inviti ad essere usato. Io per esempio sono un’amante degli organizer, ma potrebbe trattarsi anche di un normale quaderno per la scuola, di un block notes ad anelli, del nostro cellulare, tablet o palmare, di un mini registratore. Ho un’amica artista che crea da sé i propri diari e quaderni, usando carta riciclata, nastri e cartoncini colorati che decora lei stessa a seconda dell’uso che desidera farne.

Passo 3 – Scegliere uno strumento che ci piaccia e che ci inviti ad usarlo

A questo punto passiamo all’azione. Poniamo il nostro strumento di raccolta/elaborazione dati in un punto strategico e facilmente raggiungibile, assieme ad una penna, una matita, un pennino hi-tech (a seconda dello strumento che intendiamo utilizzare) e prendiamo l’abitudine, ogni giorno, al risveglio, di trascrivere o registrare qualcosa circa ciò che ricordiamo della notte (o della pennichella) dalla quale ci stiamo risvegliando. Basterà all’inizio registrare anche solo qualche parola per riportare ad esempio lo stato d’animo in cui ci si è svegliati, la sensazione che si provava, una parola che ci girava per la testa, un suono, un motivo, un profumo, qualsiasi cosa di cui fossimo anche solo velatamente coscienti negli attimi precedenti al nostro risveglio. Studi recenti hanno dimostrato che, durante il sonno, la nostra percezione del tempo si modifica in modo sostanziale, per cui in un istante può annidarsi una fonte inesauribile di ricordi.

Nulla è trascurabile: tutto è meritevole di essere trascritto. La cosa importante è rendersi conto della grande importanza di questo piccolo/grande compito che ci siamo assegnati! Infatti si tratta a tutti gli effetti di allenare un muscolo attualmente in disuso, che chiede solo di essere abituato a svolgere gradualmente la propria mansione. Quando ci iscriviamo in palestra sappiamo che, con un piccolo impegno regolare, otterremo dei risultati. In questo caso si tratta di creare la medesima aspettativa, con la certezza che il muscolo sui cui stiamo lavorando diventerà tonico e performante con un minimo sforzo. Ciascun ricordo, anche il più labile, può a propria volta sollecitarne un altro e, col passare dei giorni, aumentare decisamente il livello di sicurezza e agilità con cui riportiamo alla luce le nostre avventure notturne.

Passo 4 – Passare all’azione

Adesso che ci siamo convinti di non dover fare altro che allenare un muscolo con uno, massimo due minuti di lavoro effettivo al giorno, adesso che si è accesa la nostra aspettativa positiva di poter ricordare i sogni e liberare dalla prigione della mente meravigliose e vivide esperienze di contatto con i nostri cari, che proprio tramite i sogni trovano la strada più semplice per starci vicini, non ci resta che consolidare la nostra routine, creando una sorta di rituale che rinsaldi in noi motivazione, perseveranza e dedizione.

Io per esempio associo il momento del risveglio con un’energizzante e profumata tazzina di caffè e con il silenzio e la quiete di cui gode chi è solito alzarsi prima dell’alba. Ma sono innumerevoli le possibili componenti che possono rendere unico e motivante questo momento (breve, ci tengo a ribadirlo) di raccoglimento, per riprendere il filo di quanto stavamo vivendo un attimo prima di risvegliarci.

Passo 5 – Creare una routine

Ci renderemo presto conto che, nonostante le fasi di memoria altalenante che potremmo sperimentare al principio (e che potremmo dover sperimentare ancora qualora, per un motivo o per un altro, ci ritrovassimo costretti a interrompere la nostra routine quotidiana), se riusciamo a trascrivere o registrare almeno qualche parola o impressione ogni giorno, le parole o frasi che riporteremo cominceranno ad aumentare gradualmente di volume e, a seconda del tempo che avremo il desiderio e la possibilità di dedicare a questo compito, potremmo ritrovarci a trascrivere anche cinque lunghi sogni per notte.

Invito pertanto tutti coloro che confidano in un contatto in sogno con i propri cari a visualizzare in questo piccolo muscolo che stiamo andando a tonificare una sorta di filo di comunicazione fra i due mondi apparentemente distinti popolati da incarnati e disincarnati. Con un minimo esercizio quotidiano questo filo si trasformerà ben presto in una porta che possiamo scegliere di lasciare aperta al risveglio, almeno per il tempo necessario a registrare in nostri sogni.

Come molti altri ricercatori sull’Aldilà, sono convinta che questa vita terrena sia in realtà un sogno rispetto alla vita più grande di cui il nostro spirito è sempre partecipe. Aprire la porta ai nostri sogni è uno dei modi tramite i quali renderci conto che l’Aldilà è davvero a portata di mano e che questi pochi minuti di ginnastica quotidiana possono farcene recuperare la consapevolezza. Mettiamola così: i nostri cari vivono nella stanza accanto, la porta non è chiusa a chiave e si spalanca tutte le volte che sogniamo. Sta a noi allenarci a non farla chiudere di scatto al risveglio e riportare alla luce la meravigliosa consapevolezza che siamo sempre tutti insieme.

 

Come fanno i nostri cari a contattarci dall’Aldilà

 

Come abbiamo suggerito con l’esempio riportato nell’articolo dedicato a come ricordare i sogni, è come se i nostri cari trapassati vivessero nella stanza accanto, anche se questa non è altro che una metafora, dal momento che il mondo dello spirito esula dai nostri concetti di spazio tridimensionale e di tempo lineare.

Vivere liberi dai vincoli del tempo lineare significa che i nostri cari sono in primis desiderosi di farci sapere che sono vivi e stanno bene, ma non sentono questo bisogno in modo pressante, come potremmo viverlo noi se ci trovassimo all’estero o in qualche altro luogo sconosciuto, oppure come svariate persone che hanno avuto un’esperienza di premorte raccontano quando ricordano il disagio provato nel rendersi conto di stare più che bene, ma di essere diventati in qualche modo invisibili ai propri cari, che invece vedevano esclusivamente concentrati sul proprio corpo fisico privo di vita.

Nelle mie esperienze di OBE, o più semplicemente in sogno, ho più volte incontrato amici o parenti in inesistenti camere attigue a quella in cui mi trovavo io nel mondo fisico, o in inesistenti appartamenti situati di fronte al mio sullo stesso piano del medesimo condominio. Quindi la dimensione non fisica dell’esistenza può palesarsi sottoforma di camere o locali in più rispetto a quelli che vediamo e tocchiamo.

La metafora della “stanza accanto” viene usata anche dallo scrittore, editore e medium William Thomas Stead (1849–1912), perito nel naufragio del Titanic, il cui resoconto dell’Aldilà e del suo arrivo nel mondo dello spirito assieme a tutte le altre vittime della sciagura viene riportato nel libro L’isola blu (Edizioni Bis, 1 gennaio 2009) edito nella sua versione originaria nel 1922 dalla Hutchinson & Co. Dal resoconto di Stead si evince che la morte “non è che il passaggio da una stanza all’altra” e che “entrambe sono ugualmente ammobiliate e sistemate”.

In realtà il concetto di “stanza accanto” è una metafora di convenienza, in quanto facilita il compito che la nostra mente critica deve svolgere per capire come conviviamo con i nostri cari sul piano spirituale, piano di cui siamo tutti partecipi: incarnati e disincarnati.

Eppure, il Dott. Craig Hogan, che, con la propria opera Your Eternal Self (edito da Greater Reality Publications, 2008), presenta prove scientifiche di come la mente non sia circoscritta al cervello e circa l’effettiva esistenza dell’Aldilà, oltre ad offrire un programma di addestramento guidato online su come contattare i propri cari senza l’ausilio di un medium  (http://www.selfguided.spiritualunderstanding.org/), nello spiegare le dinamiche del contatto post-mortem, esordisce proprio dicendo: «Ricevere comunicazioni dagli altri piani di esistenza non è come sentire qualcuno parlare dalla stanza accanto». Il Dott. Hogan spiega che, qui, sul piano terreno, udire una persona parlare dalla stanza accanto è un fatto ineluttabile, avviene e basta, anche contro la nostra volontà. Ascoltare invece le comunicazioni che ci arrivano dall’Aldilà significa predisporsi a recepire input subliminali, sottoforma di pensieri, impressioni, sensazioni e altre sottili forme di sapere che, da svegli, se non stiamo volontariamente cercando il contatto, ci arrivano per lo più a livello subconscio.

Ciò che è più interessante della spiegazione fornita dal Dott. Hogan è la metafora che usa per spiegare come avviene questo contatto, spiegazione molto efficace per farci comprendere quanto sia necessario predisporsi e sintonizzarsi su questo canale più sottile, ma prima ancora, esserne consapevoli. Il Dott. Hogan equipara il modo in cui i nostri cari comunicano con noi, o con il nostro Io Superiore, che è in ogni caso costantemente immerso nel mondo dello spirito, allo stesso modo in cui può capitarci di attrarre l’attenzione di una persona che si trova in coda davanti a noi, magari alla cassa del supermercato o al semaforo.

La natura del fenomeno legato al sentirsi osservati, è stata, come ci ricorda Hogan, investigato dal biologo Rupert Sheldrake, che ne parla nel libro La mente estesa (Urra Edizioni, 2006). Sarà capitato a tutti, in un momento del genere, se non si ha fretta e non si hanno impegni o preoccupazioni che tengano la nostra mente occupata, di notare che, se ci mettiamo a fissarne la nuca della persona in coda davanti a noi, se questa è ugualmente rilassata, molto probabilmente si girerà a guardarci senza neanche capirne il motivo. Se desideriamo testare questo metodo di proposito, possiamo addirittura immaginare di fare il solletico al soggetto che abbiamo selezionato per l’esperimento: se le circostanze sono quelle di cui abbiamo parlato, questo potrebbe non solo girarsi, ma anche toccarsi la nuca, come se il solletico fosse arrivato davvero.

Ecco un esempio brillante delle condizioni ottimali e delle modalità con cui i nostri cari dall’Aldilà hanno modo di mettersi in contatto con la nostra mente costantemente affaccendata nel corso della nostra vita quotidiana. Il contatto avviene da mente a mente, come del resto avviene anche fra persone fisicamente vive. Il vantaggio di chi comunica dall’Aldilà sta nel fatto di non condividere la miriade di preoccupazioni che ci attanagliano, mentre lo svantaggio sta nel fatto di potersi imbattere nell’incredulità, nella mancanza di aspettativa, in un lutto troppo profondo e soprattutto i pochi argomenti che le nostre piccole menti terrene sono in grado di apprezzare e condividere con chi è invece partecipe di ben altre e più profonde conoscenze.

Della complessità del sapere dei disincarnati sono testimoni le migliaia di persone che hanno vissuto, ricordato e tentato di raccontare un’esperienza di premorte o NDE: quasi sempe queste lamentano il fatto che le parole disponibili nei nostri vocabolari non sono in alcun modo sufficienti a veicolare ciò che hanno vissuto e provato. Pertanto, i messaggi che i nostri cari potranno con più probabilità riusciere a veicolare sono quelli che più spesso ci auguriamo di poter sentire: la conferma che sono vivi e stanno bene, un aiuto o un consiglio a vivere nel modo migliore la nostra vita, un senso di tutela e protezione nei momento difficili.

Da parte dei nostri cari nell’Aldilà, si richiede sicuramente un impegno preciso per veicolare il segno della propria presenza tramite, pensieri, idee, impressioni, sensazioni, immagini. Da parte nostra invece si richiede la comprensione di quanto sia importante avere la mente sgombra da preoccupazioni e disposta a recepire il contatto, anche in momenti inaspettati della giornata.

Immaginiamoci dunque la fatica di attirare l’attenzione di qualcuno che ci porge le spalle semplicemente fissandone la nuca e ricevere in cambio, per tutta risposta, solo il risultato di vedere quella persona girarsi senza sapere il perché, avendo magari provato la sensazione talora anche solo subconscia di essere osservato, ma senza capirne la natura e lo scopo. Poniamoci nei panni dei nostri cari. Poi riflettiamo su occasioni passate in cui effettivamente questo contatto possa essere avvenuto e noi averlo scartato assieme alla miriade di pensieri che ci affollano la mente durante il giorno.

Posso per esempio trovarmi al supermercato, per rimanere in tema, ed essere in dubbio sul se tentare una nuova ricetta, visto che in cucina mi considero una frana, e all’improvviso notare che la radio del supermercato sta mandando in onda una canzone che mi incoraggia a cucinare qualcosa di gustoso perché avrà un effetto speciale proprio come le delizie che preparava la nonna. Coincidenza?

Posso sentirmi un po’ giù perché mi manca tanto mio nonno che mi ha cresciuta ed era sempre così dolce e comprensivo con me, sentirmi sola e quasi disperata al pensiero che adesso nella vita tutto grava sulle mie spalle, e, nell’atto di parcheggiare la macchina vedere davanti a me una vettura con su scritto in eleganti caratteri corsivi “Giulietta”, che è proprio il nome con cui mi chiamava da bambina. Coincidenza?

Un contatto ancora più significativo è quello in cui mi viene tutto d’un tratto in mente un ricordo particolare, associato a una persona cara che fisicamente se n’è andata, qualcosa a cui magari non penso più da anni. Ecco che il contatto da mente a mente assume una connotazione ancora più precisa. Quella persona cara sta appunto riflettendo su quel ricordo e, concentrandosi su di me, è riuscita a veicolarmelo.

Ecco il filo sottile tramite il quale il contatto può arrivare. Ma bisogna esserne consapevoli e pronti ad afferrare quel filo. Proviamo a immaginare come possa essere frustrante per chi pensa a noi dall’Aldilà il fatto di credere che tutto ciò che pensiamo provenga dalla nostra mente, da nostri ragionamenti o dalle nostre fantasticherie.

Instaurare un dialogo è un qualcosa che potrà venire dopo, seguendo la tecnica che ci è più congeniale, ma all’inizio è essenziale capire (ed essere convinti) che la comunicazione avviene sempre, proprio come quando siamo in coda al semaforo e abbiamo troppa fretta di arrivare dove stiamo andando per badare al tizio che ci osserva da un’altra vettura.

Se riusciamo a convincerci che il contatto è possibile per tutti, e avviene in questo modo, potremo rispondere ad esso con gratitudine e ricambiare il pensiero. È proprio così che il contatto da svegli con i nostri cari avviene.

Se riusciamo a cogliere tali pensieri affettuosi mentre siamo affaccendati, proviamo a immaginare quanto più efficace sarà il contatto in un quieto stato meditativo.

Per chi conosce l’inglese, ricordo che il programma di addestramento del Dott. Craig Hogan è disponibile a questo link: http://www.selfguided.spiritualunderstanding.org/.

La verità sulla reincarnazione

Non siamo costretti a rinascere, almeno nel senso tradizionale attribuito a questo concetto.

Questo è il messaggio di fondo che l’autrice, dall’umile punto di vista che la stessa accomuna simpaticamente a quello di un pesce rosso in una boccia, desidera comunicare al lettore.

Come per il suo precedente libro, dedicato alla comunicazione con i cosiddetti “defunti”, anche in questo caso il testo è il risultato di un profondo lavoro introspettivo basato sull’esperienza personale di viaggiatrice astrale e studiosa della medianità.

Scopo dell’autrice è anche fondamentalmente quello di rassicurare chiunque abbia perso una persona cara che la morte non esiste, che non siamo robottini immessi nostro malgrado in un soverchiante e macchinoso sistema di vite, morti e rinascite al di fuori del nostro controllo, e che nella vita non perdiamo mai di vista i nostri cari, MAI, neanche nelle più buie situazioni esistenziali.

Al contrario, il testo presenta l’uomo quale eroico e potente spirito di luce che ha scelto di sottoporsi in via transitoria a una situazione apparentemente limitante per contribuire con coraggio e abnegazione al Grande Disegno spirituale che ci vede protagonisti.

Ancora una volta l’autrice cerca di dimostrare, con esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, che il Mondo dello Spirito non è altro che il nostro mondo, che tutti abbiamo una missione di vita che abbiamo scelto al di là dello Spazio e del Tempo e che questa ci guida sempre, nella quotidianità, anche attraverso le persone e le circostanze che sembrano capitare nella nostra vita per caso.

Pagina dell’autrice: https://www.amazon.com/author/giuliajearyknap

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Le esperienze fuori dal corpo

Esplorando i mondi sottili” e “Le esperienze fuori dal corpo” GRATIS su Amazon fino alla mezzanotte PDT del 6 maggio 2019

 

Negli ultimi 25 anni mi è spesso capitato di sentire persone estremamete interessate ai viaggi astrali che lamentano il fatto di non riuscirci. Spesso mi sento dire che lo faccio sembrare così facile, quando racconto qualche aneddoto, mentre in realtà non è così. Ho quindi pensato di citare un in questo articolo le mie argomentazioni così come riportate nel libro L’Aldilà è a portata di mano per spiegare perchè ritengo molto più allettante e semplice imparare ad avere sogni lucidi (a rendersi, cioè, conto in un sogno di stare sognando) e perchè considero quest’ultimo il mio metodo preferito di contatto con i nostri cari nel mondo dello spirito.

“I cosiddetti viaggi o esperienze “fuori dal corpo” o OBE (dall’acronimo inglese Out of the Body Experiences”, abbreviato anche in O.O.B.E.) si verificano quando, spontaneamente o volontariamente, la mente si sveglia mentre il corpo dorme.

Nel mio caso, il fenomeno si era presentato spontaneamente durante l’adolescenza, almeno quindici anni prima di poterne capire a fondo il significato. In pratica mi capitava che, se rimanevo sveglia a studiare fino a tardi, o se mi addormentavo esausta per un’oretta nel pomeriggio (in altre parole, se il mio corpo risultava particolarmente stanco, ma la mente lo era meno, oppure era sovraeccitata dallo studio quando il mio corpo era ormai esausto), mi svegliavo all’improvviso con la mente, incapace di controllare il corpo fisico.

La sensazione, che molti studenti e atleti conoscono, di svegliarsi con la mente in un corpo paralizzato, di non riuscire neanche a sollevare le palpebre, con un ronzio o una vibrazione forte nella testa, di cercare di gridare senza riuscire ad emettere neanche un sussurro, era tutt’altro che piacevole.

Solo in anni recenti ho scoperto che l’anomalia, denominata in questa sua prima fase “paralisi del sonno”, era dovuta al fatto che durante il sonno REM il tono dei muscoli scheletrici scompare completamente; questo fenomeno, detto atonia muscolare, si associa alla paralisi funzionale dei muscoli scheletrici. Durante il sogno non si è perciò in grado di muoversi; se così non fosse, ogni episodio di sonno REM si accompagnerebbe a un’intensa agitazione motoria, dettata dalla necessità di mimare le azioni compiute in sogno.

Chi dunque, a causa di questa disarmonia fra lo stato di stanchezza del corpo e lo stato di vigilanza della mente, si sveglia con la mente mentre il corpo dorme, può avere la spiacevole sensazione di essere prigioniero in un corpo paralizzato, il che si accompagna naturalmente a sentimenti di ansia, paura o terrore, sebbene l’esperienza sia in genere oggettivamente piuttosto breve.

Personalmente, una volta rassegnatami al verificarsi di questi episodi e aver escluso di avere qualche grave malattia, avevo inventato da ragazza un sistema per uscire da queste situazioni, risvegliando il corpo: immaginavo di compiere un atto che richiedeva un alto grado di concentrazione, come quello di dissociare il movimento delle mani facendo loro compiere gesti di tipo diverso (muovendone una in senso circolare e l’altra su e giù, tanto per fare un esempio), e questo bastava a risvegliare il corpo.

Gli episodi di paralisi notturna, con le loro spiacevoli vibrazioni e le mie tecniche di risveglio continuarono per molti anni. Ce ne vollero, infatti, una quindicina per scoprire che, quando la mente si sveglia nel corpo addormentato (in inglese, parlando di OBE, si usa proprio l’espressione “mind awake – body asleep”), la coscienza è libera di abbandonare il corpo e di spostarsi in uno stato di totale vigilanza su altri piani e in altre dimensioni. In particolare, chi ha familiarità con questo argomento, parla in genere di “piano astrale”, sul quale ci muoveremmo con questo secondo corpo, più sottile, chiamato appunto “corpo astrale”.

Secondo gli “addetti ai lavori” tutti e tutto avrebbero una propria dimensione o versione “astrale”, che ha una propria esistenza parzialmente indipendente dalla dimensione fisica, si modifica e si muove con molta più fluidità e facilità in risposta ai nostri pensieri e “funziona” talora autonomamente anche quando siamo svegli. Ad esempio, mi è capitato più di una volta, mentre ascoltavo qualche conferenza un po’ noiosa o ero io stessa leggermente assonnata (e dunque vicina allo stato di dormiveglia) di vedere gli spettatori accanto a me muoversi, girarsi, guardarsi intorno, rivolgersi al proprio vicino, mentre la loro controparte fisica era pressoché immobile ad ascoltare il relatore. Mi è anche capitato, in stato di dormiveglia, di vedere mio marito aggirarsi per la casa e fare come suo solito dei piccoli lavoretti, mentre la sua controparte fisica si trovava a più di cento chilometri di distanza.

Ebbene, questo è quello che io chiamo “corpo astrale”: un corpo non vincolato dalle leggi dello spazio e del tempo, libero di fare le cose che noi ci limitiamo a sognare ad occhi aperti e, durante le OBE, solido e tangibile quanto uno spirito disincarnato, tanto da poter toccare i nostri cari nell’Aldilà e parlarci senza problemi.

Infatti, in base all’esperienza da me maturata successivamente, quando il corpo fisico dorme e la mente è sveglia, quest’ultima può con il corpo astrale camminare o volare nella versione astrale della camera da letto e del resto della casa, volare nel circondario, raggiungere in un battibaleno luoghi lontanissimi e incontrare altre persone sveglie o anch’esse addormentate e girovaganti nei propri corpi astrali, fino a incontrare persone defunte e visitare i luoghi dove esse risiedono; a quanto ho visto, esistono anche luoghi intermedi di incontro, per queste riunioni con i trapassati, come esiste la possibilità di muoversi nel tempo e incontrare la versione futura o passata dei propri cari.

Nel mio caso, la vera e propria scoperta del nuovo mondo cui le paralisi notturne potevano portarmi avvenne per caso: avevo ventinove anni ed ero particolarmente stressata perché, essendo stata da poco promossa e trasferita presso la sede milanese dell’azienda per la quale lavoravo, vivevo in albergo da ben quattro mesi, senza riuscire a trovare un appartamento in affitto. Una notte, intorno a mezzanotte, stavo appunto cominciando ad assopirmi, quando mi si presentò la familiare sensazione di pesantezza delle membra e di ronzio nella testa. Questa volta però, invece di dibattermi in un corpo paralizzato, fui sbalordita nel constatare che le mani e le braccia “volavano via”, svincolate dalle braccia vere … Scioccata, d’istinto le tirai giù, risvegliandomi completamente.

Cos’era successo? Ero forse impazzita?

In realtà, scoprii quasi subito, ragionando sulle poche cose che avevo sentito fino a quel momento sui viaggi fuori dal corpo, che i miei arti fisici erano rimasti in quel frangente paralizzati come sempre; io stessa (o sarebbe forse meglio dire il mio corpo), ero momentaneamente scivolata nel sonno: a volar via erano state le “altre braccia”, quelle che vengono attribuite al corpo astrale, testimone la mia mente o coscienza (difficile operare un distinguo fra le due in momenti così concitati), che era rimasta invece vigile e lucida a registrare l’episodio.

Esercitandomi e facendo pratica nelle settimane e nei mesi che seguirono, scoprii che, quando la mente si svegliava mentre il corpo dormiva, questo non costituiva più una barriera: non era più solido, ma cedevole e poroso, fatto di un’energia che poteva essere tranquillamente attraversata. Non solo potevo uscire da quel corpo, ma potevo infilarci dentro le mani astrali, così come potevo attraversare il materasso o i muri, avvertendo talora come una sorta di tenue vibrazione o pizzicorino. Potevo galleggiare fin sotto il soffitto come un palloncino, o scendere giù a pochi centimetri dal pavimento, oppure potevo specchiarmi e vedere il mio corpo astrale.

Quella di specchiarmi divenne ben presto un’abitudine consolidata che mi sono portata dietro fino ad oggi. Poiché mi ripugnava l’idea di guardare il mio corpo addormentato nel letto, per quanto non avessi problemi a toccarlo e mi incantavo ad ascoltare il ritmico suono del suo respiro, trovavo che specchiarmi con il corpo astrale costituiva comunque un’impresa piuttosto audace, e negli anni ho scoperto che mi consentiva anche di avere un’idea più o meno precisa del mio stato d’animo a livello profondo, in modi molto più chiari di quanto il corpo fisico lasciasse trapelare.

Ad esempio, nei primi tempi delle mie sperimentazioni ero una persona piuttosto solitaria, in quanto vivevo a circa quaranta chilometri dal posto di lavoro e non avevo amici in città. Inoltre attraversavo un periodo di tristezza, a causa del recente trasloco dal Piemonte, e, nonostante le soddisfazioni sul lavoro, non ero tutto sommato quella che si può definire una persona felice.

Le prime volte che, durante i miei viaggi fuori dal corpo, mi specchiai per vedere che aspetto avesse il mio corpo astrale, fui sorpresa nel constatare che, mentre il mio volto fisico se ne andava in giro sapientemente truccato con capelli in ordine e orecchini diversi tutti i giorni, quello astrale appariva emaciato, con ecchimosi e cerotti, i capelli erano in disordine (una volta portavo addirittura i bigodini) e i vestiti erano sempre sciatti o rovinati. Fortunatamente ero anche dotata di un formidabile intuito, per cui non mi lasciai prendere dallo sconforto e attribuii immediatamente quelle immagini al mio io emozionale, triste e solitario.

Nel corso degli anni, mi sono specchiata numerosissime volte durante le mie OBE, e con la maternità e il formarsi della mia famiglia ho visto l’aspetto del mio corpo astrale diventare sempre più bello, giovane e gioioso.

Un’ultima divagazione sull’immagine che mi rimandano gli specchi astrali lo destino ad un periodo più recente, in cui, colpita da una brutta malattia e soggetta a mesi di terapie che mi avevano fatto temporaneamente perdere i capelli, mi sono vista in uno specchio collocato in un ambiente molto più ampio e luminoso della mia casa materiale, e con una stanza in più appositamente destinata al riposo e alla ripresa fisica. L’immagine che mi rimandava lo specchio era quello di una bella donna, almeno dieci anni più giovane e con capelli fluenti: l’unica stranezza erano gli occhi velati di una rossa patina di paura. In quell’occasione, capii quanto era cruciale, ai fini della guarigione, superare la paura e guardare al futuro con fiducia. Mesi dopo, dopo essermi sottoposta a una TAC di controllo che mi aveva finalmente tranquillizzato, ho avuto il piacere di specchiarmi ancora sul piano astrale, e di vedere il mio volto impreziosito da due enormi occhi verdi, liberi ormai dalla patina della paura.

A questo proposito, cito una curiosità: nel settembre 2010, due anni prima delle terapie che mi avrebbero fatto perdere i capelli, in un’OBE avevo chiesto di poter incontrare il Maestro Gesù, cui sono sempre stata affezionata specie per il suo amore per i bambini. Mi ero ritrovata in una pineta ricchissima di colori e di profumi, ma nel contempo (fatto straordinario) potevo rimirare il cielo stellato come se fosse notte. Gesù insegnava in una sorta di istituto, ma in quell’occasione uscì appositamente per incontrarmi. Aveva il suo “look” tradizionale, con barba e capelli lunghi, ma era vestito con moderni abiti casual: jeans e camicia con maniche risvoltate all’altezza dei polsini. Guardandomi negli occhi, mi trasmise un pensiero tratto dalle Scritture, ma straordinariamente rivelatore con il senno di poi: mi fece intendere che sapeva finanche quanti capelli avevo sulla testa!!!

Per tornare brevemente agli specchi, desidero solo sottolineare che, oltre a riflettere la mia immagine, e quella di eventuali entità vicine a me, questi si sono rivelati negli anni dei portali eccezionalmente efficaci per trasferirmi velocemente dal piano astrale in cui mi trovo al “luogo” in cui desidero andare, specie se si tratta di incontrare qualche persona in particolare, vivente o defunta che sia.

 

Alice attraverso lo specchio di Lewis Carrol è il libro che probabilmente mi ha maggiormente affascinato e influenzato da bambina circa l’uso degli specchi come portali verso altre dimensioni.

 

Facciamo ora un passo indietro, e torniamo alla notte in cui mi erano “volate via” le braccia, nell’autunno del 1990. Da quel momento in avanti cominciai a leggere tutto quello che potevo sull’argomento dei viaggi astrali. All’epoca non potevo contare su internet, e non era facile affrontare un tema del genere con la mia normale cerchia di conoscenze senza sembrare quantomeno “strana”. Il primo libro che mi assorbì completamente fu I miei viaggi fuori dal corpo di Robert Monroe. A questo ne seguirono numerosi altri. Leggevo e mi esercitavo. Essendo single potevo davvero sbizzarrirmi. Il sabato e la domenica, nel mio monolocale, staccavo telefono e citofono e mi davo all’esplorazione.

Tenendo un diario dei sogni e delle OBE, potei scoprire che un’esperienza in parte simile al viaggio astrale, molto comune, è quella in cui, durante un sogno, ci si rende conto di stare sognando e allora si riesce in modi più o meno diretti ed efficaci a controllare quello che avviene nel corso del sogno stesso. Si tratta dei cosiddetti “sogni lucidi”, in cui siamo ancora parzialmente immersi in uno stato di coscienza onirico, per cui anche cose strane o improbabili possono continuare ad apparire normali.

Anche se nell’ambito del sogno lucido esistono vari gradi di lucidità, che possono essere volontariamente accentuati fino ad arrivare all’OBE, nell’OBE propriamente detta la mente è comunque pienamente sveglia, anche se le nostre priorità possono variare leggermente da quelle dello stato di veglia a causa delle prospettive più ampie che abbiamo. Grazie a questa dicotomia, si ha la chiara cognizione di muoversi con un corpo simile a quello fisico, ma diverso, non soggetto alle leggi del mondo fisico, nella dimensione di cui abbiamo appena parlato.

Queste esperienze, spontanee o volute, sono andate avanti per ventisei anni, regalandomi episodi unici e commoventi. Con il tempo, l’esperienza, le letture e le riflessioni sull’argomento, mi sono resa conto che i “luoghi” che i miei viaggi astrali mi consentivano di visitare non erano tanto “fuori” dal corpo fisico, come il nome di questo fenomeno suggerisce, ma piuttosto dimensioni interiori della coscienza e dello spirito, sebbene questo rimanga un tema aperto, dal momento che i concetti di “dentro” e “fuori” non hanno la stessa importanza che gli attribuiamo al di là del piano strettamente fisico

In altre parole, se durante la veglia, nel nostro stato di coscienza ordinario, qui sul piano fisico, tutto quello che vediamo e tocchiamo ha una parte interna e una parte esterna, al di là di questa nostra dimensione, i concetti di “dentro” e “fuori” cessano di avere importanza, per cui anche disquisire su se il piano astrale si trovi “fuori” dal piano fisico, come una sorta di guscio energetico che lo circonda, oppure “dentro” di esso, come una sorta di parte estrema del nucleo spirituale che costituisce la nostra essenza, diventa pura teoria, e forse non ha alcuna importanza.

William Buhlman, uno dei massimi esperti americani nel campo delle OBE, è uno studioso che ha voluto appunto porre l’accento sull’idea che la proiezione astrale sia in realtà un viaggio interiore. Da parte mia, posso dire che questa particolare chiave di lettura mi ha liberato da molte paure, prima fra tutte quella di poter rimanere “chiusa fuori” dal corpo, o di vedere definitivamente troncata la cosiddetta corda d’argento che legherebbe il nostro corpo astrale a quello fisico mentre se ne va in giro fuori dal corpo.

Ma indipendentemente da queste speculazioni, resta il fatto che, se è vero che negli anni delle prime sperimentazioni mi sono concentrata sull’esplorazione del piano più vicino a quello fisico, non è passato molto tempo prima che il desiderio di visitare i miei cari nell’Aldilà prendesse il sopravvento.

(…) desidero sottolineare un’ultima volta quanto il viaggio astrale non costituisca altro, a mio parere, che uno stato di maggior lucidità rispetto al sogno lucido, ovvero il sogno in cui si è consapevoli di sognare. Desidero anche puntualizzare, ancora una volta, che il sogno lucido, se lo si desidera, può costituire un trampolino di lancio per il viaggio astrale, in quanto, quando si è consapevoli di sognare e si ha a disposizione una buona fetta di consapevolezza circa quello che sta succedendo, si può anche fare la scelta precisa di amplificare il proprio grado di lucidità, passando ad un’OBE vera e propria.

Anche se a questo punto potrebbe sembrare superfluo, colgo l’occasione per sottolineare il mio totale dissenso con studiosi, praticanti e insegnanti del sogno lucido quali Charlie Morley, che considerano il 99% dei soggetti incontrati in un sogno lucido come personaggi onirici (o P.O.), ovvero semplici prodotti della mente del sognatore. Sebbene condivida con tali ricercatori il concetto più ampio che questa vita sia in realtà simile a un sogno dal quale con la morte ci risveglieremo nella nostra più grande realtà di appartenenza, non trovo questo un motivo valido per negare l’assoluta autenticità ed individualità degli spiriti incarnati o disincarnati con cui possiamo relazionarci sia nello stato di veglia che in altri stati modificati di coscienza, come il sogno e le OBE.”

[Brano tratto da L’Aldilà è a portata di mano]

Il motivo per cui in genere non incoraggio le persone a imparare ad avere esperienze di OBE è perhè, in tali esperienze la mente e pienamente vigile, per cui tutti i filtri logici, critici e razionali con i quali discriminiamo la realtà nella vita di tutti i giorni possono intralciare la comprensione di ciò che ci sta accadendo. Al contrario, nel sogno lucido, la mente che ci accompagna nella vita di veglia è parzialmente “sedata” e in grado di cogliere intuizioni e idee di cui potrebbe sfuggirci il senso quando siamo svegli.

Il motivo per cui faccio spesso riferimento alle più tangibili esperienze di OBE quando parlo delle varie tecniche per contattare i nostri cari nell’Aldilà è semplicemente quello di fornire prove pratiche a supporto della veriticità delle esperienze che sono invece pienamente accessibili a tutti tramite sogni, sogni lucidi e in un quieto stato meditativo.

 

Contatti con l’Aldilà – Se state soffrendo per la perdita di una persona cara, questi spunti potrebbero esservi utili

 

 

 

DISCLAIMER

L’autrice di questo podcast/articolo non dispensa consigli medici né prescrive l’uso di alcuna tecnica illustrata in questo podcast/articolo quale terapia per problemi di salute. L’intento dell’autrice è semplicemente quello di aiutare l’ascoltatore/il lettore nella propria ricerca del benessere fisico, emotivo e spirituale. Per esigenze di natura medica, si invita il lettore a consultare un professionista.